Vinili Hi-Tech

Vinili Hi-Tech

08.05.2017 | Un giradischi artigianale che suona la musica dello smartphone: storia del successo partito da un sottoscala di Napoli.

Poco prima di salire sull’aereo che l’avrebbe portato, nel gennaio 2017, al CES di Las Vegas (la più grande fiera di elettronica di consumo al mondo), nel posto che gli avrebbe cambiato la vita per sempre, Giuseppe Pinto aveva un motto, mutuato direttamente dalla tradizione napoletana: “Tre song’ e potent’: ‘o Papa, ‘o rre, e chi nun ten’ nient’” (tre sono i potenti: il Papa, il re e chi non ha niente). Giuseppe, in quel momento, aveva solo un piccolo prestito, sufficiente a comprare il biglietto aereo, e un'idea straordinaria, partorita in 22 mq di sottoscala in un parco di Materdei, zona alta di Napoli, subito accanto all’uscita della metropolitana.

Giuseppe Pinto è l’inventore di GPinto ON, il primo giradischi plug’n’play, capace cioè di far suonare “in analogico” la musica digitale, comandandola dal proprio device preferito: “L'idea iniziale era la creazione di una macchina che potesse collegare la modalità di ascolto antica con quella moderna. È il fulcro di ON, da cui deriva il nome stesso della macchina, Old New”, mi dice Giuseppe al telefono, durante una lunga chiacchierata notturna. “Nonostante ON nasca inizialmente su carta, ho provato a realizzare la mia idea subito, dopo neanche un mese dal primo schizzo. Erano soliti venire amici e conoscenti nel mio laboratorio per ascoltare assieme i miei vinili. Capitava però che qualcuno mi chiedesse di ascoltare un pezzo che non avevo in formato fisico e dovevo quindi ricorrere alla musica 'liquida'. È cosi che arriva l’intuizione di concentrare il tutto in un unico prodotto”.

 

Pinto nasce tra il fuoco della musica napoletana e lo spirito imprenditoriale campano: da bambino passa interi pomeriggi, che presto diventano giornate, insieme ai suoi due nonni, quello materno – “un radiotecnico, che ha lavorato nel team di progettazione della televisione della Geloso, con il quale ho cominciato a smanettare sui primi amplificatori, costruendo il primo a circa 8 anni” – e quello paterno, imprenditore e grande appassionato di musica. Ma la vita di Giuseppe non sarebbe stata la stessa senza Leopoldo, il “nonno acquisito”, tornitore di precisione per la Federico II di Napoli: una mente geniale che, attraversate le due guerre, insegna a Giuseppe che “dal nulla si può creare il tutto”.

 

Napoli, California

Il mito della Silicon Valley, dei Steve Jobs e (meno) dei Mark Zuckerberg, si erge principalmente sulla leggenda fondativa del garage. Pare infatti che nei garage, meglio ancora se esposti al sole californiano, siano state partorite le più geniali rivoluzioni tecnologiche della storia recente dell’umanità. Il sole che batte su Napoli è molto diverso, e si porta appresso un retroterra culturale ancora più distante. A dirla tutta, nella stanza in cui Giuseppe Pinto ha progettato e costruito ON il sole non ci arriva neanche. È infatti un piccolo sottoscala di 22 mq, che in principio serviva per dare qualche festa e bere qualche birra con gli amici.

 

Giuseppe comincia ad allestirlo con mezzi di fortuna, usa le scatole delle camicie del nonno per metterlo in ordine e, prendendo un pezzo qui e uno lì, riesce a trasformarlo nel laboratorio che vedete nelle foto di Giovanni Scotti. Verrebbe da descriverlo come un rifugio colmo di ricordi, “vecchi McIntosh, Sansui, Torenz, Marshall e Revox”, tantissimi vinili; c’è James Senese – un'istituzione vivente per tutti gli appassionati di musica napoletana – ma anche Michael Jackson. Ma soprattutto ci sono le parti fondanti di quel progetto che è arrivato a conquistarsi le pagine di designboom magazine, rivista leader nel settore: il tavolo di lavoro, il primo prototipo e il progetto su carta.

Tutti gli apparecchi ON attualmente in commercio, circa una quarantina, sono stati tutti realizzati a mano da Giuseppe: “Mio nonno mi diceva sempre che la mia era una idea folle, perché per fare una cosa del genere servono capitali e industria. E io non avevo nessuno dei due”. Quando gli chiedo quale sia stato tecnicamente il passaggio più difficile, Giuseppe mi dice: “Sicuramente riuscire a fare artigianalmente quello che in teoria dovrebbe essere fatto in industria, usando un saldatore da 50 euro o una bobinatrice fatta a mano per i trasformatori”. Dalla carta, però, il progetto passa subito al primo prototipo, in legno, con un braccio Rega legato con una fascia in pelle sintetica.

