Verso un futuro immateriale

Verso un futuro immateriale

19.12.2016 | Come la tecnologia sta digitalizzando attività basate su componenti materiali, sconvolgendo mercati e assetti sociali.

Ho scritto un libro, recentemente. Volevo provare a chiarire, prima di tutto a me stesso, cosa ci stesse accadendo intorno. Ho pensato che forse sarebbe stata utile una piccola scatola degli attrezzi per comprendere un po' meglio il mondo che sta cambiando sotto i nostri occhi.

“Chissà quale altra diavoleria inventeranno” è una frase che sentiamo ripetere spesso, ma mai come oggi sembra vera e giustificata. Abbiamo a disposizione la rassegna stampa dei principali quotidiani del mondo ritagliata su misura per i nostri interessi, acquistiamo biglietti aerei quando questi raggiungono il prezzo minimo, possediamo un numero telefonico straniero in Italia per "essere ovunque". E ancora, sappiamo tradurre automaticamente testi scritti in lingue sconosciute, dettiamo una lettera a un tablet, componiamo documenti assieme a persone sparse ai quattro angoli del pianeta, paghiamo le bollette mentre siamo in viaggio, misuriamo le calorie consumate nell'ultima corsa, scattiamo una foto ogni pochi secondi e ce le portiamo tutte in tasca per tutto il tempo.

Queste diavolerie sono possibilità abilitate dallo sviluppo dell'elettronica, a una velocità senza pari nella storia dell'uomo. Dietro a ognuno di questi atti, che amplificano le possibilità delle persone, si celano trasformazioni dell'economia e della società, con implicazioni non banali: la crisi del diritto d'autore, la globalizzazione del commercio, la ristrutturazione delle filiere del trasporto e del turismo, la porosità delle aziende e la flessibilizzazione dei rapporti lavorativi; l'aumento della competizione e della produttività, le difficoltà del sistema bancario e le prospettive delle assicurazioni e della sanità, l'invasione di ogni angolo della nostra sfera personale. Servirà un manuale degli attrezzi piuttosto corposo.

Queste trasformazioni, e molte altre ancora, hanno una radice comune: l'evoluzione tecnologica che porta nella dimensione informatica strumenti e attività che tradizionalmente erano basati su componenti materiali e che ora, invece, diventano immateriali. Ma le proprietà base dei beni materiali sono diverse da quelle dei beni immateriali e, in questa trasformazione di stato, le regole del gioco cambiano profondamente sconvolgendo in breve tempo mercati, industrie e relativi assetti sociali che abbiamo sempre percepito, invece, come consolidati e pressoché immutabili.  

Il futuro è già qui. Solo che non è stato distribuito in modo uniforme

Un famoso aforisma dello scrittore William Gibson recita: «Il futuro è già qui, solo che non è distribuito in modo uniforme». Alcuni di noi traggono beneficio dall'utilizzo, anche quotidiano, di servizi e sistemi che per altri sono diavolerie incomprensibili. E che talvolta, pure, inducono timore. Lo stesso timore può averlo provato un nativo americano, sempre vissuto nelle praterie, se esposto alle innovazioni di una città all'inizio del secolo scorso. La società è sfilacciata tra chi vive un presente molto simile al passato e chi vive in un futuro molto simile alla fantascienza. Ed è un fatto che questo divario si stia allargando, con velocità crescente.

La fisica, l'elettronica, le tecnologie digitali sono le principali responsabili di questo "sfilacciamento" della società. Viviamo insieme ma siamo, letteralmente, in epoche diverse. Usiamo codici e pratiche che risultano di difficile comprensione e accettazione dai rappresentanti più estremi di questa disparità. Gli effetti non si limitano allo specifico settore tecnologico. Dato che quella digitale è una tecnologia trasversale che viene usata in ogni settore, i suoi effetti si propagano su tutta l'economia. Ne beneficia anche la ricerca di base nei settori più disparati, dalla medicina alla chimica ai materiali, ecc. A differenza di altri casi storici di tecnologie general purpose, quelle digitali non evolvono e non producono i loro effetti a velocità costante, bensì a velocità crescente. Il risultato è che la distanza tra quei due estremi della società ("avanguardie" e "retroguardie") tende ad aumentare. Aumentano così incomprensioni, disagio e tensioni che si manifestano nella società in molti modi.

