Musica per algoritmi

Musica per algoritmi

20.02.2017 | Brian Eno ha stravolto le regole della musica: Reflection è un album infinito, sempre diverso e scritto da un software.

Un'opera d'arte non finisce mai, scrivevamo qualche mese fa. Ma ci siamo dimenticati di aggiungere una postilla: non è detto che ad aggiornarla sia per forza un essere umano. A ricordarcelo è stato Reflection, il nuovo album di Brian Eno, che il 1° gennaio ha dato il benvenuto al 2017. Una riflessione sonora che si propaga in un continuo gioco di specchi: un'opera d'arte – ideata da un uomo e realizzata da un algoritmo – che non finisce quando alzi la puntina dal giradischi o spegni Spotify. Ne genera invece altre.

Potenzialmente, infinite altre. A chi non conosce Brian Eno o non ha molta dimestichezza con il genere ambient, Reflection si presenta subito come un oggetto bizzarro. Un'unica traccia da 54 minuti, note che sgocciolano con l'imperturbabile cadenza del ghiaccio che si scioglie al sole di fine inverno: senza una precisa struttura ritmica, una melodia riconoscibile, un ritornello che sgomiti nella coda della nostra attenzione. Mercanzia aliena, distante anni luce dall'idea stessa di pop. Tuttavia, mercanzia che da tempo appare periodicamente sul banco dell'artista britannico. A Brian Eno si deve infatti la paternità del genere ambient: da quando – vuole la leggenda – annoiato da ciò che sentiva nella sala d'aspetto dell'aeroporto di Colonia decise di comporre la sua Music for Airports (1978).

Nascosta nei pochi grammi di un dispositivo mobile, la app di Reflection è concepita per produrre davvero merce aliena: un album mai uguale a se stesso

Anche per i suoi standard, però, Reflection è qualcosa di diverso. Qualcosa che pur traendo origine da schemi già sperimentati in passato, si riverbera oltre i confini del futuro, alleggerito e dilatato dalla natura del digitale. Reflection non è solo un disco di 54 minuti, stampato su un rassicurante vinile dalla Warp Records o diffuso attraverso i canali dello streaming. Ne esiste anche una versione alternativa, un'applicazione per dispositivi iOS, che prova a spingere un pochino più in là, oltre le colonne d'Ercole dello spaziotempo analogico, la navicella della creatività. Nascosta nei pochi grammi di un dispositivo mobile, la app di Reflection è concepita per produrre davvero merce aliena: un album mai uguale a se stesso. Un'entità che muta a seconda degli orari della giornata, del momento in cui premi il tasto play, di quello in cui ordini lo stop. Senza inizio, senza fine, senza porsi il problema di rispettare i 54 minuti d'ordinanza.

Immagine generata automaticamente dalla app di Reflection.

Per capire come sia possibile, bisogna tornare un attimo al processo seguito da Brian Eno per creare la matrice originale. Da quanto ci è stato raccontato, per Reflection l'autore ha svestito i panni del musicista/compositore, indossando quelli dello scienziato/sviluppatore. Anche da questo punto di vista, nulla di totalmente rivoluzionario: Eno ha spesso ripetuto di non sentirsi un musicista. Tuttavia, a suo modo lo è sempre stato. Come autore, co-autore o produttore, ha partecipato alla genesi di capolavori oggi inseriti nel canone rock classico: la trilogia berlinese di David Bowie, la collaborazione con David Byrne e i Talking Heads, il poker di album che ha fatto decollare la carriera degli U2 e molto altro ancora. Magari non era lui a scrivere le note sul pentagramma o a trovare il ritornello giusto, ma premendo bottoni, girando manopole, pennellando sfumature e inventando nuove prospettive, dal suo mixer uscivano comunque quelle che oggi riconosciamo come canzoni normali. Anche normalissime, se pensiamo a quelle prodotte per i Coldplay.

