Siamo pronti per Ursula Le Guin?

Siamo pronti per Ursula Le Guin?

02.05.2017 | Alieni, distopie e critica sociale: il ritorno della fantascienza può farci riscoprire una grande autrice.

Sta tornando la fantascienza. Negli ultimi anni, Guerre Stellari ha rilanciato la produzione non di qualche sequel occasionale come gli episodi I, II e III, ma di un intero mondo di opere e personaggi autonomi. Le serie TV (da Westworld a 3% a The Man in the High Castle) ne hanno recuperato i temi classici espandendoli sui nuovi canoni della narrazione seriale, come anche le grandi saghe per adolescenti in astinenza da Harry Potter (Hunger Games, Ender's Game). Il grande cinema hollywoodiano ha ripreso (con Arrival, e The Martian, e Interstellar) questioni – come l’esplorazione dello spazio, il contatto con gli alieni e i viaggi nel tempo – che sembravano relegate ai vecchi Urania o al massimo ai forum per appassionati di giochi di ruolo. Insomma, sta tornando la fantascienza. Ma che cos’è la fantascienza?

Una prima risposta potrebbe essere: la fantascienza racconta storie ambientate nel futuro. In un senso molto semplice, questo futuro è un luogo pericoloso ed emozionante, una nuova frontiera: e in esso si possono svolgere le avventure che non riusciamo più a immaginare nel nostro mondo, ormai interamente esplorato. Guerre Stellari e The Martian Guerre fanno qualcosa di simile; in fondo sono dei western, con la Via Lattea al posto del Texas e le astronavi al posto dei cavalli. Sono animati dallo stesso spirito di conquista; gli eroi che mostrano sono soli in una natura ostile, o costretti a negoziare con specie esotiche e imperscrutabili sotto le cui squame verdi non è difficile rivedere una cresta di piume.

Ma naturalmente c’è un filone più complesso della fantascienza, più filosofico: quello capitanato in letteratura da La Macchina del tempo di H.G. Wells e Io, Robot di Isaac Asimov. Questo tipo di storie potrebbe definirsi proiettivo: prende una tendenza del presente (i reality, nel caso di Hunger Games; l’intelligenza artificiale nel caso di Westworld; la genetica nel caso di 3%) e immagina che nel futuro abbia una crescita esponenziale. Parlare di quel futuro è quindi un modo per parlare della tecnologia e della politica del presente: ingrandendone un aspetto per conoscerne meglio i dettagli, perché questa conoscenza ci guidi nelle nostre scelte a venire. È anche il meccanismo di tutte le distopie – da Hunger Games a 1984. In questo senso, questo tipo di fantascienza è simile agli esperimenti in cui una cavia viene nutrita con dosi massicce di un qualche medicinale per vedere che effetto potrebbe avere su un umano che ne consumasse quantità minori su un arco di tempo più lungo. Il risultato è quasi sempre il cancro.

Questo paragone non è mio. L’ho preso dalla prefazione a La mano sinistra delle tenebre, un romanzo del 1969 di Ursula Le Guin. Come quasi tutta la produzione di Le Guin – una scrittrice nata nel 1929 con una trentina di libri pubblicati, e ritenuta nel mondo anglofono una delle massime scrittrici viventi – si tratta, in un certo senso, di un libro di fantascienza: si svolge in un futuro, ci sono le astronavi e gli alieni. Come quasi tutta la produzione di Le Guin, però, non parla né di avventura né di tecnologia, né, in senso stretto, del futuro. 

La mano sinistra delle tenebre racconta la storia di Genly Ai, inviato sul pianeta Gethen per proporre ai suoi governi di unirsi a una federazione. È solo, e non ha armi, né specchietti e lustrini con cui abbagliare gli indigeni. Per la sua missione può contare solo sulla parola.

