L'arte infinita

L'arte infinita

10.11.2016 | Da Alessandro Manzoni a Kanye West: quali sono i confini di un'opera artistica?

Al tramonto di mercoledì 29 agosto 1827, due carrozze si fermano davanti all’ingresso dell’albergo delle Quattro Nazioni di Firenze. Ne scende la famiglia Manzoni al completo: lo scrittore Alessandro, la moglie Enrichetta, la madre Giulia Beccaria, i sei figli e cinque domestici. Ha inizio il breve soggiorno in cui, come ricorda una targa ancora visibile sulla facciata dell’edificio, Manzoni darà il via alla celebre risciacquatura dei panni nell’Arno: la trasformazione de I Promessi Sposi dalla cosiddetta edizione “Ventisettana” (pubblicata all’inizio di quell’anno) alla versione definitiva (la “Quarantana”), destinata a diventare il romanzo per antonomasia dell’Ottocento italiano. Per Manzoni quell’opera ha un’importanza fondamentale. Negli anni precedenti aveva già praticamente riscritto l’intero romanzo, partendo da una “prima minuta” del 1823 che oggi conosciamo come Fermo e Lucia. Ma nell’edizione mandata alle stampe nel 1827 c’era ancora qualcosa che non andava: non tanto nei contenuti, quanto nel linguaggio. L’autore sognava per I Promessi Sposi il pubblico più vasto possibile e nell’Italia frammentata dell’epoca – ancora suddivisa in staterelli, ognuno con il suo idioma – era difficile individuare la lingua più vicina alla parlata popolare. La scelta ricadde sul fiorentino. E grazie ai suggerimenti degli intellettuali che frequentavano il gabinetto letterario Viesseux, la cui sede si trovava a due passi dal Quattro Nazioni, in quella fine estate toscana la “risciacquatura” ebbe inizio. Da allora alla pubblicazione finale de I Promessi Sposi, nel 1840, sarebbero trascorsi altri tredici anni.

Il 14 febbraio del 2016, in coincidenza un po’ marpiona con il giorno di San Valentino, il rapper e produttore statunitense Kanye West pubblica il suo settimo album di studio: The Life of Pablo. Come esige lo zeitgeist del XXI secolo, l’uscita del disco è preceduta e accompagnata da una vivace attività sui social network: Kanye twitta e ritwitta, come se non ci fosse un domani. Inoltre, sempre in ossequio ai tempi che corrono, l’album non arriva nei negozi: è distribuito in esclusiva su Tidal, una delle tre piattaforme – le altre sono Spotify e Apple Music – che si giocano il campionato mondiale della musica online. Niente cd, niente vinile, neppure gli MP3: la vita di Pablo si materializza in streaming. Come il Manzoni pensieroso sulle rive dell’Arno, anche Kanye non è però soddisfatto del risultato. Nelle ore successive al lancio del disco, l’artista rientra in studio e inizia a ritoccarne alcune parti. È una risciacquatura dagli effetti immediati: ogni volta che una canzone assume la forma desiderata, il rapper preme il bottone magico e la nuova versione appare su Tidal, sostituendo quella precedente. Il 15 marzo, appena un mese dopo l’uscita dell’album, i fan scoprono così che la canzone Wolves non è più quella che avevano ascoltato fino alla sera prima: si è allungata di un minuto e ha guadagnato due voci (Sia e Vic Mensa), mentre un breve cammeo di Frank Ocean è stato trasformato in un brano vero e proprio (Frank’s Track). Pochi giorni dopo, nuove modifiche riguardano altre dodici canzoni e nei mesi successivi i cambiamenti continuano. Al punto che la domanda sorge spontanea: esisterà mai una versione definitiva di The Life of Pablo? Stiamo forse assistendo alla nascita della canzone, dell’album, dell’opera infinita?

