Octobot, il primo robot morbido

Octobot, il primo robot morbido

02.02.2017 | Un team di ricercatori di Harvard ha sviluppato una macchina a forma di polpo completamente priva di parti rigide.

Octobot è un robot grande come il palmo di una mano, ma secondo i ricercatori che l’hanno creato potrebbe rivoluzionare il mondo della robotica. La consistenza soffice e la forma tentacolare ricalcano quelle di un polpo, in inglese octopus appunto. Per ora è solo un prototipo sviluppato al Wyss Institute for Biologically Inspired Engineering dell’Università di Harvard, tuttavia pare destinato a entrare nella storia della robotica. Si tratta del primo robot completamente autonomo fatto senza alcuna componente rigida, batterie e chip compresi. Oltre a essere soffice al tatto, è alimentato da reazioni chimiche e si muove senza essere collegato a un computer, caratteristiche che aprono la strada a una nuova generazione di robot e a nuove forme di interazione con gli umani.

All’interno del suo corpo ci sono due piccoli serbatoi pieni di perossido di idrogeno, il carburante che lo alimenta e ne permette il movimento. Il liquido scorre attraverso i sottili tubi che si trovano dentro Octobot per entrare in contatto con il platino, che grazie a una reazione chimica trasforma il perossido di idrogeno in gas. La sostanza gassosa, sotto pressione, si espande e attraverso un chip microfluidico gonfia i tentacoli del bot facendolo muovere un po’ come se stesse ballando, prima la metà destra e poi la metà sinistra del corpo. Basta una piccola quantità di perossido di idrogeno liquido per generare una grande quantità di gas: un millilitro di combustibile garantisce a Octobot un’autonomia di circa di otto minuti.

 

Esplosa negli anni ’80, la microfluidica è un campo di ricerca che abbraccia discipline come l’ingegneria, la fisica, la chimica e le nanotecnologie, e si occupa dei sistemi di controllo e manipolazione di piccole quantità di liquidi. Secondo Ryan Truby, ricercatore e co-autore del paper di ricerca pubblicato su Nature, “l’intero sistema è semplice da fabbricare”. Grazie a soft-litografia e stampa 3D infatti, le componenti vengono prodotte rapidamente in laboratorio. Prima viene inserito il chip microfluidico nella forma scelta – il polpo – poi viene coperto con un composto di silicone, infine viene usata la stampante 3D per iniettare il platino necessario a produrre la reazione chimica che ne determina il movimento. La facilità di assemblaggio permette di azzardare figure dal design più complesso, il prossimo obiettivo del team è infatti un bot che possa nuotare e interagire con l’ambiente in cui si trova.

Il progetto è molto ambizioso: oltre a Wyss Institute, la ricerca è stata supportata dalla National Science Foundation attraverso il Materials Research Science and Engineering Center di Harvard. Dal punto di vista dei materiali, Octobot non rappresenta una novità – è fatto di sostanze che la maggior parte dei laboratori microfluidici hanno a disposizione – tuttavia per arrivare alla giusta ricetta sono stati necessari trecento tentativi. La mission del Wyss Institute è infatti sviluppare bioinspired technologies, prodotti pionieristici utilizzabili in ambito terapeutico e diagnostico, ma l’istituto lavora anche alla trasformazione di queste tecnologie in prodotti commerciali a grande impatto nel breve termine.

 

Foto di copertina: Lori Sanders

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