L'arte del Commodore 64

L'arte del Commodore 64

13.04.2017 | 35 anni fa, un nuovo computer appare sul mercato: rivoluzionerà il mondo dell’informatica e della cultura digitale.

Il 6 giugno 1982 viene presentata al mondo una macchina che da allora ha rivoluzionato il mondo dell’informatica e che, a differenza di ogni altro computer ideato all’epoca, ancora oggi è viva e vegeta: il Commodore 64. Progettato a partire da un’idea del fondatore della Commodore International, il polacco naturalizzato statunitense Jack Trammel, è il prodotto che per primo ha realmente mostrato cosa significasse costruire computer “per le masse, non per le classi” (come da slogan della società).

Basti pensare che il Commodore 64 uscì negli Stati Uniti a un prezzo di 595 dollari – contro i 1.298 dell’Apple II (che arrivava fino a 2.500 dollari) – e che poteva competere a livello di potenza con molti dei suoi più blasonati avversari. Se a questo si unisce un’aggressiva strategia di marketing – per la quale si decise di vendere il C64 anche nei grandi magazzini e nei negozi di giocattoli – si capisce come sia possibile che questo computer sia ancora oggi il più venduto di tutti i tempi, con una diffusione di oltre trenta milioni di esemplari (altre fonti però affermano che non si sia andati oltre i 12) e in grado di generare ricavi che nel 1984 superarono il miliardo di dollari.

Nonostante molti lo ricordino soprattutto per i videogiochi (e per quella funzione che oggi sembra quasi uscire da un film retrofuturistico, per cui per iniziare a giocare bisognava inserire, e attendere che si caricasse, una cassetta a nastro), l’aspetto più importante è il fatto che il Commodore 64 fu la prima macchina che diffuse a livello mainstream il concetto stesso di programmazione: “Dal momento che imparare a usare un computer, a quel tempo, era più o meno la stessa cosa che imparare a programmarlo, utilizzare un Commodore 64 permetteva di conquistare una certa intimità con quello strumento, qualcosa che andava oltre la necessità di imparare i rituali necessari a lanciare un programma senza errori”, si legge su The Verge.

“Al posto di un sistema operativo, c’era un bluastro terminal BASIC che offriva la confortevole sensazione di avere tra le mani una macchina che sarebbe stata tanto più utile quanto più la si sapeva usare. Privo dei sicuri binari guidati dei sistemi operativi odierni, il C64 è stato uno degli ultimi e più luminosi momenti per l’informatica fai-da-te”. Nonostante questo fattore rappresentasse sicuramente una barriera d’ingresso non da poco, era allo stesso tempo in grado di creare una vera e propria connessione con la macchina; dava la sensazione che fossimo noi a farla funzionare.

Il Commodore 64 è la macchina che ha reso possibile la nascita di una forma d’arte peculiare, che univa il lavoro di musicisti, programmatori e maghi della grafica

Ma più di ogni altro aspetto, ad aver lasciato il segno è il fatto che da quelle umilissime righe di comando ha preso vita una forma di creatività completamente nuova, che dai rudimentali programmi scritti in BASIC ha portato a complessi software e videogiochi. E che, soprattutto, a partire dalla metà degli anni ‘80 ha fatto esplodere la cosiddetta demoscene, una corrente tecno-artistica che si è evoluta a partire dalle introduzioni con musica e grafiche create dagli hacker per accompagnare l’introduzione ai software da loro crackati.

Il Commodore 64 è la macchina che ha reso possibile la nascita di quest’arte peculiare che univa il lavoro di musicisti, programmatori e maghi della grafica. Da semplici introduzioni ai software crackati, i visual si sono rapidamente trasformati in una forma d’immersione audiovisiva per creare la quale i programmatori spremevano fino all’ultimo chip il loro C64, dando vita a vere e proprie crew che si sfidavano tra loro, raggiungendo livelli di qualità che fino a poco prima non si sarebbero mai ritenuti possibili. La serietà di questa “scena” divenne tale da dare vita nel mondo a contest internazionali ancora oggi molto attivi, come il celebre Revision che si tiene ogni anno ad aprile a Saarbrucken, Germania.

 

Un ruolo fondamentale nel successo di questa forma d’arte l’ha avuta il sound chip del Commodore 64, il SID (Sound Interface Device), in grado di creare suoni ed effetti che ancora oggi sono i più amati dai cultori della cosiddetta musica 8-bit (anche nota come chiptune) e che sono stati ripresi (per non dire rubati) anche da produttori dalla celebrità mondiale come Timbaland.

Nessun’altra macchina, a 35 anni di distanza, è ancora impressa nella memoria comune e utilizzata da schiere di appassionati ai quattro angoli del globo come il Commodore 64, contribuendo a mantenere vivo ancora oggi lo spirito dell’informatica fai-da-te (nonostante l’imperante duopolio Windows-Mac). La dimostrazione è il successo oltre ogni aspettativa raggiunto dal Raspberry Pi, il computer a basso costo pensato per gli appassionati che, per molti versi, è l’erede spirituale dell’indimenticato C64.

l'autore
Le Macchine Volanti