La riflessione sui confini di un’opera d’arte e su quando essa possa definirsi conclusa non nasce con I Promessi Sposi e non si esaurirà certo con le folgorazioni paoline di Kanye West. Non è nemmeno ristretta a narrativa e musica pop. Pescando in quell’immenso serbatoio di storie e aforismi chiamato Internet (e fidandoci di ciò che tiriamo su con l’amo), scopriamo che l’autore francese Paul Valery amava sostenere che una poesia non è “mai completata, se non a causa di accidenti come la pigrizia, la soddisfazione, una scadenza o la morte”; o che, risalendo parecchio indietro nel tempo, persino Leonardo Da Vinci si lanciava in affermazioni tranchant:

“l’arte non è mai finita, solo abbandonata”

La differenza tra l’epoca di Manzoni e dei suoi 25 lettori e quella di West e dei suoi 25 milioni di followers è che oggi esistono metodi di produzione e distribuzione che riducono in modo drastico il peso degli “accidenti” menzionati da Valery. Correggere è diventato tanto semplice quanto economico. Senza indagare sui costosissimi alambicchi digitali che di sicuro Kanye West ha a disposizione nel suo studio, negli app store si trovano software come GarageBand (in vendita a 4,99€ nella versione per iPad) che permettono a chiunque di creare e modificare brani musicali in pochi secondi, senza nemmeno richiedere particolari competenze in fatto di composizione o informatica. Lo stesso discorso vale per l’editing video, mentre per quanto riguarda i testi basta citare la naturalezza con cui programmi come Microsoft Word hanno soppiantato le macchine da scrivere e le penne a sfera, proprio grazie alla killer application del taglia-copia-e-incolla. Alle semplificazioni sul fronte della scrittura, il Web ha aggiunto un’irresistibile scorciatoia distributiva: la pubblicazione instantanea dei contenuti. Non solo oggi è facile dare un’ulteriore pennellata alla propria opera, ma la si può far conoscere al mondo in tempo reale, senza dover più passare sotto le onerose forche caudine della stampa e della distribuzione di oggetti fisici. Inoltre, come ha dimostrato il caso di The Life of Pablo, la primavera dello streaming e dei contenuti in affitto permette oggi all’artista di sostituire letteralmente l’opera vecchia con quella modificata. Come se Manzoni fosse riuscito a inserire di soppiatto le parole ancora umide d’inchiostro dell’Arno direttamente sulle copie già stampate e vendute nel 1827. Un atto negromante che oggi è pacificamente realizzabile nella dimensione del Kindle: «Ho cambiato idea: Lucia si innamora di Don Rodrigo e scappa con lui a Samarcanda!”. Et voila: sugli ebook reader di tutto il mondo appare il colpo di scena.

In realtà, ci sono molte ragioni per cui qualcosa del genere non accade ancora di frequente: né nella letteratura, né nella poesia e nemmeno nella musica, dove l’esperimento di Kanye West risulta ancora abbastanza isolato. Persino in questi anni di turborivoluzioni e uberdisruption, è raro che le abitudini più consolidate si rovescino all’improvviso. Troppe sono le parti coinvolte, spesso restie al cambiamento: dagli artisti, con le loro idiosincrasie d’autore; all’industria, con le sue regole scolpite nei secoli e nei fogli di bilancio; per arrivare fino al pubblico, con la sua innata tendenza a far un po’ da banderuola tra la seduzione della novità e il conforto della routine. Nel frattempo, però, le goccioline del digitale continuano a scavare i rocciosi terreni analogici. L’idea di un contenuto sempre mutante si insinua nel tessuto della contemporaneità, scardina porte che in passato non sospettavamo nemmeno esistessero e le lascia aperte, completamente sguarnite di lucchetto. Prima o poi, qualcun altro finirà per infilarvisi dentro. Meglio dunque prepararsi, provando ad approfondire la questione, osservandola dal punto di vista delle diverse parti in causa: l’artista, l’industria, il pubblico e la stessa arte.

