Perché Google rischia di fare la fine di Yahoo

Perché Google rischia di fare la fine di Yahoo

28.09.2017 | Un colosso da 100 miliardi di dollari può entrare in crisi? Sì, soprattutto se gli avversari sono un passo avanti.

Affermare che Google possa entrare in crisi suscita reazioni tra l’incredulo e il ridicolo: come può un colosso che è il simbolo stesso della Silicon Valley e che ogni anno fattura quasi 100 miliardi di dollari ritrovarsi in difficoltà? Eppure, a ben guardare, alcuni segnali che giungono da Mountain View sono decisamente preoccupanti; soprattutto se si considera come un rivale in particolare, che sarà svelato tra poco ma che più o meno tutti possono immaginare, si stia muovendo a velocità sempre crescente proprio nei settori fondamentali per la creatura di Sergey Brin e Larry Page.

La prima crepa nel finora eccezionale modello di business di Google e della sua compagnia madre Alphabet si nota osservando come, nonostante gli ingenti investimenti nel campo dell’intelligenza artificiale e le scommesse a lungo termine (auto autonome, ecc.), ancora oggi l’85% degli introiti derivi dalla sola pubblicità online. Per la precisione: dei 24,5 miliardi di dollari messi in cascina nella prima trimestrale del 2017, 17 miliardi derivano dalla pubblicità sulle “Google properties” (in primis, il motore di ricerca e Maps) e 4 dai “network members” che utilizzano gli strumenti di Google per la pubblicità. Il totale degli introiti derivanti dalla pubblicità online, quindi, è di 21 miliardi su 24,5.

Il modello di business della società di Mountain View si regge quasi interamente sulla pubblicità; un modello che ha garantito una crescita costante ma che oggi inizia a mostrare la corda, soprattutto visto che i guadagni che Google mette a segno per ogni singolo click che viene effettuato sulle sue pubblicità continuano a scendere, calando addirittura del 23% nell’ultimo trimestre. Per il momento, questo calo è stato sempre compensato dalla crescita nel numero dei click, ma per quanto potrà ancora durare?

Il costante passaggio dell’utenza dai computer al mobile rischia di mettere ancora più in difficoltà Google, dal momento che su smartphone e tablet, per ovvie ragioni, il numero di pubblicità che si possono mostrare è decisamente inferiore; senza contare il fatto che anche su mobile sempre più utenti fanno uso di adblocker che impediscono alle pubblicità di comparire. Per la precisione, il 16% degli utenti globali usa degli adblocker su smartphone; percentuale che, per quanto riguarda laptop e desktop, sale attorno al 25% in mercati fondamentali come gli Stati Uniti e l’Europa occidentale.

 

Le ricerche degli utenti che fanno shopping online si stanno spostando: da Google in direzione Amazon

Da questo punto di vista, la decisione di Google di inserire un adblocker direttamente in Chrome, permettendo però agli annunci considerati accettabili dalla “Coalition for better ads” di superare il filtro, rischia soltanto di espandere ulteriormente la conoscenza tra gli utenti degli strumenti per bloccare le pubblicità, non solo quelle fastidiose. Se non bastasse, la Apple offre da un paio d’anni la possibilità di installare adblocker su iPhone e iPad; un colpo basso per Google, che ricava il 75% dei suoi introiti da mobile proprio dai dispositivi iOs.

Quindi: i singoli click portano sempre meno guadagni, mentre per il futuro si può prevedere che l’aumento nel numero di click arrivi a un tetto massimo oppure cominci addirittura a scendere, per via del sempre più diffuso utilizzo di adblocker. Non è tutto: perché le ricerche più importanti per Google (vale a dire quelle relative all’acquisto di prodotti) avvengono sempre meno sul suo motore di ricerca.

Cosa significa? Che quando una persona vuole cercare un nuovo taglierbe, per fare un esempio, non parte più da Google, bensì da Amazon. Stando ai dati forniti, la percentuale di persone che, per cercare un oggetto da acquistare online, parte da Google è scesa dal 55% del 2014 al 26% del 2016. Contestualmente, chi parte da Amazon è passato dal 38% al 52%. A guidare le fila di questo passaggio, peraltro, è la generazione che sta tra i 18 e i 29 anni; un segmento fondamentale.

Ovviamente, Google è consapevole di tutto ciò; così com’è consapevole che non può basare tutto il suo modello di business su pubblicità sempre meno sopportate dagli utenti, cliccate dallo 0,06% dei visitatori, delle quali non si fida il 54% e che sono considerate semplicemente intollerabili dal 33% degli utenti. Inoltre, la metà esatta dei click sulle pubblicità si stima che vengano fatti per sbaglio; e quindi non forniscono indicazioni utili in termini di profilazione dell’utente.

 

Il mercato del cloud è dominato da? La risposta è sempre la stessa.

È proprio la consapevolezza dei limiti strutturali del modello che fino a oggi ha consentito a Google di occupare una posizione dominante ad aver convinto Mountain View a iniziare un lavoro strategico per cambiare le carte in tavola. Un lavoro che si può sintetizzare con due parole: intelligenza artificiale. I grandi passi avanti compiuti da Google Translate; gli investimenti nelle auto autonome e ovviamente il lancio dell’assistente virtuale Google Home sono tutti i segnali che mostrano come si stia andando in questa direzione.

Ma, anche in questo caso, c’è un problema: Google Home non è infatti l’unico assistente virtuale in circolazione. Per la verità, il più noto e diffuso ha un nome ben noto: Amazon Echo, dotato del software Alexa. A differenza di Google – che non sa bene come fare soldi con gli assistenti virtuali, tanto più che non possono mostrare gli annunci pubblicitari – Echo è una macchina perfetta per Amazon: ogni volta che aiuta qualcuno a compiere acquisti permette al colosso di Jeff Bezos di fare soldi. Come ha scritto il Guardian, il vantaggio di Amazon in questo settore “si sta facendo minaccioso”.

E che dire allora del cloud? Per quanto si tratti di un settore in espansione, per il momento Google ha conquistato solo il 5% di questo mercato. Indovinate chi invece ne possiede il 34%? Amazon. Che col suo Amazon Web Services sta da tempo dominando il mercato. Davanti a Google, peraltro, si trovano anche Microsoft (11%) e IBM (8%).

In definitiva, le pubblicità rischiano di essere un business col fiato corto e comunque le ricerche più importanti si stanno spostando su Amazon; nel campo dell’intelligenza artificiale è in vantaggio Amazon e anche per il cloud è sempre Amazon a dominare e crescere. Amazon, Amazon, Amazon. Sintesi della situazione? Immaginare che il colosso guidato da Bezos possa fare a Google ciò che Google ha fatto a Yahoo non è al di là di ogni immaginazione. Anzi.

 
l'autore
Le Macchine Volanti