Un'altra internet

Un'altra internet

10.07.2017 | Decentralizzata, aperta, democratica: ecco come l'utopia della rete delle origini potrebbe ritornare realtà.

Pied Piper è una startup che ha avuto un primo successo grazie a un algoritmo di compressione dati per poi scegliere un pivot – un brusco cambio di settore tipico dell’industria tecnologica – proponendosi come l’alfiere di una nuovo tipo di rete internet. Prima di continuare, due cose: sì, un’altra rete è possibile e no, Pied Piper non esiste davvero, è la startup protagonista della serie Silicon Valley. Nella realtà, però, quella internet alternativa esiste davvero.

Prima, però, torniamo un attimo alla fiction: l’idea di un’internet diversa e decentralizzata viene al fondatore di Pied Piper Richard Hendricks pensando all’allunaggio, un’impresa realizzata con un computer molto meno potente di qualsiasi smartphone odierno. “E poi ho pensato”, spiega Hendricks a un improbabile investitore, “ci sono miliardi di telefoni in tutto il mondo con la stessa potenza; e poi ho pensato: e se usassimo quei telefoni per realizzare un unico grande network?”. Una versione decentralizzata di internet, quindi,  “senza firewall, pedaggi, influenze governative e spionaggio”, un ritorno all’utopia dei primi giorni di internet, in cui “l’informazione sarebbe libera in tutti i sensi”.

A questo punto potremmo chiederci: ma le cose non stanno già così? La rete non è già oggi libera? Non proprio. Per quanto ufficialmente internet non abbia un padrone unico, è regolata, ristretta e – spesso – incatenata al volere di governi e privati sempre più potenti. Pensiamo al Great Firewall con cui il governo cinese regola il web locale e ai suoi epigoni in altre nazioni; o allo strapotere dei quattro giganti del web odierno – Google, Amazon, Facebook e Microsoft. Infine, ci sono gli internet service provider e altri privati che regolano il funzionamento del network. È quello che l’esperto di cybersicurezza Bruce Schneier ha definito “internet feudale”, comandato da pochissimi signori a cui chiedere protezione per non essere schiacciati.

È a questa deriva oligarchica che Richard Hendricks e alcuni programmatori del mondo reale si ribellano. Prendiamo Amazon, gigante che dal 2006 ha investito massicciamente nel cloud creando Amazon Web Services (AWS), un servizio diventato negli ultimi anni la scelta quasi obbligata per siti e servizi online di tutte le dimensioni (Slack, Spotify, Lyft, Airbnb, Adobe) e che solo nel primo trimestre 2017 ha portato nelle casse di Amazon 3,7 miliardi di dollari. Tale strapotere si è fatto sentire lo scorso febbraio quando una linea di codice errata ha “spento” un pezzo di internet, mandando in down un enorme numero di siti e servizi; un evento che dovrebbe fungere da monito per il futuro e la solidità della rete.

 

Il mondo reale sta quindi cercando alternative. Tra queste troviamo Storj, azienda impegnata nel creare “una nuvola di dati condivisa da una community”, in cui l’utente decide quale parte del suo hard disk offrire alla community e in cambio riceve lo stesso spazio dagli altri utenti. Come dice il loro motto, What you share is what you get. Ogni file viene decrittato e distribuito su tutto il network, rendendolo accessibile solo all’utente originale attraverso una chiave unica a esso fornita.

Se la descrizione – piuttosto semplificata – del funzionamento di Storj vi sembra familiare, è perché alla sua base c’è la blockchain, il meccanismo su cui si fonda Bitcoin, la criptovaluta più famosa del mondo. A questo punto può essere utile ripassare brevemente il meccanismo della “catena di blocchi” per sottolineare la sua importanza nella definizione di un’internet decentralizzata.

Creata nel 2009 da Satoshi Nakamoto (nome d’arte dell’hacker o di un collettivo), Bitcoin è la prima criptovaluta a poter essere gestita senza banche centrali, ogni scambio viene effettuato direttamente, senza intermediari. La sua natura è peer-to-peer ma, a differenza di altri sistemi di questo tipo (Napster ed eMule, per esempio), ogni utente della catena rappresenta un “nodo” e contiene tutte le informazioni del network. Questo grande registro include tutte le transazioni effettuate nel corso della storia della valuta e ogni nodo è in possesso di una sua copia, che viene aggiornata e controllata ad ogni transazione (cross-checking).

