La sfida per salvare l'open web

La sfida per salvare l'open web

15.05.2017 | Dalla rete aperta delle origini alla fortezza sorvegliata di Facebook. Cosa rimane oggi del sogno di Tim Berners-Lee?

La storia delle grandi invenzioni è intrecciata alle vicende dei loro inventori: raccontarla aiuta allora a ritrovarne il significato profondo che il passare del tempo rischia di far sbiadire. Il 12 marzo scorso, il World Wide Web ha compiuto 28 anni. È il 1989 quando l’informatico britannico Tim Berners-Lee (conosciuto anche come TimBL), al tempo ricercatore al CERN di Ginevra, distribuisce ai colleghi un testo dal titolo Information Management: A Proposal. Come racconta un articolo del Time di qualche anno fa, al tempo l’inventore del web non aveva intenzione di rivoluzionare il corso della storia, semplicemente voleva rendere più efficiente la gestione e la reperibilità delle informazioni al CERN, l’Organizzazione europea per la ricerca nucleare.

Figlio di due informatici inglesi che avevano lavorato ai primi modelli di computer, Berners-Lee si laurea in fisica all’Università di Oxford dove, usando i pezzi di un televisore, costruisce il suo primo computer. Durante la sua carriera, lavora al CERN prima nel 1980, poi nel 1984 e infine di nuovo nel 1989, quando mette in pratica alcune idee nate proprio nelle sue prime esperienze in Svizzera. L’informatica era nel suo DNA tanto quanto nel suo curriculum: dopo l’università aveva subito lavorato in questo settore per diverse aziende, per poi riavvicinarsi alla fisica e finire per mettere insieme le due scienze proprio al CERN.

L’immagine di copertina della proposta che ha determinato la nascita del World Wide Web, Information Management: A Proposal di Tim Berners-Lee. (Fonte: CERN)

Al tempo l’Organizzazione europea per la ricerca nucleare aveva una sterminata quantità di dati salvati in database diversi, non interconnessi e spesso non compatibili, e quindi accessibili solo dai dispositivi che li contenevano. La sua idea nasceva da un’esigenza: prevedeva che tutte le informazioni fossero accessibili da qualsiasi computer in ogni momento tramite un sistema interconnesso basato sull’ipertesto, una parola destinata a fare storia. Tramite una rete di link, tutta la conoscenza poteva essere accessibile da tutti i computer collegati allo stesso network. Inizialmente, la proposta non fu nemmeno ufficialmente accettata dal suo superiore Mike Sendall, che però l’anno seguente concesse a Tim del tempo per lavorarci e svilupparla.

Non era la prima volta che qualcosa del genere veniva concepito: il concetto di hypertext era originalmente nato dalla mente di Ted Nelson, il cervello che aveva partorito il mai realizzato progetto Xanadu. L’idea Tim Berners-Lee, meno ambiziosa, portò però risultati concreti nel breve termine. Nel settembre del 1990 iniziò a lavorarci usando NeXT, il computer ideato da Steve Jobs quando venne sbattuto fuori da Apple: un mese più tardi, il lavoro era praticamente finito. Berners-Lee l’aveva reso possibile codificandone le fondamenta: il linguaggio di programmazione HTML, il protocollo HTTP e l’URI (o URL), l’indirizzo unico di ogni risorsa nella rete.

A un anno e mezzo dal rifiuto della prima proposta, Tim Berners-Lee e il collega Robert Cailliau diedero nome a un’invenzione che avrebbe cambiato il mondo: World Wide Web. Più tardi TimBL scrisse anche il codice del primo browser, worldwideweb.app, e del primo web server httpd; infine nel 1991 il primo sito web al mondo andava online e questa nuova web community diventava per la prima volta accessibile anche dall’esterno del CERN. Quando il web fu aperto al mondo, il suo inventore realizzò che il vero potenziale della rete sarebbe stato sfruttato solo se questa fosse stata gratuita e accessibile a tutti.

“Se la tecnologia fosse stata proprietaria e sotto il mio totale controllo, probabilmente non sarebbe decollata. La decisione di rendere il web un sistema aperto fu necessaria per renderlo universale. Non puoi proporre qualcosa come uno spazio universale e al tempo stesso mantenere il controllo di esso”.

Per questo l’inventore del World Wide Web e altri pionieri della rete vollero che il codice che sosteneva il web fosse libero da royalty, per sempre. La decisione fu annunciata nel 1993 ed ebbe come conseguenza un’ondata di creatività, collaborazione e innovazione mai viste prima. L’anno successivo, Tim Berners-Lee si sposta dalla Svizzera agli Stati Uniti, al Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, dove fonda il World Wide Web Consortium (W3C), l’ONG che tuttora presiede e che ha come obiettivo lo sviluppo delle potenzialità del web.

 

NeXT, il computer ideato da Steve Jobs con cui è stato inventato il World Wide Web.

Oggi, a quasi trent’anni dalla sua ideazione, la storia del web rappresenta il punto di partenza di ogni riflessione sullo stato attuale della rete, perché nelle intenzioni del suo inventore se ne ritrova la vera natura. Internet non sarebbe quello che è se il World Wide Web non fosse stato inventato con l’idea di connettere il mondo alla conoscenza, in modo aperto, decentralizzato, gratuito e universale. I principi fondanti del Web delle origini erano pochi e semplici: era decentralizzato, non discriminatorio, progettato dal basso, universale e partecipativo.