L’artista

«Stendhal scriveva così male (…) che persino Balzac (…) arriva a biasimare la sciatteria de La Certosa di Parma, invitando l’autore, che peraltro ammira, a correre ai ripari. Consiglio che Stendhal rispedisce al mittente. L’ipotesi d’abbellire un libro già pubblicato gli fa venire la nausea». Questa breve citazione, tratta da un articolo di Alessandro Piperno pubblicato il 28 agosto su La Lettura, ci ricorda due importanti verità. La prima è che le coincidenze sono bellissime (l’articolo di Piperno ha bussato alla mia attenzione proprio mentre iniziavo a ragionare sul testo che state leggendo); la seconda è che non tutti gli artisti muoiono dalla voglia di rimettere mano a qualcosa che considerano chiuso. Per molti di loro, anzi, sigillare con la parola “fine” un’opera rappresenta una balsamica boccata d’ossigeno dopo mesi di ansie e arrovellamenti. Nonché il momento in cui si inizia a pensare, sognare e creare qualcos’altro: si va avanti. Ci sono però anche artisti appartenenti alla fazione del “nothing really ends” (per citare sia Leonardo Da Vinci che una struggente canzone dei belgi dEUS: quelli che vedono un’opera come una creatura organica, che richiede di essere rimodellata con il passare del tempo. La storia dell’ingegno umano è farcita di esempi, anche risalenti a epoche non ancora ricoperte dalla rugiada digitale. Pensiamo al The Mysterious Stranger scritto e riscritto da Mark Twain a cavallo tra Ottocento e Novecento o al Silmarillion che ha punteggiato l’intera vita di J.R.R. Tolkien, l’evoluzione del suo pensiero, l’affastellarsi di universi immaginari. Nella musica si possono citare i Radiohead, che giusto la scorsa primavera hanno pubblicato un album (A Moon Shaped Pool) che raccoglie brani esistenti fin dalla metà degli anni Novanta, già conosciuti dai fan, ma in altre versioni. A questa categoria di autori, più inclini alla lenta ruminazione espressiva, le nuove tecnologie offrono in effetti un’occasione clamorosa: il travaglio della creazione artistica può diventare una parte stessa della sua esistenza, anche pubblica, uscendo dal laboratorio e finendo in vetrina (letteralmente, come ha dimostrato PJ Harvey invitando i fan a seguire in diretta – pagando il biglietto – la gestazione dell’ultimo e meraviglioso The Hope Six Demolition Project). L’opera non è più la destinazione ma il viaggio: con i suoi ceselli, le limature, gli shock improvvisi, le prove e le controprove. Non c’è più ragion tecnica che faccia da ostacolo. Il problema, se mai, è di natura alimentare.

