La morte al tempo dei social network

La morte al tempo dei social network

05.06.2017 | Facebook è diventato il più grande cimitero del mondo, ma come cambia il lutto nell'epoca dell'immortalità tecnologica?

L’annuncio che ha avviato il dibattito in tutto il mondo è stato dato il 13 marzo 2016, dalla BBC. Sulle pagine del sito web dell’emittente radiotelevisiva britannica è apparsa la seguente notizia: “A breve, su Facebook, ci saranno più morti che vivi. Il social network per eccellenza ha già preso le sembianze di un cimitero digitale, in costante e inarrestabile crescita”. Il luogo/non luogo frequentato dalla maggior parte dei “cittadini digitali”, capace di superare i confini di Paesi e Continenti (con una “popolazione” di oltre 1,65 miliardi di utenti) si starebbe trasformando sempre di più in un luogo di morte. Tanto che alcuni studiosi hanno già coniato l’espressione morte digitale: un genere di morte che si unirebbe e si aggiungerebbe all’idea, a tutti ben nota, di morte fisica.

Ci si troverebbe così in presenza di tre tipi di fenomeni connessi alla società dell’informazione: i) la morte fisica, così come conosciuta; la morte digitale, ossia la morte dell’aspetto digitale o della presenza dell’essere umano in un servizio informatico o su un social network, e, infine, gli effetti della morte fisica sui beni digitali. È allora chiaro che il fenomeno della cosiddetta “morte digitale” e, soprattutto, della gestione della sua eredità stia diventando argomento d’interesse centrale per gli studiosi dei più importanti fenomeni connessi alla società dell’informazione.

È un tema che potrebbe sembrare settoriale e semplice da sviluppare, se non addirittura d’importanza marginale. Riguarderebbe, in fondo, solo dati e profili che “competono” per sopravvivere ai loro referenti umani. In realtà, a ben guardare, si tratta di un ambito che tocca importantissimi temi religiosi, giuridici, sociali, tecnologici, storici e filosofici, sino ad arrivare a delineare all’orizzonte una nuova idea di comprensione e gestione della morte ripensata e adattata per l’era digitale e per le numerose identità virtuali, o corpi elettronici, dell’individuo.

La morte è una ed è fisica, questo è chiaro. Nella società iperconnessa può avere, però, effetti che si trasferiscono in un ambiente digitale che la persona ha frequentato per tutta la vita. Anche se in tutto ciò, ovviamente, non vi è nulla di virtuale, ma si è sempre in presenza di effetti reali che riguardano informazioni e valori già esistenti. Con la dizione “morte digitale” in senso stretto si potrebbe allora, correttamente, intendere anche la “morte” (ossia la mancanza improvvisa di disponibilità o la cancellazione) di dati, raccolte di dati e servizi digitali nell’ambiente online. 

Il primo elemento di analisi dovrebbe riguardare la comprensione – che sia la più lucida possibile – di che cosa ne sarà dei nostri dati digitali dopo la morte. Tale riflessione comporta però anche un’attenzione a quale sarà il destino di tutte le nostre persone/identità digitali/alter ego virtuali/corpi elettronici che hanno preso forma nel corso di anni di attività online e, soprattutto, quali saranno le persone che potranno disporne e che, in ultima istanza, potranno prendere delle decisioni sul modo in cui trattare i nostri beni.

I dubbi che sorgono spontanei, su questo primo punto, sono numerosi. I multiformi contenuti dei profili sui social network, dei blog e delle caselle di posta elettronica, per esempio, resteranno per sempre visibili a tutti e, quindi, supereranno anche la morta fisica dell’utente, rimanendo eterni? E rimarranno eterni fissi o eterni in movimento? In altre parole: saranno congelati e cristallizzati al momento esatto del decesso dell’utente, come incisioni su pietra, o potranno essere aggiornati costantemente da parenti o amici e rimanere, in un certo senso, vivi?

Al contrario, se uno non volesse rimanere eterno, avrà la possibilità di eliminare tutti i dati e le sue tracce digitali per sempre? Di far sì, in altre parole, che le informazioni muoiano insieme a lui? E, magari, di poterlo fare in maniera automatizzata – per esempio, come conseguenza diretta della morte fisica – nel caso, per ipotesi, si registrasse un periodo più o meno lungo di inattività, cancellando i dati definitivamente o mantenendoli in rete ma impedendo l’accesso da parte di chiunque?