Reflection è altro, persino rispetto a Music for Airports. Reflection non è un pianoforte esplorato al rallentatore. Reflection è codice che si fa musica. Ripetendo e aggiornando i modelli della musica generativa (anche questi già esplorati negli anni più recenti), Eno ha scritto il software, definendo le regole del gioco. Quindi ha invitato la macchina a produrre la musica, infine è intervenuto per raffinare il prodotto grezzo: forse ha spostato qualche nota e ha calibrato le sonorità (chiaramente sintetiche, anche questo è un manifesto), di certo ha stabilito una lunghezza artificiale (i 54 minuti), ha impacchettato la traccia e l'ha spedita alla Warp, perché da lì arrivasse alle nostre orecchie bisognose di un prodotto finito. Ma quest'ultima parte è una forzatura: se deve limitarsi a creare un'ora di musica sempre uguale a se stessa, un algoritmo è sprecato. La sua potenzialità di riproducibilità va oltre a quella meccanica/analogica: l'algoritmo può andare avanti all'infinito. Da qui, l'idea della app per gli smartphone. Effimero fuoco d'artificio o antipasto di un'ennesima disruption?

Brian Eno non è il primo o l'unico scienziato pazzo che cerca di insegnare a un computer a creare vita musicale. A partire dagli anni '80 gli esempi sono numerosi e oggi si stanno vieppiù moltiplicando, sospinti dall'impetuosa avanzata dell'intelligenza artificiale. Anche i big della Silicon Valley, per esempio Google con il progetto Magenta, hanno mostrato un certo interesse. Tra i più accreditati aspiranti al titolo di padre della computer-generated music c'è David Cope, un compositore/informatico/professore universitario californiano – oggi in pensione – che dal 1981 sviluppa software in grado di scrivere musica inedita ispirandosi a modelli classici: Bach, Mozart, Rachmaninov. Si dice che un giorno, già negli anni '90, Cope si rivolse alla sua creatura prediletta e le chiese: “Emmy (il nomignolo assegnato al software), scrivimi 5000 corali simili a quelle di Bach”. Quindi uscì per fare qualche commissione. Al suo rientro, le corali lo attendevano sul computer.

A quel punto, Cope spense la macchina. Emmy avrebbe potuto continuare a produrre nuovi spartiti: centomila, un milione, un miliardo di variazioni. Ma il suo artefice preferì terminarla, dedicandosi a un nuovo software che componesse qualcosa di diverso: una musica meno torrenziale e più complessa, raffinata, autoriale. Qualcosa che non derivasse più da un unico compositore, ma che miscelasse diversi stili fino a trovarne uno suo. Qualcosa che non ci avrebbe annichilito con la portata dei suoi numeri, ma per cui forse avremmo potuto provare anche un po' di empatia umana.

Che senso ha per un algoritmo-compositore scrivere due dischi che su Spotify appaiono del tutto identici? Perché costringere un algoritmo a sottomettersi all'inizio e alla fine? E perché dargli un nome di persona?

A Emmy successe così Emily Howell, di cui si trovano online due album: From Darkness Light (2010) e Breathless (2012). Eppure, ascoltandoli-guardandoli-consumandoli, la magia si fa sfumata. Che senso ha per un algoritmo-compositore scrivere due dischi che su Spotify appaiono del tutto identici – per forma, lunghezza, anno di confezione, numero di tracce, sapore – a quelli prodotti da noi esseri umani? Perché limitarsi a tagliare 46, 54, 90 o anche 200 minuti di suoni? Perché costringere un algoritmo a sottomettersi all'inizio e alla fine? E perché dargli un nome di persona? Sfuggendo alla gabbia che lui stesso aveva costruito per Emmy (la condanna all'imitazione eterna di Bach), Cope ne aveva inventata un'altra per Emily Howell.

Da questo punto di vista, l'applicazione di Reflection di Brian Eno sembra rappresentare un passo avanti in una direzione di inquietante bellezza. Se il medium è il messaggio, come ci insegnava McLuhan quando Internet era ancora solo un progetto del Pentagono in funzione antisovietica, il medium digitale è un messaggio che evita il tranello della crisi di identità solo se gli è concesso di esprimersi all'infinito. Chiave dell'intelligenza artificiale e delle moderne tecniche di machine learning sarà proprio quella di trasformare questo anonimo incessante ciclo (ri)produttivo in una forma di identità espressiva. Dalla fotocopia alla tecnocoscienza d'autore.