L’industria


I soldi. Ovvero, come si giustifica dal punto di vista economico un’opera che potenzialmente potrebbe occupare cinque, dieci, venti o cinquant’anni della tua vita? Come la si monetizza? Domande che suoneranno inevitabilmente antipatiche per gli idealisti dell’arte dura & pura, ma che risultano altrettanto inevitabilmente essenziali per gli artisti stessi (e per l’industria che li avvolge). Volenti o nolenti, nel corso degli ultimi secoli l’arte è passata dalla sfera del benevolo mecenatismo a quella del razionalismo imprenditoriale. Sono stati sviluppati meccanismi produttivi e di mercato che hanno di fatto contribuito a definire il percorso stesso dell’espressione artistica. I Beatles non avrebbero mai potuto regalare all’umanità, attraverso Sgt.Pepper’s, l’idea che un album musicale potesse essere un’opera a sé stante (e non una semplice raccolta di singoli), se prima l’industria non avesse intuito che in soldoni le conveniva vendere 33 giri invece che 45 giri, e avesse costruito e messo a disposizione di John, Paul, George & Ringo il relativo supporto. Se oggi stiamo percorrendo il cammino inverso, tornando dall’album alla canzone, non è per volere del pubblico o degli artisti ma, sostanzialmente, per il mutare delle condizioni tecnologiche. C’è però una differenza rispetto al passato: queste condizioni non sono più scritte e controllate dall’industria dello spettacolo. Uscendo dai laboratori delle università e venendo poi plasmata dai ragazzacci della Silicon Valley, la rivoluzione digitale ha cambiato le carte in tavola senza chiedere il permesso. Napster non l’hanno inventato le major o Uber i tassisti, Amazon si è sviluppata ben lontana dalle confcommercio, Skype non è stato un parto delle vecchie telecom, né Facebook un’innovazione orchestrata dai grandi gruppi editoriali. Così, per tornare al tema dell’articolo, il fuoco dell’opera d’arte infinita è stato consegnato agli artisti senza il libretto delle istruzioni su come trarne possibili benefici economici. Al contrario, la sua fattibilità è dovuta proprio allo slegarsi dal vecchio modello della vendita unitaria dei contenuti. Se negli scorsi mesi Kanye West avesse stampato cinque versioni diverse di The Life Of Pablo, una ogni due settimane, quanti fan avrebbero acquistato tutti i cd? Da questo punto di vista, la nuova forma espressiva – o il nuovo modo di declinare vecchie forme espressive – sembra davvero trovarsi in simbiosi perfetta con la dimensione liquida e a suo modo effimera dello streaming digitale. Con un possibile jolly da giocare sul fronte del rapporto con il pubblico, pensando anche a futuri benefici economici (e questo forse è stato l’aspetto più sottovalutato dai giornalisti che hanno raccontato l’operazione The Life of Pablo). Nell’era in cui i newsfeed dettano il ritmo della nostra vita e in cui qualsiasi contenuto viene sgranocchiato per pochi istanti, prima di essere dimenticato e sostituito dal successivo, l’opera infinita potrebbe essere una delle ultime armi rimaste agli artisti per mantenere l’attenzione del pubblico. E per garantire alle proprie creazioni una vita che vada oltre al battito d’ali di una farfalla. Si tratta di una possibile e intrigante contaminazione tra urgenza espressiva ed esigenze di marketing: io sento di dover modificare continuamente quest’opera, ma lo faccio anche perché se no tu (ascoltatore) e voi (media) ve la dimenticate dopo quindici secondi. Non a caso è stata esplorata per la prima volta a livello mainstream da Kanye West, l’artista che oggi forse incarna il modello perfetto della popstar del XXI secolo, capace di conciliare la produzione di opere d’avanguardia musicale con la gestione di una vita pubblica da manuale del social (in cui si incastra alla perfezione anche il matrimonio con Kim Kardashian, altro personaggio la cui esistenza è difficile da immaginare in un’epoca ante-Instagram).

Il pubblico

Con The Life of Pablo questo meccanismo ha funzionato bene. Ogni modifica ha attirato articoli, rilanci su Twitter e discussioni sui forum. I fan del rapper hanno compilato pagine di commenti, inseguendo e segnalando ogni cambiamento (questo è un esempio su Reddit. Si è innescato insomma uno dei processi più cari al Web 2.0, inevitabile appendice del trionfo dell’interattività: la gamification dell’esperienza. L’ascolto di un album è diventato una caccia al tesoro. Il contatto continuo tra artista e pubblico porta anche ad ulteriori riflessioni sui possibili nuovi orizzonti delle opere d’arte. Per esempio, come verrà considerato il feedback degli ascoltatori? Rimarrà rumore di fondo o avrà effetti sulle ulteriori mutazioni dei contenuti, un po’ come le reazioni degli spettatori dei test screening aiutavano i produttori di Hollywood a decidere i finali dei loro film? Inoltre, c’è da chiedersi quali saranno gli effetti a lungo termine di simili esperienze. Giocare con The Life of Pablo forse è stato anche divertente, ma cosa ricorderà di tutto ciò il fan di Kanye West? Quale sarà la versione della canzone Wolves che gli rimarrà in mente? E quale troverà spazio, tra un secolo o due, nella memoria dei posteri? Non essendo ancora stata inventata una app che ci permette di sbirciare nel futuro, tutto ciò che possiamo fare è scrutare il passato, interpretandone i segnali. Che sono tutt’altro che univoci. De I Promessi Sposi, per esempio, ricordiamo essenzialmente l’ultima versione (nell’immaginario collettivo è assai ridotto lo spazio occupato da Fermo e Lucia, dalla Ventisettana o dall’idea stessa che quello di Manzoni sia un romanzo diverso e più mutante di altri). Della canzone The Long and Winding Road dei Beatles, invece, è logico ipotizzare che la versione più conosciuta sia ancora quella con i violini di Phil Spector, inserita nel 1970 sull’album Let It Be, con buona pace della registrazione più sobria (e fedele alle intenzioni originali di Paul McCartney) pubblicata nel 2003 in Let It Be… Naked. A volte, ciò che rimane è il frutto di un lancio di dadi. E con la consueta e serena crudeltà che gli compete, il tempo sembra dirci che il concetto di “opera infinita” è qualcosa che magari sta a cuore dell’artista al momento della creazione, ma che finirà un po’ con lo sbiadire man mano che scorrono le stagioni. Una variazione del flusso artistico, destinata a essere percepita solo dai fan del momento (vedi gli utenti di Reddit) e al massimo recuperata dagli storici delle arti.

