L'utopia della e-democracy

L'utopia della e-democracy

06.04.2017 | La tecnologia promette di salvare la democrazia e restituire il potere al popolo. A patto che sia connesso a internet.

Come disse Kent Brockman, il giornalista tv dei Simpson, “la democrazia, semplicemente, non funziona”. In seguito alla vittoria di Donald Trump, in effetti, i difetti della democrazia sono stati dibattuti un po’ ovunque: si è messo in discussione il suffragio universale e si sono immaginati metodi (come i test di educazione civica da superare per conquistare l’accesso alle urne) che consentano di votare solo alle persone più preparate, allo scopo di impedire che… Beh, che uno come Donald Trump vinca le elezioni.

Le soluzioni che limitano l’accesso alle urne pongono però ostacoli insormontabili: se solo i più istruiti, i più informati e i più attenti avessero il potere di decidere i rappresentanti politici, ci sarebbe comunque qualcuno che si occupa dei problemi e dei diritti delle persone meno istruite, meno informate e meno attente alla cosa pubblica? Il punto, allora, potrebbe non essere l'eliminazione del suffragio universale mantenendo la democrazia rappresentativa (la forma più comune di democrazia, in cui si vota per scegliere i rappresentanti che siedono in Parlamento); ma forse mantenere il suffragio universale in una democrazia non più rappresentativa.

Ma perché dovremmo cambiare forma di democrazia? I problemi emersi col passare dei decenni sono parecchi: rappresentanti che fanno campagne elettorali basate su promesse che sanno già di non poter mantenere, lobby in grado di influenzare pesantemente il varo delle leggi, parlamentari che cambiano partito voltando le spalle, di fatto, alle persone che li hanno eletti (ma vietare loro di “cambiare casacca” sarebbe ancora peggio) e una quantità di altri limiti che è inutile enunciare. Anche perché, da questo punto di vista, c’è un solo dato che conta: negli Stati Uniti, la fiducia nei confronti del congresso è passata, nel corso di 60 anni, dal 73 all’11%. Anche in Italia la fiducia nei confronti del parlamento è all’11%, mentre quella nei confronti dei partiti è pari al 6%.

Nelle società contemporanee le questioni da affrontare possono essere molto, molto complesse. Avrebbe senso chiedere a tutti i cittadini di esprimersi sulle regolamentazioni nel campo dell’ingegneria aeronautica?

C’è bisogno di altri dati per affermare che la democrazia rappresentativa attraversa un grave periodo di crisi, che spalanca le porte a movimenti populisti ed estremi che, a loro volta, accusano i partiti più moderati di fare gli interessi dell’establishment? Il punto allora è capire come salvare la democrazia, il suffragio universale e restituire voce ai cittadini. E forse la strada passa dalla progettazione e implementazione su vasta scala di piattaforme tecnologiche – sulle quali puntano molto i partiti tecno-entuasiasti come il Movimento 5 Stelle o, in nord Europa, il Partito dei Pirati – in grado di gestire vaste votazioni rendendo possibile il passaggio dalla democrazia rappresentativa a quella diretta.

Il concetto di democrazia diretta richiama subito alla mente l’Atene dell’antica Grecia, in cui tutti i cittadini (esclusi donne e schiavi, che non avevano il titolo di cittadini) si riunivano in assemblee deliberative che consentivano loro di votare su ogni materia in discussione. In linea teorica, la democrazia diretta sembra essere la soluzione ideale anche oggi: la tecnologia renderebbe infatti possibile la sua applicazione nelle vaste nazioni moderne, permettendo a tutti i cittadini di votare nel loro esclusivo interesse direttamente da casa.

Il problema, però, è che nelle società contemporanee le questioni da affrontare possono essere molto, molto complesse. Avrebbe senso, per esempio, chiedere a tutti i cittadini di esprimersi sul tema delle regolamentazioni nel campo dell’ingegneria aeronautica? Ovviamente, no; alcuni settori richiedono competenze troppo specifiche per consentire a chiunque di votare (i rappresentanti in Parlamento si fanno infatti supportare da apposite commissioni di esperti).