Non tutto ciò cui aspirano o che immaginano i sacerdoti del culto delle avanguardie è positivo. Non tutto ciò che lamentano i soloni delle retroguardie è negativo. Tuttavia, molto è inevitabile. Mentre per secoli è esistita solo una economia materiale, l'economia immateriale – che da quella materiale ha origine – è invece uno sviluppo recente nella storia dell'uomo, ma con una crescita poderosa: nel 2030 arriveremo a 500 miliardi di dispositivi connessi alla rete con una conseguente enorme crescita dell'economia immateriale. Numerosi settori economici sono reintermediati online. Gli esempi abbondano, da Uber ad Airbnb a  Booking, ecc. Si svolgono online attività che prima si svolgevano con una molteplicità di intermediari che operavano in modo tradizionale, in settori regolamentati per favorire la concorrenza. In assenza di regole che inducano competizione, queste nuove forme di intermediazione "immateriale" sfruttano effetti rete e meccanismi ostativi della mobilità del consumatore, per svilupparsi in posizioni di monopolio in ogni settore reintermediato.

Una volta conquistata una posizione dominante, il vantaggio è assicurato. Assistiamo così a una diffusa competizione PER il mercato invece di una competizione NEL mercato. Questo spiega la valutazione astronomica di certe aziende online che operano in nicchie ristrette, ma a livello globale, per conquistare posizioni di vantaggio difficilmente contendibili. Le ragioni di queste dinamiche risiedono nelle diverse proprietà di base dell'immaterialità rispetto alla materialità: l'immateriale è accessibile in tempo reale da ogni parte del globo a costo nullo, produrre ha un costo marginale nullo e la lavorazione viene fatta da computer, con costi variabili nulli. Il costo del coordinamento si riduce di centinaia di volte rispetto a modalità tradizionali, annullando le abituali barriere all'accesso caratteristiche dei mercati.

È il caso, per esempio, degli alberghi rispetto agli affittacamere online, del trasporto pubblico rispetto al car pooling dinamico, dell'editoria rispetto all'aggregazione di contenuti online, ecc. Le tradizionali barriere all'accesso, determinate dalla materialità dei mezzi dell'attività, imponevano costi ingenti. Gli investimenti necessari per superare tali barriere giustificavano anche un certo livello di oneri di compliance: dai vincoli sanitari, ai controllo dei mezzi, alla par condicio, ecc. Quando, per effetto delle diverse proprietà di base richiamate sopra, gli investimenti necessari all'impresa per operare si riducono di ordini di grandezza, il livello degli attuali oneri di compliance diviene non più proporzionale e spesso, per superficialità o indeterminatezza regolamentare, questi oneri vengono evitati dai nuovi “operatori immateriali”.

La riduzione di investimenti e oneri di compliance produce un vantaggio di prezzo per i consumatori dei nuovi servizi. Ma genera anche servizi mancanti delle regole che la società si era data, per esempio a tutela di minoranze, lavoro, salute, equilibrio informativo, ecc. Costi monetari assai inferiori, ma esternalità non trascurabili, tra cui effetti deflattivi sugli operatori tradizionali.

La sfida, in fondo, è quella tipica delle società evolute alle prese con l'innovazione: cambiare, provare a migliorare, magari sbagliando

Emerge così il conflitto tra nuovi operatori immateriali e operatori tradizionali (gravati da oneri consolidati in decenni) che chiedono un level playing field concorrenziale, mentre i primi chiedono di non bloccare l'innovazione, stante i benefici economici per la clientela (da loro intermediata, tipicamente in monopolio). Questi conflitti si acuiscono in quanto l'intermediazione immateriale sta rapidamente diventando la principale interfaccia delle relazioni economiche. Molto rapidamente, se si considera che Android, usato quotidianamente da più di 1,5 miliardi di persone, ha appena compiuto 8 anni.

In questo contesto inevitabile la sfida per tutti noi è sostanzialmente quella di provare a rispondere ad alcune domande. È ipotizzabile gravare gli operatori immateriali dei vecchi oneri di tutela con costi di compliance superiori ai loro costi operativi? Queste tutele andranno adeguate o eliminate anche per gli operatori tradizionali? È socialmente desiderabile che si costituiscano posizioni dominanti immateriali, che competono con operatori tradizionali, gravati invece da regole procompetitive?

Domande che sono oggi vere e proprie sfide intellettuali. E che lo sono un po' per tutti. Per la politica, certamente, ma anche per gli imprenditori; e ovviamente per i clienti di prodotti e servizi innovativi che nascono ogni giorno e sulle quali condizioni di esercizio spesso non siamo adeguatamente informati. La sfida, in fondo, è quella tipica delle società evolute alle prese con l'innovazione: cambiare, provare a migliorare, farlo per tentativi, magari sbagliando. Cercare di farlo sempre senza arretrare di un passo dalle posizioni precedenti.

l'autore
Stefano Quintarelli

Nato nel 1965, sposato con Alessandra, papà di Chiara e Irene. Informatico (ho iniziato a interessarmi di informatica nel 1979) ho sempre lavorato nelle telecomunicazioni/internet (dal 1985), temporaneamente dedito ad attività parlamentare.