Superare il traffico con i big data

Superare il traffico con i big data

28.12.2016 | Le informazioni raccolte dai sensori rivoluzioneranno il trasporto, ma bisogna mettere d'accordo realtà molto diverse.

Da anni viviamo in un mondo i cui i dati sono al centro del dibattito politico, economico e culturale. Grazie alle nuove tecnologie è possibile raccogliere immense quantità di informazioni, utili soltanto se analizzabili e quantificabili. Non deve stupire quindi se una realtà astratta come quella dei big data — un enorme insieme di dati così complesso da necessitare algoritmi e infrastrutture specifiche — possa essere connessa alla nostra esperienza di mobilità: una loro corretta analisi, infatti, può migliorare radicalmente la vita di tutti i giorni.

Il primo esempio a venire in mente è quello di Uber, l’azienda fondata a San Francisco da Travis Kalanick e Garrett Camp nel 2009. Lanciata l’anno seguente, l’applicazione ha rivoluzionato il mondo dei trasporti, almeno nei grandi centri urbani. Com’è noto, l’idea di Uber è quella di mettere in collegamento diretto cliente e autista, senza alcuna mediazione e senza il bisogno di improvvisare transazioni economiche tra sconosciuti: altrettanto nota è la reazione dei tassisti di tutto il mondo.

Ci sono nazioni però capaci di risolvere le infinite polemiche tra tassisti professionisti e “civili” (scatenatesi anche nel nostro Paese) grazie alla forza del compromesso. Il comune di Mosca, per esempio, ha dato il via libera a Uber a due condizioni: 1) gli autisti che offrono il servizio attraverso l’app sono tenuti a presentare la licenza statale; 2) Uber deve fornire al Traffic Organization Center di Mosca i big data accumulati ogni giorno, da ogni veicolo. Si tratta di un set di dati che ovviamente include i percorsi tracciati dai mezzi, in ottica di miglioramento dell’ITS (Intellectual Transportation System). Non è però ancora chiaro come l’ITS utilizzerà questi dati, considerando che già aggrega le informazioni condivise dal GPS degli smartphone e dalla rete di telecamere e sensori distribuiti nella città.

 
Collaborazioni di questo tipo possono nascere solo dove non c'è una lobby avversa alle ultime novità in ambito tecnologico

È evidente, però, che collaborazioni di questo tipo possono nascere solo dove, per ragioni storiche e sociali, non c’è una lobby avversa alle ultime novità in ambito tecnologico. Probabilmente i tassisti più iconici in assoluto sono quelli londinesi, impegnati da anni in scioperi e manifestazioni anti-Uber: le loro proteste si possono comprendere se si considerano le ingenti spese da affrontare nell’acquisto — o semplicemente nella manutenzione — del mezzo e la fatica necessaria a conquistare The Knowledge (la conoscenza), un’affascinante tradizione della capitale inglese.

The Knowledge è una vera e propria istituzione nel mondo dei cab drivers, una sorta di raccolta di big data analogica; non è altro che un test determinato a certificare una conoscenza pressoché totale dell’urbanistica londinese attraverso l’apprendimento di almeno 320 itinerari “base”. Ci vogliono anni di studio e pratica per passarlo, e non sono ammessi voti parziali: se non hai la cartina della città impressa nella mente non lo passi; se non lo passi non sei un tassista.

Le città sensibili

Un altro scenario decisamente interessante è quella forma di coreografia urbana a cui aspirano i sostenitori delle connected cars: un intreccio wireless di mezzi mediati da infrastrutture ad hoc, con l’obiettivo di ottenere un flusso del traffico così fluido da rendere obsoleti semafori e altre soste forzate.

 

Perlomeno questo è lo scenario descritto dal Senseable City Lab del Massachusetts Institute of Technology, un think tank che gioca astutamente con il doppio senso offerto dalla sensibilità dei sensori – la capacità che permette di archiviare e diffondere informazioni – e la sensibilità di cui si deve dotare chi traduce i modelli digitali in realtà fisiche, senza sottovalutare le conseguenze pratiche e i risvolti etici che questa traduzione comporta.

Certo, nonostante si registrino continui progressi in questa direzione, lo stesso MIT invita alla calma: la viabilità, per come la conosciamo, è il risultato di decenni di scuole urbanistiche, aggiornamenti normativi ed evoluzioni sociali. La validità del progetto rimane indubbia, ora bisogna continuare a sviluppare la migliore delle implementazioni possibili. Come spesso accade in questi casi, l’unico vero arbitro è il tempo.

l'autore
Redazione

Città aumentate

Una grande sfida attende le metropoli italiane: sfruttare le aree abbandonate per trasformarsi davvero in smart city.