Una Emily Howell a cui sia permesso di diventare Reflection, senza dover per forza copiare Bach. La direzione scelta da Brian Eno nel suo ultimo album/app – i terreni eterei dell'ambient, slegati a qualsiasi esigenza di orecchiabilità e di formalismo del mainstream pop – sembra la più idonea per spingere al massimo questo tipo di esperimenti. Chiedere a un'intelligenza musicale artificiale di scrivere un'ipotetica canzone che ricorda i Beatles o di comporre una possibile decima sinfonia di Beethoven, è mero folklore tecnologico a scopi circensi, mediatici, da servizio di quaranta secondi alla fine del tg della sera. Diverso – per potenziale scoperta e invenzione di nuovi universi artistici – è lasciare che l'algoritmo esplori terreni che nemmeno il suo demiurgo conosce al 100%. Non sappiamo se questo sia il caso di Reflection, perché non sappiamo cosa ci sia scritto nella scatola nera di Reflection: la maledetta opacità del digitale. Ma l'approccio sembra quello più interessante.

Un possibile freno naturalmente siamo noi: the people. L'essere umano Luca Castelli – per esempio – si diverte molto a riflettere e a scrivere lunghi articoli su questi temi, ma è altrettanto contento che Brian Eno non si sia limitato a far di Reflection solo una app per iPhone. Adora quel lungo trailer di 54 minuti: lo ascolta da inizio anno, ne riceve vibrazioni di serena positività, non sente l'esigenza di altro. Preferisce rimanere a scrutare l'orizzonte dal molo del porto. Probabilmente, anche all'essere umano Brian Eno non dispiace la presenza di qualche ormeggio con la tradizione. In questo modo, mantiene il controllo della sua opera, ne rimane il padre riconosciuto, forse finirà anche nelle classifiche dei migliori dischi del 2017, per la gioia dell'ego e del conto in banca. Più in generale, è per l'intera industria dei contenuti – compresa quella più avventurosa in materia digitale – che conviene ancora che Reflection sia anche un album tradizionale.

Ma, appunto, rimaniamo nel campo delle preoccupazioni in carne e ossa: un po' economiche, un po' psicologiche. Per quanto sembri un'idea assurda, se proviamo a indossare i panni dell'algoritmo-compositore, scopriamo che tutti questi discorsi non solo altro che limitazioni. Paletti che gli impediscono di esprimere tutte le sue potenzialità: lo riducono a un labirinto di Shining quando potrebbe essere il giardino dei sentieri che si biforcano di Borges. Noi non riusciamo a concepire una musica davvero borgesiana, forse l'idea ci spaventa anche un po'. I tormentoni estivi in fondo sono rassicuranti; la presenza di una mente e di mani umane dietro a uno strumento lo è ancor di più. Forse inizieremmo ad accettarla se non la immaginassimo come qualcosa che viene a sostituire la colonna sonora a cui siamo abituati: se pensassimo all'ipotesi di opere algoritmiche infinite come a qualcosa di radicalmente diverso, un po' come il linguaggio impossibile degli ectapodi di Arrival. L'ipotesi dell'ancora inconcepito.

Si prospettano anni molto interessanti, non solo dal punto di vista speculativo. Come in molti altri aspetti della vita e della società, anche nella musica siamo ormai in piena interazione/collisione tra una dimensione dalle potenzialità generative immense (il digitale) e un organismo a cui la natura ha regalato superpoteri, ma pur sempre legati a confini fisici (l'umano). Provate a confrontare questo articolo con il precedente sull'arte infinita: paragonate gli anni impiegati da Alessandro Manzoni per pubblicare tre versioni de I promessi sposi, i giorni necessari a Kanye West per mutar forma a The Life of Pablo e le innumerevoli Reflection(s) che si sarebbero potute sprigionare dall'algoritmo di Eno nei pochi minuti che avete impiegato a leggere questo testo. La differenza di scala annichilisce. Ipotizzate un neologismo in cui quantità e qualità diventino una cosa sola. Ci troviamo davvero di fronte a un oceano: chissà quanti tesori nasconde, chissà a quanti kraken bisognerà sopravvivere per poterli raggiungere.

l'autore
Luca Castelli

Luca Castelli è nato a Torino e dalla fine degli anni '90 scrive di musica, cultura e tecnologia. Nel 2009 ha pubblicato La musica liberata (storia dei dieci anni che hanno trasformato la produzione, distribuzione e il consumo musicale). Cura il blog DigitaMusica su LaStampa.it e tiene corsi di giornalismo e scritture digitali per la Scuola Holden.