Dobbiamo accettare il fatto e rassegnarci, per certi versi, all’idea che siamo ormai in un’epoca di dati eterni, che sopravvivono senza difficoltà anche alla morte dell’individuo o, al contrario, abbiamo ancora dei margini di possibilità per predisporre processi di autodistruzione dei dati quale ultima forma di tutela della privacy e dei nostri segreti? Si noti, sin da subito, che il ridurre la questione della morte digitale – e della relativa eredità – a un problema di gestione di profili, account, ricordi, video o immagini e alla cura di qualche status o galleria di selfie è a dir poco riduttivo. Oggi i dati in rete – e spesso sono online da decenni, e si sono pian piano accumulati nel corso del tempo – sono in grado di creare un alter ego che ha sempre di più assunto la forma di un corpo elettronico e che cresce e si sviluppa di pari passo con le attività “fisiche”. 

Siamo davanti a un dilemma: i dati digitali sono destinati a vivere per sempre, o si sarà in grado di dare loro, se si vuole, una morte digitale?

Esisterebbe, quindi, un’idea di eredità digitale non semplicemente connessa ai dati singoli ma anche a quanto una persona lascia di sé complessivamente nel mondo digitale. Un insieme di presenza e di informazioni che può essere estremamente articolato soprattutto se arricchito e fatto evolvere dalla tecnologia stessa, e se rifinito da un’attività di profilazione, dalla correlazione di informazioni, dalla generazione automatica di nuovi aspetti e abitudini della persona online. Un “patrimonio digitale”, in sintesi, che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Sia per dimensioni, sia per dinamicità.

Già questo primo dilemma – i dati digitali sono destinati a vivere per sempre, o si sarà in grado di dare loro, se si vuole, una morte digitale? – è perfetto per generare, a cascata, ulteriori nodi interpretativi molto affascinanti. Si pensi, ad esempio, a come sono cambiate, con l’avvento delle reti digitali e dei social network, le modalità di gestione del dolore, del lutto e della commemorazione dei defunti, due temi nobili (e classici) della tradizione che sono stati attraversati da una vera e propria rivoluzione tecnologica.

I lati positivi sono immediatamente evidenti: mai come oggi le più diffuse tecnologie digitali sono in grado di aiutare i parenti e gli amici a perpetuare il ricordo di una persona cara tramite nuovi ed evoluti strumenti. Strumenti mai presenti, prima, nella storia dell’umanità e che, in molte occasioni, si affiancano a comportamenti tradizionali antichi come l’uomo ma che, al contempo, sfruttano al meglio le capacità di amplificazione, di connessione e di persistenza delle informazioni garantite dalle nuove tecnologie.

Infine, non meno importante, può assumere rilievo l’aspetto strettamente patrimoniale. La presenza costante in rete genera, oggi, economia e acquisti di beni e di servizi: quali sono i metodi migliori per gestire in concreto un patrimonio informativo che ogni giorno aumenta e che, nella vita di una persona, arriva ad assumere quasi sempre un valore economico (o emozionale) ingente? Si pensi, per esempio, a una stima seppur approssimativa dei beni e servizi che un utente medio acquista in rete ogni anno. Questo è l’aspetto più vicino all’idea diffusa che si ha di eredità, sia da un punto di vista tradizionale, sia in un’ottica strettamente giuridica: un patrimonio di beni, accumulato nel tempo, che assume un valore non solo affettivo ma anche economico.

La gestione dei defunti sulle piattaforme tecnologiche

I fornitori di piattaforme di social network e i provider di servizi di posta elettronica e di spazi sul cloud cercano, quotidianamente, di mediare tra le indubbie esigenze di privacy dei clienti/utenti defunti – si pensi alla gestione dei milioni di messaggi privati con allegati che circolano nei canali chat dei profili, e che molti utenti vorrebbero mantenere segreti – e le istanze di parenti e amici per apprendere i dati di un parente deceduto o per celebrare, anche online, il ricordo di una persona.