 L’arte

Ci sarebbe ancora molto da dire sull’argomento e probabilmente tanto verrà scritto nei prossimi anni, soprattutto se la società continuerà a dipendere dal culto dell’istante e dal bisogno sempre più ossessivo di assimilare nuove informazioni (o almeno informazioni che siano percepite come nuove). Per esempio, si potrebbe approfondire la definizione che lo stesso West ha dato di The Life of Pablo, annunciando le prime modifiche all’album e insistendo sull’idea dell’opera come un’entità vivente: una “living breathing changing creative expression”. Oppure esplorare tutto ciò che compete e comporta la visione di un contenuto che viene ormai trattato come un software: soggetto cioè a ripetuti aggiornamenti che si installano automaticamente sui nostri device (dal pop album alla pop app?). Un parallelo che inevitabilmente ci porterebbe a riflessioni anche piuttosto ingombranti ed extra-artistiche su quanto i modi dei computer e del digitale stiano influenzando le mutazioni dei mondi che ci circondano. Tuttavia, dopo aver parlato di opere mercificate, denari e cacce al tesoro digitali, qui si preferisce chiudere con un piccolo volo pindarico. The Life of Pablo non è un album infinito. Se non altro perché, anche se Kanye West decidesse di continuare a modificarlo, alla fine la spunterà sempre la teoria di Paul Valery: arriverà un ultimo “accidenti” vestito di nero, che falcerà via il cavo degli aggiornamenti. A essere infinita non è la singola opera d’arte in rapporto al suo creatore: piuttosto, lo è l’arte stessa. Tra quattro secoli, qualcuno o qualcosa (adesso ci sono anche gli algoritmi da tener d’occhio…potrà intervenire su The Life of Pablo e utilizzarne alcuni elementi per costruire contenuti inediti, esattamente come oggi utilizziamo ancora il repertorio di Shakespeare come serbatoio per nuove avventure narrative (e come lo stesso Shakespeare pescò nel calderone dei miti antichi e delle leggende medievali per plasmare le sue opere). A costo di risultare blasfemi, val la pena di suggerire un parallelo con la religione. L’arte – intesa come forza creativa – è la divinità: un’entità che gli esseri umani hanno da sempre cercato di padroneggiare, costruendo cattedrali (le opere), sviluppando nuove confessioni (i generi), lasciandosi sedurre e guidare da figure carismatiche, spesso caricate di elementi metafisici (gli artisti), traendone sensazioni impossibili da spiegare razionalmente (ognuno ha la sua sindrome di Stendhal) e arrivando anche ad affrontare violenti conflitti inter-confessionali (“disco sucks!”). Il digitale non è una rottura ma un’evoluzione di questo percorso: una nuova illusione, di rigorosa matrice umana, che ci offre spunti inediti per coltivare quel millenario rapporto con la meraviglia dalla Creazione Artistica che i nostri antenati inseguirono fin dalle grotte di Altamira. In quella inevitabile mescolanza tra sacro e profano che deriva dalla nostra stessa natura e che le intuizioni e gli eccessi di Kanye West rappresentano in modo alquanto adeguato.

l'autore
Luca Castelli

Luca Castelli è nato a Torino e dalla fine degli anni '90 scrive di musica, cultura e tecnologia. Nel 2009 ha pubblicato La musica liberata (storia dei dieci anni che hanno trasformato la produzione, distribuzione e il consumo musicale). Cura il blog DigitaMusica su LaStampa.it e tiene corsi di giornalismo e scritture digitali per la Scuola Holden.

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