La storia delle storie: Snapchat da ieri a oggi

La storia delle storie: Snapchat da ieri a oggi

03.07.2017 | Fenomenologia di un non-social network rivoluzionario.

Prima di Instagram stories, prima delle storie di Facebook e di WhatsApp, c’è stato un momento in cui Snapchat sembrava essere una terra fiorente di possibilità. Si è infatti assistito a un moltiplicarsi di articoli che lo descrivevano, alternati a guide per utilizzarlo, testi che ne sottolineano la rilevanza e addirittura manuali. A solo un anno di distanza, tuttavia, la favola sembra essersi interrotta: parte di ciò che rendeva unico il linguaggio di Snapchat è stato progressivamente replicato da altre piattaforme, che hanno rosicchiato costantemente il suo già esiguo pubblico. Mentre quindi viene annunciata la morte di Snapchat, proviamo a raccontarlo da dentro attraverso l’esperienza radicata in questo spazio digitale dall’inizio del 2014. Cercando di capire cosa sia stato Snapchat e cosa sia ancora per chi continua a bazzicarci.

L’applicazione nasce come sistema di messaggistica istantanea collegata alla rubrica del proprio smartphone, e diventa popolare per la possibilità di permettere la condivisione di foto e testi che dopo alcuni secondi (a discrezione del mittente) scomparivano definitivamente. Tale possibilità, in un ambiente digitale in cui i contenuti si caratterizzano per persistenza, visibilità, diffondibilità e ricercabilità ha subito attirato l’attenzione dei più giovani. Vi è di base la sensazione che al mittente venga garantito un certo grado di “sicurezza”, che non si ha in altri luoghi del web sociale. Le caratteristiche dei contenuti negli spazi digitali, infatti, hanno mostrato spesso limiti e criticità per l’esperienza online. Vengono ricordati, si sedimentano o possono venire salvati; la loro natura rende possibile duplicazione e diffusione anche senza il permesso dell’autore, perdendo nel loro venir diffusi il proprio contesto di riferimento, la privacy e il senso originario. Non lasciare tracce e non occupare spazio nella memoria dei propri dispositivi attraverso la ricezione e l’invio di contenuti multimediali sono stati dunque due elementi decisamente centrali nell’adozione dell’applicazione.

Ma non è tutto. Questi elementi erano già presenti in Telegram, ma la peculiarità di Snapchat è in larga parte data dal design intuitivo, che la rende “immediata”. L’applicazione infatti, una volta selezionata, apre come prima schermata lo stretto indispensabile: la fotocamera e qualche tasto per usarla. Questa impostazione ha inizialmente spiazzato l’utenza abituata ad avere un menù attraverso cui orientarsi in spazi strutturati diversamente. Non ci si muove tramite l’esplorazione di contenuti prodotti e inviati da altri perché Snapchat, mette al centro l’occhio della fotocamera. La prima cosa che l’utente viene chiamato a fare è produrre, per condividere, per chiacchierare mostrando il proprio quotidiano e ricevendo quello altrui. Il mondo fatto di micro avvenimenti, il proprio volto e gli affetti diventano gli immediati contenuti della condivisione con gli amici che non sono presenti in quel momento.

Nonostante una prima fase di incomprensioni tra l’applicazione e l’utenza adulta, Snapchat ha progressivamente iniziato ad attirare l’attenzione da parte di un pubblico trasversale, gettando nel dimenticatoio i tempi in cui veniva percepito come territorio di pertinenza esclusiva di un pubblico molto giovane. Infatti, con il passare del tempo, si è pensato potesse essere (anche) un “paese per vecchi”: oltre alla presenza di un numero crescente di testate giornalistiche, sembrava aver intercettato anche una nuova fascia di età degli user. È quindi entrato a pieno titolo, nel discorso dei media e degli utenti, come l’ennesimo sito di social networking (senza di fatto esserlo) perché a modo suo in Italia è riuscito, attraverso pratiche dal basso, a sopperire a certe “mancanze”, diventando uno spazio in cui stringere relazioni. Cerchiamo quindi, attraverso gli elementi che lo definiscono, di capire in che modo si sia configurata l’esperienza dello snapchatter.

Invisibilità delle reti, o del perché Snapchat non nasca come servizio di social networking

Esistono principalmente tre elementi che nella letteratura dedicata vengono considerati come fondanti un Social Networking Site: costruzione di una lista visibile di amici, costruzione di un profilo personale, possibilità di esplorare le liste degli altri. Sebbene la struttura di Snapchat non ne contempli nemmeno uno, gli snapchatter sono riusciti a rendere la loro esperienza molto diversa da quella prevista dalle caratteristiche del luogo.