Ai è in tutto simile a un umano come lo conosciamo, e serve a Le Guin soprattutto perché è un osservatore “normale” del pianeta Gethen, abitato da una specie umanoide i cui individui non hanno un genere definito. Come molti animali, sono sessualmente attivi solo in determinati periodi dell’anno (che chiamano kemmer); come certe piante, il loro genere si determina, di volta in volta, in base agli altri individui in stato di kemmer con cui entrano in contatto in quel momento. A vederli sembrano maschi androgini, vagamente effeminati. Dicono cose come “il re è incinto.”

La mano sinistra delle tenebre è il quarto romanzo di un ciclo che Le Guin porterà avanti per mezzo secolo. L’ambientazione è un futuro in cui una specie umanoide (gli Hain), che si era espansa in mezzo universo prima di autodistruggersi in una catastrofe tecnologica, riprende i contatti con le ex-colonie (fra cui la Terra) per costituire una federazione in nome della pace e della prosperità. Questo ne fa una cosiddetta space opera: una saga-mondo, che potrebbe sembrare simile al ciclo della Fondazione di Asimov o anche a Guerre Stellari.

La somiglianza è solo superficiale: perché – al contrario di tutte le altre space opera, inclusi i due esempi sopra – nel mondo di Le Guin è praticamente assente la guerra. Le navi spaziali trasportano merci e scienziati, più che armi; i grandi progressi tecnologici sono legati soprattutto alla comunicazione intergalattica. La guerra esiste, spesso in potenza; ma anche in quei casi lo scopo dei protagonisti è sventarla prima che vincerla. La specie infinitamente progredita che mira a unificare i pianeti abitati in una federazione non lo fa per aumentare il proprio potere e conquistare l’universo, ma per favorire la pace e lo scambio di idee. Detta così, sembra un mondo utopico e irrealistico, ma questa sensazione è più che altro rivelatoria delle aspettative che abbiamo rispetto alla fantascienza: in fondo, è né più né meno che la natura dell’Unione Europea.

Sbarazzarsi della guerra (con tutto il corollario di spade laser e stelle-della-morte) non significa per Le Guin raffigurare un mondo idilliaco e banale, un pascolo di unicorni: ma raffigurare un mondo in cui i conflitti sono più sfumati e sopiti. Gli schieramenti non si articolano secondo l’opposizione bene-male (spesso congruente a quella umani-alieni), ma nascono da differenze antropologiche o socio-politiche troppo complesse per poter dividere i buoni dai cattivi. È su queste che si concentra la scrittura di Le Guin, con un metodo che – se la fanta-scienza mirava a indagare, proiettivamente, le zone liminali di quest’ultima – potremmo definire fanta-antropologico.

Lo dichiara lei stessa. In un saggio del 1976 intitolato Is gender necessary? Le Guin apre la scatola nera della sua produzione romanzesca, esplicitando i ragionamenti e le tecniche alla base de La mano sinistra delle tenebre. Sono molto poco romanzeschi.

Il libro, scrive, era un “esperimento mentale”, simile a quello concepito dal fisico Erwin Schrödinger. Lo scopo di questo esperimento era “eliminare il genere, e vedere cosa restava. Qualunque cosa fosse rimasta, presumevo, sarebbe stata semplicemente umana: avrebbe definito l’area di sovrapposizione fra l’uomo e la donna”.

Quello che rimane è una società diversa. Non solo per l’assenza degli stereotipi di genere: ma nella sua stessa struttura politica e sociale. Ovviamente non è un mondo tutto pace e bontà: ci sono omicidi, intrighi, conflitti; ma quella che Le Guin vede come “la tendenza femminile all’anarchia”, “la preferenza per la consuetudine rispetto alla legge” produce un sistema decentralizzato, basato più sul controllo fra pari che sull’autorità centrale. Ci sono assassini ma non eserciti.

Lo stesso vale per il ruolo del sesso nella vita quotidiana – che è assente, e anche durante il kemmer non presenta misteri, visto che tutti, ciclicamente, vi assumono entrambi i ruoli. Quella di Gethen è quindi una società in cui non esiste tabù ma neppure stupro (perché biologicamente la sessuazione del kemmer richiede la volontarietà); nessuna interazione fra persone è esplicitamente seduttiva ma tutte sono regolate dall’assunto che chissà – al prossimo kemmer – potrebbe esserlo. Questo le rende ambigue e sfumate, duplici, interessanti.