Le grandi aziende tecnologiche mirano, di solito, ad anticipare la volontà dell’utente medio, dando la possibilità ai loro clienti di nominare, tramite “finti testamenti” (che, in realtà, sono semplici atti privati), degli eredi digitali, oppure cristallizzando un profilo facendolo diventare commemorativo e immodificabile (in poche parole: una lapide, o tempietto digitale) o, ancora, conservando tutti i tweet o i messaggi scambiati in una sorta di memoria digitale postuma e accessibile a chi dimostrerà di averne diritto.

Non è facile, anche nell’ambiente digitale, conciliare le esigenze di tutti gli eredi, e si generano allora ulteriori quesiti. Come si può riuscire ad accedere ai dati del parente defunto, per esempio, se l’azienda che li gestisce – si pensi a un grande provider di account di posta elettronica, anche gratuito – decide di non collaborare e, per di più, ha la sede all’estero? È indispensabile, in casi simili (che sono più comuni di quanto si pensi) nominare un avvocato che viaggi oltreoceano, con relativi costi, semplicemente per accedere alla posta elettronica di un defunto del quale non si hanno le credenziali di accesso?

A onor del vero, dal punto di vista tecnico-informatico le piattaforme di social network sono, da diversi anni, all’avanguardia anche sotto questi aspetti. Facebook, ad esempio, sin dal 2011 ha previsto esplicitamente le ipotesi del “profilo commemorativo” e del “contatto erede” al fine di consentire soltanto agli amici più stretti del defunto, o a una persona di assoluta fiducia, la possibilità di continuare a gestire il suo profilo. Allo stesso tempo, però, ci può essere chi non vuole rimanere visibile ma desidera, invece, cancellare tutti i suoi dati e disattivare account e profilo. Può esistere chi, in altre parole, oltre che morire da un punto di vista fisico, desideri morire anche da un punto di vista digitale.

Twitter, in tal senso, ha fatto la scelta di permettere la cancellazione delle informazioni di un utente dopo sei mesi d’inattività. Google, dal canto suo, consente a ciascun utente di impostare volontariamente il proprio account come “inattivo” – una sorta di “morte digitale apparente” – per un periodo massimo di diciotto mesi. Le soluzioni tecnologiche adottate dai grandi operatori per gestire questi aspetti della morte e dell’eredità digitale sono spesso molto differenti tra loro e, soprattutto, sono in corso di costante aggiornamento.

Anche i notai italiani già si stanno interessando alla nozione di eredità digitale, soprattutto quando i beni digitali sono simili, dal punto di vista del valore, ai beni fisici. Si cerca, anche in questo caso, di anticipare le volontà, o di suggerire un mandatario post mortem per il digitale: una persona cui consegnare tutti i codici e cui impartire istruzioni sui limiti d’azione quando verrà il momento. C’è, infatti, chi vorrebbe i dati tutti cancellati, chi preferirebbe trasferirli ai parenti, chi desidererebbe mantenerne in vita solo una parte, e così via. 

Se si possono far rivivere anche gli attori del cinema, perché non permettere alla persona digitale di rimanere viva e interattiva dopo la morte, consentendo una vera e propria “coda digitale” alla vita terrena?

Una sfumatura interessante che sembra testimoniare un cambiamento inarrestabile in corso, e che potrebbe essere presa come spunto per cercare di trarre delle conclusioni pur in un ambito così fluido e “liquido” (per dirla alla Bauman) come quello di cui ci si sta occupando, appare chiara nel momento in cui si analizzano i numerosi servizi che si stanno occupando di gestire i dati delle persone dopo la loro morte e non appena si riflette sui nuovi comportamenti, sempre più vari, che caratterizzano la gestione del lutto online, proprio o altrui che sia.

I due problemi propedeutici, ossia la migrazione di tantissimi dati delle persone online sino a creare nuove identità digitali, e una gestione delle informazioni, da parte dei servizi, che può riservare sorprese sia con riferimento all’eternità dei dati stessi sia alla loro morte improvvisa, hanno attirato l’attenzione di tecnici e studiosi per cercare di comprendere come questo nuovo quadro digitale possa influire sui comportamenti connessi all’idea di morte, di eredità, di lutto. Dal punto di vista dell’eredità, è indiscutibile che l’idea di un patrimonio digitale stia assumendo sempre più interesse anche in un’ottica di valore.