La rete di contatti in Snapchat nasce come invisibile perché l’applicazione non è pensata con la finalità del conoscere persone nuove, ma per chattare con il proprio gruppo di amici. Non esiste un profilo personale in cui lasciare dei contenuti che possano essere pubblicamente commentati, sicché le interazioni tra utenti si svolgono esclusivamente in privato tramite la chat. Il che significa che nemmeno tramite il commento a un contenuto si possa palesare la connessione tra due o più utenti. Le sole cose che Snapchat permette di fare sono la scelta di uno username e di un’immagine profilo e non vi sono altri elementi permanenti e visibili attraverso cui esprimere la propria narrazione pubblica. Questo accade perché in una piattaforma di messaggistica istantanea pensata per contatti noti, non è necessario ribadire caratteristiche circa noi stessi. Si è assistito quindi a una prima fase in cui l’applicazione viene utilizzata all’interno di reti pre-esistenti, composte da cosiddetti trusted ties (Bayer et al. 2015).

La condivisione di contenuti principalmente visuali, dalla durata di 10 secondi dal momento dell’apertura del messaggio, poteva avvenire secondo 3 modalità: invio ad un contatto della lista, invio a una cerchia di contatti della lista, invio a tutta la lista. A seconda del contenuto e dello scopo del messaggio si selezionava il pubblico desiderato, detenendo in questo senso il controllo circa chi avrebbe visualizzato. Sebbene si contemplino quindi forme di comunicazione differenti dalle uno a uno, data l’invisibilità delle reti all’interno di Snapchat, per il ricevente non è possibile vedere quanti altri utenti e quali altri utenti abbiano ricevuto quella comunicazione. Rendendo quindi un messaggio uno a molti percepibile comunque come messaggio “privato”, esclusivo. Ma questa è ancora preistoria di Snapchat.

L’introduzione delle “Storie”: praticare la visibilità

Il momento in cui Snapchat inizia con insistenza a far parlare di sé nel panorama italiano, e quindi a richiamare l’attenzione di nuovi utenti, coincide con l’implementazione di una feature in particolare. Nel suo evolversi, infatti, la piattaforma ha introdotto la funzione delle “storie”: raccolte di snap che vengono condivise sul proprio canale, visibile ai propri amici, senza la necessità di selezionare il loro contatto e inviarlo come notifica. Gli snap all’interno delle storie durano il numero di secondi selezionato dall’utente, ma ciascuno di essi resta visibile per 24 ore dal momento della pubblicazione. Poi scompare.

Questa modalità di comunicazione tra pari è di tipo broadcast, in cui non conta la relazione uno a uno che porta un utente a condividere un particolare contenuto con un altro. Rende invece la narrazione dell’utente un prodotto pensato per un suo pubblico (ovvero i contatti di Snapchat). Questa nuova modalità di racconto resa possibile dall’applicazione, unita al richiamo della veste grafica arricchita di lenti interattive che modificano tratti del volto e aggiungo bizzarri effetti visivi e sonori, ha incuriosito molti e li ha portati a fare un tentativo.

Tuttavia la grande difficolta che si è incontrata una volta iscritti è stata: “e ora?”. Perché nonostante questa novità, l’applicazione è rimasta esattamente strutturata come agli esordi: il reame dell’invisibilità. Se si era molto fortunati, tra i contatti si avevano amici che avevano iniziato a muovere i primi passi e girare le prime storie, se si era meno fortunati si cercavano personaggi famosi e automaticamente Snapchat diventava una sorella minore della televisione, se si era sfortunati ci si trovava da soli a non capire dove fossero gli altri e come si attivassero le lenti. Eppure, qualcosa circa le storie piaceva molto. Piaceva tanto da portare alcuni utenti a inventarsi modi per sopravvivere nel deserto di contatti, per esplorare potenzialità espressive e trovare modi di costruire una rete.

Questo è il momento in cui nascono i primi gruppi Facebook per gli utenti italiani di Snapchat: c’era la necessità di avere un posto visibile e ricercabile in cui radunarsi e trovare utenti da aggiungere e da cui farsi aggiungere. Si assiste, quasi nello stesso momento, a una progressiva ondata di foto profilo con la cornice del fantasmino. Lo snapcode, infatti, è un modo di diffondere sul web la connessione diretta al proprio account Snapchat, nel tentativo di traghettare i propri contatti. A mano a mano, si andava delineando la community italiana di snapchatter. A questo punto, bisogna soffermarsi su un particolare. La propria rete, di modeste dimensioni, iniziava a comporsi con un alto numero di utenti sconosciuti.