 

La soluzione, allora, potrebbe passare dalla via di mezzo immaginata, tra gli altri, dallo scienziato informatico Bryan Ford, che guida il laboratorio Decentralized/Distributed Systems di Yale. Nei primissimi anni Duemila, Ford ha iniziato a immaginare la “democrazia delegativa”, anche nota come “democrazia liquida” (che gode di un’ampia voce su Wikipedia): invece di chiedere a ogni singolo cittadino di votare sempre su ogni singolo tema (come nella democrazia diretta), si offre anche l’opzione di delegare il voto a chi si ritiene competente in materia. A differenza di un tipico rappresentante, però, questa persona può essere cambiata ogni volta che si deve votare. Quindi: se vi sentite preparati sull’argomento votate voi stessi; altrimenti, potete affidare il vostro voto a un delegato.

La ragione per cui solo negli ultimi anni si è cominciato a teorizzare un sistema di questo tipo è semplice: prima della diffusione di internet e della nascita di piattaforme gestionali informatiche non sarebbe mai stato possibile mettere in piedi un’organizzazione di questo tipo. Adesso, invece, gli strumenti sono tutti già disponibili: dall’applicazione australiana Flux (attraverso la quale gli elettori possono indicare al loro rappresentante in Parlamento come votare su determinate materie), a Sovereign (creata dalla ong Democracy Earth, nonché la prima a includere la possibilità di delegare i voti); dall’esperimento svedese Demoex (che permetteva ai cittadini di commentare e votare sui temi locali), fino alla più nota LiquidFeedback.

La salvezza della cosa pubblica, quindi, sembrerebbe passare dall’utilizzo di piattaforme tecnologiche che rendono possibile la democrazia liquida (o delegativa, che dir si voglia). E come la mettiamo con i problemi di cybersecurity, gli hacker e le possibili intrusioni nel sistema? La start-up australiana XO.1, la stessa che ha dato vita alla piattaforma Flux, è convinta di poter risolvere il problema grazie alla blockchain, il registro distribuito e virtuale alla base dei bitcoin: sfruttando questa tecnologia, spiegano gli ideatori, sarebbe impossibile manomettere le votazioni e intrufolarsi nel sistema. Inoltre, la crittografia della blockchain garantirebbe l’anonimato del voto, consentendo al contempo di verificare che tutti i voti provengano da persone che ne hanno effettivamente diritto

 

Non è tutto: nei progetti di XO.1, la verifica della correttezza delle votazioni sarebbe affidata a un ente terzo indipendente (aspetto che in effetti è assente in Rousseau, la piattaforma del Movimento 5 Stelle), mentre gli elettori dovrebbero avere a disposizione un pin “anti-coercizione” attraverso il quale segnalare alla app se qualcuno sta costringendo a votare in un certo modo.

Piattaforme tecnologiche per organizzare il voto o scegliere i delegati; blockchain per aumentare la sicurezza e impedire usi impropri delle applicazioni elettorali. La democrazia si può salvare così? In verità, rimane ancora un problema da superare: il rischio che ci sia un’eccessiva concentrazione dei delegati. Se gli elettori possono scegliere chi voterà per conto loro, infatti, c’è la possibilità che tutti scelgano di delegare il voto alle personalità più note in un determinato campo, relegando il potere decisionale a un numero troppo limitato di persone.

Secondo Bryan Ford, questo problema si può risolvere semplicemente, dando la possibilità agli elettori di delegare più persone invece che una sola, consentendo così di distribuire maggiormente i voti. A questo punto, non resta che superare un ultimo ostacolo: convincere chi oggi detiene il potere politico a rinunciarvi e a consegnare le chiavi della cosa pubblica a piattaforme tecnologiche che consentano ai cittadini di aumentare esponenzialmente il loro potere. E questo potrebbe dimostrarsi un ostacolo davvero insuperabile.

 
l'autore
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