Decentralizzato perché non esisteva un nodo centrale della rete, nessuna autorità in grado di dare o meno il permesso di  postare qualcosa online. Il suo accesso doveva essere equo, ossia doveva garantire a tutti l’accesso a una determinata qualità del servizio, di modo che tutti potessero comunicare allo stesso livello: è quella che viene chiamata Net Neutrality. Il suo design era bottom-up: il codice non era scritto e controllato da un gruppo di esperti, ma sviluppato in modo aperto da chiunque, di modo che la partecipazione e la sperimentazione raggiungessero le massime potenzialità. Il web era universale: tutti i computer dovevano parlare lo stesso “linguaggio”, indipendentemente dall’hardware usato e dalle differenze tra gli user; solo in questo modo la diversità poteva fiorire. Affinché questo standard potesse funzionare doveva essere adottato da tutti, ma tutti dovevano poter partecipare alla creazione, in modo trasparente.

Cosa rimane oggi di queste idee? Negli ultimi 25 anni la rete è diventata sempre più simile a uno spazio dove poche piattaforme catalizzano la maggior parte delle risorse, vale a dire le informazioni contenute nei dati da cui deriva la conoscenza che costituisce il valore stesso del web. Dati che, come i codici che li gestiscono, sono proprietari e costituiscono il business model dei giganti di internet, come Google, Facebook, Amazon, solo per citarne alcuni.

Volendo, si potrebbe anche pensare che, in fondo, la missione di Google è organizzare la conoscenza mondiale e renderla universalmente accessibile. Un famoso modo di dire però aiuta a inquadrare il problema alla base: “Se non stai pagando per un prodotto, significa che il prodotto sei tu”. Questo oligopolio ai vertici della rete ha delle implicazioni fondamentali sulle nostre vite e ha trasformato il web nella versione che oggi conosciamo.

Proprio per questo, nel giorno del ventottesimo compleanno della sua creatura, l’inventore del web ha scritto una lettera agli utenti di tutto il mondo. Disponibile in inglese, arabo, spagnolo e portoghese, rappresenta il bilancio di quasi trent’anni di storia della rete, raccontata da chi l’ha creata e riguardando indietro la trova diversa da come la voleva. Le questioni che solleva non sono nuove, ma risuonano in maniera diversa se a raccontarle è un personaggio del calibro di Berners Lee.

Tim Berners-Lee al CERN, di fronte un computer con la prima versione del World Wide Web e il suo primo logo (Fonte: World Wide Web Foundation)

Secondo lo scienziato inglese, abbiamo totalmente perso il controllo dei nostri dati, che, salvati in database proprietari, vengono gestiti e condivisi in modo autonomo da chi su questi dati ha costruito business model da miliardi di dollari. La massiva raccolta dei dati ha poi un altro lato oscuro: i governi di tutto il mondo hanno la possibilità di accedervi e controllarli grazie a leggi che sacrificano la privacy in virtù della sorveglianza, anche in paesi che consideriamo civilizzati. In questo modo il dissenso e la libertà di parola vengono raffreddati, snaturando l’idea di una rete nata come libero spazio di confronto.

In un web dominato dalle grandi piattaforme, è facile che la disinformazione si diffonda rapidamente, perché il meccanismo che le regola è un modello costruito sui click. Gli algoritmi che ne garantiscono il funzionamento sono programmati per mostrarci i link su cui è più probabile che clicchiamo, basandosi sui nostri dati personali. Questi link sono spesso quelli che hanno un appeal maggiore a livello psicologico, che con l’aiuto dei bots e della data science fanno divampare il fuoco delle fake news.

Il terzo e ultimo punto di TimBL è che il mercato della pubblicità online, quello che in fondo è all’origine dei due problemi precedenti, deve essere regolato, soprattutto quando si parla di political advertising. Le persone si informano solo su poche piattaforme, i cui algoritmi decidono cosa mostrare agli utenti sulla base dei loro stessi dati personali, e anche le campagne elettorali sono ormai costruite su annunci personalizzati diretti agli utenti. Il fatto che questi annunci siano targettizzate impedisce ogni forma di controllo e aumenta la possibilità che vengano usati in modo non etico, per esempio cambiando la propria comunicazione politica a seconda del target. Cosa c’è di democratico in questo, si chiede TimBL?

Secondo l’inventore del web, la risposta deve essere collaborativa, come l’idea stessa della rete delle origini. Il controllo dei dati personali deve essere chiesto collettivamente, esplorando nuove tecnologie come i data pods e cercando nuovi modelli economici, come le sottoscrizioni o i micropagamenti. Le leggi sulla sorveglianza devono essere combattute con ogni mezzo, in tribunale se necessario. Infine, le grandi piattaforme della rete devono rendere più trasparente il funzionamento dei loro algoritmi, di modo da far capire come la vita delle persone di tutto il mondo ne sia influenzata.

Proprio quest’anno, il suo team alla Web Foundation ha lanciato un piano quinquennale che ha come obiettivo la digital equality, che punta a ricreare un web più fedele all’idea del fondatore, trent’anni dopo la sua invenzione. A guidarlo ci sarà ancora Tim Berners-Lee, che su come il web debba essere ha le idee molto chiare.

l'autore
Roberto Pizzato

Da piccolo sognava di guidare una ruspa, poi qualcosa è andato storto. Vive ad Amsterdam, dove ricerca, scrive e sviluppa idee su nuovi media e cultura digitale.

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