Con il supporto dei propri profili su altri social media, facendo rimbalzare lo snapcode e partecipando a gruppi ad hoc, ci si era stretti in connessioni con persone lontane e con cui si poteva avere in comune anche solo il fatto di usare l’applicazione. Nelle prime fasi di colonizzazione sul web, si sa, l’entusiasmo appiana differenze e stimola la vicinanza. Proprio perché ci si stava conoscendo tramite l’applicazione e poiché non esiste alcun profilo da cui ottenere informazioni sugli utenti, non si poteva far snap senza raccontare di sé, per fornire il giusto contesto ai nuovi nodi della propria rete. Ricordi, esperienze e passioni diventano centrali nella propria Storia, assieme all’istantaneità del proprio quotidiano.

 

Piano piano, la rete ha iniziato a mostrarsi e ampliarsi, modificando l’esperienza di connessione: si passa da un canale verticale pensato per intrattenere gli amici, a uno verticale pensato per un pubblico più ampio

Ma le reti, per l’utente comune, faticano ancora a essere soddisfacenti. La necessità di introdurre della novità e di esplorare le connessioni, arrivare a mappare il territorio di Snapchat aggiungendo nuove persone da conoscere, sono bisogni che difficilmente trovano risposta nel luogo. L’aiuto, nuovamente esterno, viene fornito da blog o testate online che iniziano a raccogliere nickname di utenti da seguire, facilitando così ricerca e networking.

Per ovviare alla questione dell’invisibilità delle reti gli snapchatter iniziano a interagire pubblicamente, attraverso i propri snap, rispondendo a questioni di altri, aggiungendo dettagli, pubblicando screenshot di interazioni in chat privata con altri utenti. Su ciascuno di questi snap viene inserito il nickname dell’utente al quale ci si sta riferendo così che gli altri, che magari non lo conoscono, possano seguirlo. Un passaparola veloce e il più delle volte efficace. Un modo per estrapolare dall’invisibilità le proprie relazioni. Fino a trovare soluzioni più strutturate creando dal basso canali di takeover (Snappyrush, Ghostloved, SnapNewsItalia), un canale Telegram per gli utenti di Snapchat promosso tramite snap di svariati utenti o semplicemente indicendo “censimenti” in base al gradimento espresso dai propri follower.

Piano piano, grazie alle pratiche inventate e messe in atto dagli utenti, al loro desiderio di abitare il luogo e ad alcune innovazioni della piattaforma (i suggested users), la rete ha iniziato a mostrarsi e ampliarsi, modificando completamente l’esperienza di connessione: si passa da un canale verticale pensato per intrattenere gli amici, a un canale verticale pensato per un pubblico più ampio, con cui si cerca di costruire relazioni e spesso si riesce anche attraverso raduni fuori dalla Rete. La storia in Snapchat, per il pubblico italiano, non è come guardare in tv lo show di un proprio amico, sebbene la modalità sembra suggerirlo.

Se da una parte tutto ciò porti a una deriva da microcelebrity online, è altrettanto vero che gli aggiornamenti di queste narrazioni digitalizzate del sé si intrecciano tra loro, perché ciascun utente fa parte consapevolmente di un pubblico connesso, facendo sia da produttore in pubblico che pubblico di altri. Gli snap pubblici in cui si menziona un utente, o in risposta a un altro utente, mostrano come in realtà nel microcosmo di Snapchat le narrazioni dei vissuti si intreccino. Fanno riferimento una all’altra, attraverso monologhi frammentati, di cui alcune volte fanno parte i tasselli degli altri, facendo emergere la potenza delle reti anche in uno spazio che non la favorisce.

Il valore dell’effimero: perché la community invisibile ha ancora senso (per ora)

Le caratteristiche fondamentali delle comunicazioni via Snapchat sono da subito quindi rilevanza visuale, impermanenza e controllo sulla propria rete. Per gli adolescenti, early adopters del mezzo, è stato da subito un importante alleato. Non tanto per nascondersi dal controllo quanto per poter smettere di fare selfie in posa e tornare a essere sciocchi anche attraverso lo schermo, senza il timore che quel contenuto potesse poi essere utilizzato contro di loro, senza dover mostrare necessariamente una “pubblica” narrazione di sé.

Insomma: contenuti indirizzati a un pubblico selezionato che (a) non necessitavano di essere permanenti, che (b) non si voleva mostrare a un pubblico più generalista come quello di Facebook e che (c) avevano come plus anche quello di non intasare la memoria del dispositivo. Snapchat rappresentava quindi, con la sua comparsa, la solida risposta ad alcuni dei problemi di gestione di una vita connessa.