Queste intuizioni non sono sviluppate diagrammaticamente, come postulati da cui trarre teoremi; Le Guin è la prima a sostenere che “i risultati dell’esperimento sono piuttosto incasinati”, e “se un altro lo ripetesse, sarebbero diversi”. È la parte “fanta” della fantascienza: “Il mio gioco”, scrive, “è il gioco in cui le regole cambiano sempre”. Mostrando la variabilità dei sistemi di valori, sociali e biologici, Le Guin suggerisce modi per relativizzare il nostro, rivelando l’arbitrarietà delle sue regole. Anche quelle possono cambiare.

Le regole cambiano anche per Le Guin. Quindici anni dopo aver scritto Is gender necessary? si è trovata indecisa se pubblicarlo nella sua seconda antologia di saggi, Dancing at the End of the World. Quello scritto – programmatico di un certo tipo di fantascienza, e esemplare di come applicare ragionamenti “alti” di teoria femminista a un prodotto essenzialmente pop – aveva avuto molto successo. Col tempo l’autrice si era trovata a dissentire in misura sempre maggiore dalle proprie idee di un tempo: specialmente quelle che erano citate più spesso.

Invece di riscriverlo o evitarne la ristampa (come fanno spesso gli scrittori cui gli anni hanno dato distanza dalle loro idee), Le Guin lo ripubblica commentato: circostanziando certe prese di posizione che sente come troppo nette, o estremizzandone altre – ad esempio, rimproverando alla sé stessa più giovane di aver usato pronomi maschili per dei personaggi neutri, e concedendosi un lungo excursus sulla storia dei pronomi ambigui nelle lingue germaniche.

La decisione di rendere esplicito il modo in cui le idee cambiano nel corso del tempo, senza la vergogna di “essersi sbagliata” né il bisogno di “correggersi”, sembra suggerire che queste categorie (sbagliato, corretto) non siano poi molto rilevanti. Le idee sono il prodotto di un organo del corpo; è comprensibile, in fondo naturale, che si evolvano con esso. Più che indicarne una, vera a scapito delle altre, Le Guin sembra interessata a mostrare questo processo, a cercare, più che una risposta, una complessità.

Questa tendenza a complicare le cose è particolarmente rilevante quando Le Guin si avvicina al tema della distopia – l’altro baluardo della fantascienza “classica”. Quelli di Anarres, del 1974, è un altro romanzo del ciclo di Hain. Racconta dei rapporti fra due pianeti gemelli, Anarres e Urras: in uno vige un sistema capitalista simile a quello dell’Occidente terrestre, nell’altro un’utopia pauperista – a metà fra l’Unione Sovietica e un convento francescano – fondata da un gruppo di ribelli espatriati secoli prima perché i loro ideali non facessero crollare il sistema.

Fra i due pianeti oscilla il fisico geniale Shevek, bandito dal sistema collettivista perché credeva che la ricerca scientifica dovesse travalicare le distanze ideologiche, e perseguitato nel sistema capitalista perché si rifiuta di mettere le sue scoperte al servizio del denaro e del potere. Alla fine, riuscirà a sfuggire a entrambi i sistemi, condividendo le sue idee con l’umanità e fondando la tecnologia di comunicazione intergalattica alla base dell’unione pacifica che verrà – il romanzo, benché posteriore, nella cronologia del ciclo di Hain è uno dei primi.

Superficialmente, Quelli di Anarres ricorda le tante distopie a cui la fantascienza ci ha abituati – da 1984 a Hunger Games. Ma la sua natura doppia, speculare, indebolisce e al contempo raffina qualunque messaggio politico che se ne possa trarre. 1984 metteva in guardia contro i pericoli del socialismo; non parlava delle alternative (su cui Orwell, nei suoi altri scritti, esprime parecchie perplessità), ma mostrare l’orrore di un totalitarismo è un modo per giustificare implicitamente ogni alternativa, se non altro come minore dei mali. La distopia politica è una finzione a tesi, per quanto la tesi possa limitarsi alla pars destruens, senza dover proporre alternative valide al sistema di cui mostra i limiti.