Secondo molti analisti, nonostante il successo di Bitcoin, è la blockchain la vera rivoluzione e il nucleo di una possibile rete decentralizzata. Come ha scritto l’Economist al riguardo, “la blockchain permette a persone senza troppa fiducia reciproca di collaborare senza dover passare per un’autorità neutrale centrale. In pratica è una macchina per creare fiducia”. Fiducia negli utenti e nel sistema, quindi: tutte cose che mancano all’attuale rete, comandata da giganti in possesso di enormi moli di informazioni personali.

Vitalik Buterin è un programmatore russo-canadese nato nel 1994 ed è quanto di più simile la realtà abbia da offrire a Richard Hendricks. Co-fondatore della rivista Bitcoin Magazine, ha usato quelle pagine per un balzo logico: se la blockchain aveva reso Bitcoin la prima valuta peer-to-peer senza banca centrale di riferimento, non era possibile usarla anche per altro?

 

Il logo di Ethereum, la piattaforma blockchain fondata da Vitalik Buterin

Così Buterin ha creato Ethereum, un’altra piattaforma che permette agli utenti di siglare “smart contract”, dei veri e propri accordi su blockchain con cui gestire – potenzialmente – qualsiasi tipo di iniziativa. Il sito Select All spiega la filosofia alla base di Ethereum immaginando una versione del feed di Facebook che funzioni in questo modo:

Se vuoi usare un’app “centralizzata” come Facebook, il vostro browser deve fare una richiesta ai server di Facebook per accedere al vostro News Feed. Immaginate invece che una copia del vostro News Feed sia custodita nel vostro computer, e che questo sia connesso a tutti gli altri computer del mondo. Quando un altro utente pubblica un aggiornamento su una bacheca Facebook, la vostra copia locale si aggiorna per includerlo. Ogni computer inoltre verifica ciascuna di queste azioni, cosicché se qualcuno prova a taggare una foto che non possiede o scrive sulla bacheca di una persona che non è sua amica, potete segnalarlo in quanto abuso, che viene subito propagato lungo l’intero network di computer.

In questo scenario un attacco hacker, per avere successo, dovrebbe intaccare almeno il 51% dei dispositivi connessi alla rete. Ethereum ha mostrato qualche difetto, per esempio nell’occasione in cui un attacco hacker è riuscito nell’impresa di sottrarre 50 milioni di dollari a The DAO, un’organizzazione interamente autonoma resa possibile grazie alla sua tecnologia. La start up israeliana Synereo ha proposto quindi un sistema alternativo, e molte altre versioni sono nate negli ultimi mesi. Pare infatti che il termine decentralized sia diventato una buzzword nella Silicon Valley, giusto in tempo per il nuovo arco narrativo dell'omonima serie HBO. Maid Safe, per esempio, si propone come “una nuova internet decentralizzata” che si basa sui due concetti basilari del settore – decentralizzazione e decrittazione – mantenendo però la struttura d’internet che conosciamo. Con Maid Safe, “i dati viaggiano attraverso l’internet esistente ma in modo più sicuro perché vengono spezzettati e decrittati”.

 

Lo scorso maggio, infine, la Mozilla Foundation e la National Science Foundation hanno messo in palio due milioni di dollari per “fare dell’internet decentralizzato realtà”. Nell’ottica delle due istituzioni, tale ristrutturazione servirà a portare una connessione solida e sicura nelle zone rurali e isolate del mondo.

Al pubblico di Silicon Valley l’idea di Hendricks sarà sembrata pioneristica, un azzardo che rappresenta l’ultima risorsa di un giovane techie in crisi; eppure nella vera Valley se ne parla da tempo. Nel finale di stagione vediamo il protagonista minacciare Gavin Benson, CEO del gigante Hooli, a cui dice di poter mandare a rotoli il suo impero, cambiando per sempre internet. Le Pied Piper del mondo reale riusciranno a mettere in atto questa minaccia e intaccare giganti come Google e Amazon?

 
l'autore
Pietro Minto

È stato caporedattore di Prismo, collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera e Rolling Stone. Ha una newsletter che si chiama Link Molto Belli.