Il mondo degli adulti ha letto nella potenzialità dell’impermanenza la possibilità di scambiarsi contenuti pornografici e che principalmente potesse essere utilizzato con quel fine. Ovviamente, lungi dal voler sostenere il contrario, bisogna però ricordare che c’è anche dell’altro. Lo conferma danah boyd, che nel suo blog sostiene: “When someone sends you an image/video via Snapchat, they choose how long you get to view the image/video. The underlying message is simple: You’ve got 7 seconds. PAY ATTENTION. And when people do choose to open a Snap, they actually stop what they’re doing and look”.

Ciò significa che i contenuti prodotti e condivisi all’interno non necessariamente rappresentano una “discarica” di immagini e video senza alcun valore perché scompaiono. Proprio la minaccia della finitezza, anzi, stimola l’attenzione. Non ne consegue, tuttavia, che grazie a tale minaccia e l’attenzione derivante, Snapchat fosse diventato il canale più importante in cui comunicare e che i contenuti generati fossero contenuti necessariamente rilevanti. Rappresenta semplicemente un buon modo per rendere, per qualche secondo, centrale anche qualcosa di marginale. Riuscendo, all’interno del flusso continuo di contenuti, a far fermare un fruitore con un oggetto che sa che si dissolverà, che non potrà venir visto in un altro momento, che non potrà essere salvato.

Nascendo come servizio di IM, rappresenta un luogo con dei confini maggiormente definibili e tali confini sono resi ancora più chiari per i contenuti in esso prodotti grazie al loro essere effimeri. E per diverso tempo questo è stato principalmente il suo senso. La peculiarità legata al pubblico italiano è che l’applicazione ha iniziato a prendere piede e rendersi visibile in un particolare momento del suo sviluppo tecnico, ovvero quando la funzione delle Storie è diventata parte integrante della sua struttura. Ciò fa sì che l’esperienza d’utilizzo degli early adopters sia fortemente segnata da questa innovazione, che modifica in maniera sostanziale il senso del mezzo.

 

In questo scenario la costruzione di reti, con utenti sconosciuti, ha fatto sì che si creasse per molti un “recinto” nuovo in cui gli snap sfuggono al problema del collasso dei contesti: non si ha a che fare con un pubblico “misto” in cui convergono diverse cerchie di contatti. Ciò accade, per esempio, in Facebook o Instagram, che sono in larga parte fruiti da utenti che hanno con noi diversi tipi di relazione all’interno di una rete che è radicata in diversi ambiti del nostro quotidiano. Per questo motivo, sebbene utilizzino le stesse grammatiche estetiche, le “storie” composte negli altri spazi hanno un sapore differente.

In linea generale mostrano perlopiù alcune parti della giornata e assistere a lunghi monologhi è ancora piuttosto raro, mentre dentro la rete della community di Snapchat ci si racconta, si commenta, ci si confronta. Tanto che una delle cose più fastidiose per gli snapchatter è rappresentata dai filtri che modificano le voce, ostacolando la comprensione dei discorsi che vengono fatti. Che la piattaforma li moltiplichi è, probabilmente, dovuto al fatto che non ci si aspetta che le persone usino il proprio canale per tramandare oralmente informazioni e storie. Parte dell’attaccamento da parte degli snapchatter è sicuramente dato dallo scambio che alle volte si crea tra gli utenti, nonostante la verticalità del canale.

Se su Snapchat si possono ancora ascoltare discorsi e punti di vista è perché quella prima “ondata” di utenti ha posto le basi per questo tipo di evoluzione del luogo ed è riuscita a costruire un ambiente adatto, per molti al riparo da colleghi di lavoro, famiglia, vicini di casa. Questa modalità, che ovviamente cova in sé insieme al confronto anche lo “scontro”, è una forma di dialogo che passa attraverso i racconti dei singoli. Permette di sentirsi ospiti a casa di qualcuno e di invitarlo a casa propria, rafforzando il senso di vicinanza nella distanza.

Per questi motivi alcuni snapchatter sono ancora lì che chiacchierano, nonostante le migrazioni di pubblico verso altri lidi. Perché alcune relazioni costruite in questo luogo hanno ancora senso, perché alcune opinioni vengono espresse senza pressione sociale e perché le storie sono veri racconti di esistenze tra le più disparate, non solo vetrine in cui mostrarsi. Ci sono storie importanti ma dissonanti con quella pensata per un pubblico più ampio, che tuttavia valgono la pena di essere raccontate e ascoltate. In una giusta rete.

l'autore
Elisabetta Zurovac

In seguito al Dottorato di Ricerca in Sociologia della Comunicazione e Scienze dello Spettacolo, è attualmente Post Doc all’Università di Urbino Carlo Bo. I suoi interessi di ricerca riguardano le pratiche online legate alla narrazione digitale del sé nei nuovi media.