 

Il design di ON, a quel tempo, non esisteva ancora: l'incontro con Fabio Chianese ed Ettore Ambrosio di ZETAE Studio avviene infatti tempo dopo. È solo prima di partire per il Munich High Tech che l’eleganza di ON prende forma, ed è quella eleganza che conquista tutti in Bavaria. Circa 150 contratti di fornitura procacciati in tre giorni di fiera, e una quantità di ON da produrre smisurata. Smisurata, per l’appunto. Perché Giuseppe deve fare i conti con le sue disponibilità economiche e su quelle del sistema di finanziamento italiano che non gli permettono di avere nemmeno uno straccio di fideiussione bancaria. Sopraggiunge lo scoramento, e Giuseppe non nasconde d’essere stato a un passo dal mollare tutto, vendere idea, progetto, prototipo al primo offerente e tornare alla sua vita. Tornare ai suoi tre lavori, alle riparazioni, agli impianti sonori nei bar, al fonico nelle serata partenopee. Se questa storia esiste però, è perché Giuseppe quel progetto non l’ha venduto a nessuno, ma è invece volato a Las Vegas, dove il suo giradischi aveva convinto l'organizzazione del CES a offrirgli uno stand gratuitamente.

 

Successo artigianale

Con il senno di poi, il successo di ON si potrebbe addirittura definire prevedibile. Da una parte perché negli ultimi anni il mondo dell’industria musicale ha visto il forte ritorno del vinile (che in UK ha superato il giro d'affari dei download di mp3), dall’altra per la prima volta gli introiti dagli streaming musicali hanno superato il 50% sul totale del giro d'affari della musica registrata. Insomma, rendono quasi di più Spotify, Apple Music, Deezer eccetera del mercato dei cd (entrambi sono attorno ai 5 miliardi di dollari annui). La sintesi di questi due trend è il punto in cui si posiziona ON: “È un dispositivo che guarda al futuro ma attraverso un giradischi. Anche se la tendenza è quella del vinile, noi ascoltiamo la maggior parte della nostra musica dal telefono. Usi questo giradischi come si faceva in passato, ma ascolti quello che vuoi restando collegato alla realtà moderna”. Come si legge sul sito, disegnato dal fratello di Giuseppe, “attraverso un ricevitore audio Bluetooth® aptX®. ON accoglie in sé un preamplificatore valvolare con alimentazione dedicata e, a seconda delle esigenze, amplificatori a partire da 100 Watt fino a 500 Watt RMS”.

 

La storia di Giuseppe ha un lieto fine, sarebbe assurdo se non lo avesse. Ed è un lieto fine che va oltre la retoriche più volte descritta del viaggio “dal sottoscala di Materdei a Las Vegas”. Nonostante quella di Giuseppe sia un’arte a tutti gli effetti, e in quanto tale comprenda elementi di magia, quasi fiabeschi, non c’è nulla di immaginario nella sua determinazione, nella capacità – che arriva solo dalla pratica – di realizzare a mano, con la collaborazione di un team che conta complessivamente 12 persone, quello che solo una macchina industriale dovrebbe essere in grado di fare. Una determinazione quasi surreale, visto un precedente e scottante fallimento: quella del progetto dell’amplificatore per cuffia “H2A”.

È stata però anche quella scottatura ad alimentare il fuoco che ha convinto la “Sonus Faber”, parte della Holding McIntosh (storico marchio statunitense di amplificatori valvolari per HiFi), ad acquistare la sua startup e affidargli la direzione del settore di ricerca e sviluppo. “Ma non sono un cervello in fuga, perché il mio lavoro continua a essere nella città in cui oggi vivo, Vicenza”. Ora Giuseppe si ritrova a chiudere contratti con quegli stessi fornitori che due anni fa gli chiedevano pagamenti anticipati per ogni singolo materiale. Lo fa da una posizione diversa, di chi ha ora tutti i mezzi necessari per poter mettere in pratica le sue idee e il suo, duro, lavoro. “È forse questa la soddisfazione più bella, la possibilità di lavorare bene”.

 

Gli ON restano un piccolo prodigio – per il quale Giuseppe ha ricevuto anche un premio dal Comune di Napoli – venduti in tre edizioni diverse in edizione limitatissima. L’industrializzazione di cui parlava il nonno infatti, non è poi mai partita, ciò vuol dire che ogni ON sul mercato è stato fatto a mano da Giuseppe Pinto. L’uomo che ha trovato il suo futuro, più che l’America, partendo da un sottoscala.

 

Foto © Giovanni Scotti

l'autore
Francesco Abazia

Laureato in economia internazionale, è head of content di Nss Sports e contributor per la sezione musica di Red Bull e per il Mucchio. Ha scritto per Rivista Studio, The Towner e Dude Mag.

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