In Quelli di Anarres – e più in generale nella scrittura di Le Guin – una tesi non c’è: c’è piuttosto una domanda. I due sistemi sociali contrapposti – collocati su due pianeti gemelli che ogni mattina vedono sorgere l’altro nel cielo – si rivelano diversamente ingiusti, specularmente ostili alla libertà e alla gioia, sebbene in modi diversi. Il contrasto riesce a metterne in luce i vantaggi, a chiarire le ragioni per cui un sistema viene percepito come buono o accettabile da chi ne fa parte; ma alla lunga queste ragioni non bastano. Un’analisi simile si presta molto meno a un uso strumentale, ideologico, di un’opera narrativa; d’altro canto, rispecchia in modo più profondo la realtà morale che mira a descrivere. Tutti sanno dove vorrebbero schierarsi nella lotta fra il bene e il male – fra l’Impero e la Ribellione, fra gli umani e i cylon. Nella realtà è più complesso. “La finzione è una metafora”, scrive altrove Le Guin:

La fantascienza è una metafora. Ciò che la distingue da forme di finzione precedenti è il fatto che usa metafore nuove, tratte da alcune forze preponderanti nella vita contemporanea – la scienza, ogni scienza, e la tecnologia, e una prospettiva storica relativista, fra le altre cose. I viaggi nello spazio sono una metafora; anche le società alternative, una biologia alternativa; anche il futuro. Il futuro, nei romanzi, è una metafora.

Una metafora di cosa?

Se avessi saputo dirlo fuor di metafora, non avrei scritto questo romanzo.

Si attribuisce spesso a Philip K. Dick il merito di aver portato a maturità la fantascienza – come Cervantes col romanzo picaresco, come Shelley col gotico, come Moore col fumetto di supereroi: aver preso un genere già codificato espandendone la portata ad abbracciare temi universali. Le Guin (che, curiosamente, è andata a scuola con lui) ha spinto la fantascienza in una direzione diversa da quella di Dick. Entrambi l’hanno usata come strumento euristico, come metodo d’indagine; ma dove lui metteva in scena congetture psicologiche e filosofiche di un’astrazione vertiginosa, lei preferiva esplorare questioni più sporche e sfumate, legate alla politica e alla società.

Dick è stato giustamente celebrato, anche grazie a una serie di versioni cinematografiche che non sempre rendevano giustizia alla complessità dei suoi interessi. Vonnegut ha scritto che nei suoi romanzi evitava di inserire storie d’amore perché altrimenti avrebbero cancellato tutto il resto; è quello che, in qualche modo, è successo a Dick con le trame d’azione e d’avventura, su cui spesso vengono appiattite le vette di astrazione dei suoi scritti. Minority Report era molto più vasto di un thriller; Blade Runner (cioè il romanzo da cui è tratto, Gli androidi sognano pecore elettriche?) era ben più profondo di un poliziottesco. L'uomo nell'alto castello univa alla fanta-storia una riflessione sul caso e sul destino, legata all’I-Ching, che la trasposizione in serie TV non è riuscita a catturare appieno.

In qualche modo queste riduzioni sono inevitabili – per come è la fantascienza oggi, per ciò che ci aspettiamo da essa: e cioè, in larga misura, spade laser e viaggi spaziali. Allo stesso modo, i lettori di romanzi gotici hanno passato decenni ad aspettarsi spettri e castelli prima di essere pronti per Frankestein. La fantascienza sta tornando, e dal mio punto di vista è un’ottima cosa. Fra un po’ – un’avventura galattica dopo l’altra – saremo di nuovo pronti per Ursula Le Guin.

 

*Photo credit: Marian Wood Kolisch

l'autore
Vincenzo Latronico

Vincenzo Latronico ha pubblicato tre romanzi con Bompiani e un libro di viaggi con Quodlibet Humboldt. Lavora come traduttore e scrive regolarmente per IL - Il Sole 24 Ore, Studio e frieze. Vive a Milano.