Le conseguenze ignote del cambiamento climatico

Le conseguenze ignote del cambiamento climatico

14.09.2017 | I danni del riscaldamento globale non si limitano all’ambiente. E rischiano di rendere il pianeta sempre più violento.

Come cambierà davvero il nostro pianeta in seguito al cambiamento climatico causato dal costante aumento di emissioni che alimentano l’effetto serra e di conseguenza il riscaldamento globale? Solitamente, si fa riferimento alle devastanti conseguenze immediate che già adesso si stanno verificando sotto gli occhi di tutti e che nel futuro – a meno di drastiche inversioni di rotta – continueranno a peggiorare: “Le calotte polari si sciolgono e cresce il livello dei mari. In alcune regioni i fenomeni meteorologici estremi e le precipitazioni sono sempre più diffusi, mentre altre sono colpite da siccità e ondate di calore senza precedenti”, si legge sul sito della Commissione Europea.

“La combinazione di questi fenomeni fa aumentare il livello dei mari, causando alluvioni e fenomeni di erosione lungo le regioni costiere basse. Le forti precipitazioni e altri eventi climatici estremi stanno diventando sempre più frequenti, causando inondazioni e la progressiva carenza di risorse idriche. Il Mediterraneo si sta trasformando in una regione arida, il che lo rende ancora più vulnerabile di fronte alla siccità e agli incendi boschivi”, prosegue il report. Oltre all’uomo, ovviamente, le grandi vittime dei cambiamenti sono le specie selvatiche: “Alcune specie vegetali e animali saranno esposte a un maggior rischio di estinzione se la temperatura media mondiale continua ad aumentare in maniera incontrollata”.

Nonostante le voci che negano il cambiamento climatico stesso e la decisione di Donald Trump di ritirare gli USA dagli accordi di Parigi, le conseguenze del riscaldamento climatico si stanno verificando già da parecchio tempo: tra il 1980 e il 2011 le alluvioni hanno colpito più di 5,5 milioni di persone e provocato perdite economiche dirette per oltre 90 miliardi di euro; e negli anni seguenti – come stiamo vedendo proprio in questi giorni – la situazione non è certo migliorata.

Le catastrofi climatiche e i danni immediati che queste provocano non sono però le uniche conseguenze del riscaldamento globale: ci sono conseguenze altrettanto, se non più, importanti di cui si parla molto meno e che rischiano di cambiare non solo l’ambiente del nostro pianeta, ma anche la società; colpendo per primi i paesi più poveri, aumentando ulteriormente le diseguaglianze e rendendo la Terra vittima di conflitti sempre più numerosi. Ciò è dovuto a una serie di reazioni a catena scatenate dal global warming, che secondo alcuni accademici hanno già iniziato a verificarsi: “Se il cambiamento climatico continuerà senza venire interrotto, la produzione economica globale scenderà del 23% entro la fine del secolo. Le ricerche dimostrano come la produzione declini universalmente nel momento in cui la temperatura media annuale supera i 13°”, si legge sulla MIT Tech Review. “La produttività, le performance lavorative e il raccolto agricolo scendono all’alzarsi delle temperature. Sorprendentemente, una volta superata quella soglia il declino avviene sia nei paesi poveri che in quelli ricchi, indipendentemente dal fatto che l’economia dipenda dall’agricoltura o da altri settori”.

 

L'aumento di inondazioni, tempeste e siccità negli ultimi decenni, in contemporanea con l'aumento delle temperature (fonte: COP 15)

Il che, comunque, non significa che i danni saranno di uguale entità, anzi: dal momento che i paesi più poveri tendono a essere già oggi i più caldi, saranno anche quelli che sentiranno prima, e maggiormente, l’impatto. Secondo Solomon Hsiang, economista di Berkeley, si tratterà della “più grande redistribuzione di ricchezza della storia”. Una redistribuzione al contrario, però: che penalizzerà ulteriormente i poveri per avvantaggiare i ricchi. Se le economie di Cina, India e Sud America ne soffriranno; i paesi del Canada, dell’Europa Occidentale e della Russia potrebbero inizialmente addirittura beneficiarne.

L’agricoltura, ovviamente, sarà uno dei settori più colpiti; soprattutto nelle regioni che stanno rapidamente diventando sempre più aride, com’è il caso della (ex?) Mezzaluna Fertile. A partire dall’inverno 2006, l’area della Siria del nord ha subito tre anni di siccità, la più grave mai registrata. Questa difficile condizione spinse oltre un milione e mezzo di persone a migrare nei centri urbani per trovare lavoro in settori meno colpiti dalla siccità; un numero esorbitante di ex lavoratori rurali si andò così a unire al milione di rifugiati iracheni che già avevano aumentato notevolmente la densità demografica di alcune aree. La conseguenza fu una crescita della criminalità, il sovraffollamento di una zona con infrastrutture non adeguate e una scarsa capacità delle autorità di far fronte alla situazione.

Quanto avvenuto in Siria – la migrazione forzata dalle campagne ai centri urbani – è qualcosa che potrebbe verificarsi con sempre maggiore frequenza in moltissime aree del mondo: campagne abbandonate a causa dell’aridità, minori raccolti, sovraffollamento delle aree più periferiche delle città, tensioni crescenti, scarso igiene e incapacità delle autorità di affrontare questo contesto. Ovviamente, il fatto che tutto ciò sia avvenuto proprio in Siria, alimenta il dubbio che questa dinamica abbia avuto un ruolo nello scatenare il conflitto. È possibile? “Il cambiamento climatico potrebbe esacerbare le principali cause delle guerre civili, che includono diseguaglianza, povertà e scarsa governance delle autorità; e quindi causare indirettamente instabilità in alcuni paesi”, spiega Halvard Buhaug del Peace Research Institute di Oslo sempre alla Tech Review dell’MIT.

 

Secondo alcuni accademici, in verità, questo schema si è già verificato nel passato: la guerra civile in Sudan, iniziata nel 2003, potrebbe essere stata causata anche dal cambiamento climatico; mentre il già citato Hsiang aveva notato nel 2011 come la probabilità che scoppiassero  guerre civili nei Tropici raddoppiasse negli anni in cui El Nino – un fenomeno climatico periodico che provoca un forte riscaldamento delle acque dell'Oceano Pacifico Centro-Meridionale e Orientale – causava temperature insolitamente elevate. Allo stesso modo, quando le temperature medie nell’Africa sub-sahariana sono di un grado più elevate della norma, la percentuale dei conflitti aumenta del 20/30%. “Si tratta di un numero enorme”, spiega Hsiang.

E così, l’inaridimento di alcune zone, le alluvioni, le inondazioni e altri fenomeni direttamente legati al riscaldamento globale possono dare vita a un effetto domino che in alcuni casi può addirittura sfociare in conflitti civili. Non è nulla di controintuitivo: maggiore calore porta a maggiore aridità, ponendo in condizioni economiche e sociali sempre più difficili una parte crescente della popolazione; causando così tensioni che possono addirittura sfociare in rivolte e conflitti soprattutto nei paesi più poveri e più duramente messi alla prova.

Come si esce da questa spirale? La scienza è stata chiara: ridurre immediatamente le emissioni e smettere del tutto di inquinare entro la metà del secolo. Il problema è che i danni causati dal riscaldamento globale hanno già iniziato a farsi sentire e continueranno a crescere anche se le emissioni dovessero iniziare a calare da un momento all’altro. “Bisogna agire immediatamente”, conclude Hsiang. “Il clima sta cambiando, dobbiamo capire come adattarci e come minimizzare le conseguenze”. Prima che sia troppo tardi.

 
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