In questo campo si scontrano subito due possibili volontà in capo al titolare dei dati: far morire i dati insieme alla persona, o permettere che (almeno) il lato digitale della persona continui a vivere e sia tramandato agli eredi ed, eventualmente, al pubblico? Se si possono far rivivere anche gli attori del cinema, perché non permettere alla persona digitale di rimanere viva e interattiva dopo la morte, consentendo una vera e propria “coda digitale” alla vita terrena?

Il problema è che il cosiddetto patrimonio digitale può sollevare aspetti spinosi sia dal punto di vista della privacy del defunto, sia strettamente patrimoniali. Il primo nodo non è di facile soluzione: la privacy, come diritto del defunto, deve prevalere anche rispetto agli interessi di affezione – o di semplice curiosità – dei parenti che vorrebbero accedere ai dati? Dal punto di vista professionale e patrimoniale com’è giusto operare con tutti quei beni digitali – progetti architettonici, manoscritti, traduzioni, raccolte di fotografie, disegni – che possono avere non solo un valore artistico ma, anche, patrimoniale?

I grandi provider sono, per ora, attenti soprattutto alla privacy e alla protezione dei dati del defunto, domandando di solito requisiti molto stringenti per concedere l’accesso ai dati nel caso non ci siano disposizioni specifiche lasciate in vita dalla persona deceduta. Non si può, però, lasciare tutta la regolamentazione in mano alle società tecnologiche, e sono oggi molti gli Stati, soprattutto in Nord America, che hanno emanato leggi, o stanno elaborando progetti normativi, per gestire i patrimoni digitali, cercando di raggiungere un buon equilibrio tra volontà del defunto e il desiderio di accesso a tali patrimoni da parte di terzi legittimati.

Immortalità digitale

L’idea di morte tecnologica s’interseca, poi, con modalità particolarmente originali, in sempre più punti della vita quotidiana di adulti e adolescenti sui social network, sia trovando il suo spazio grazie al fiorire di profili di persone decedute o di spazi commemorativi, di aree per foto o messaggi e di servizi per la gestione del “dopo vita”, sia come mezzo molto efficace per la condivisione del lutto e per la dispersione o la diluizione del dolore. La trasformazione in corso è particolarmente evidente soprattutto con riferimento ai comportamenti delle nuove generazioni e in occasione di eventi collettivi che attraversano come una scarica elettrica tutte le piattaforme sociali.

La condivisione delle emozioni, l’abitudine di scattare selfie, il condividere anche il cordoglio senza, però, mutare l’approccio quotidiano che si tiene sui social network disegnano un quadro che potrebbe apparire, alle vecchie generazioni, spesso irriverente o, addirittura, indice di alcuni aspetti patologici. Eppure, se si riflette senza pregiudizi, si tratta semplicemente di un uso delle tecnologie pensato, nella maggior parte dei casi, per cercare di stare meglio.

Lo scopo principale delle tecnologie non dovrebbe proprio essere quello di far star bene l’uomo? Di aiutarlo a superare gli ostacoli, il dolore e i momenti difficili? La portata benefica e terapeutica del social network e di nuove modalità di comunicazione può essere chiara in tal senso, e la si può percepire meglio se non si danno giudizi affrettati ma, semplicemente, si osserva e si prende nota dei cambiamenti. Se, poi, tali mutamenti di comportamento stiano portando a un allontanamento dalla percezione fisica della morte e a una sorta di virtualizzazione, o digitalizzazione che dir si voglia, dell’idea stessa, non è dato saperlo.

È evidente come i social network abbiano permesso, e stiano permettendo, una socializzazione del lutto tra persone che hanno sopportato esperienze simili e che possono dialogare e condividere, in un certo senso, il dolore. Purtroppo il social network è talmente variegato ed eterogeno, oggi, che non è possibile fare valutazioni precise o trarre risultati certi. Chi vorrà evidenziare il lato incivile o inidoneo dell’ambiente elettronico al trattamento del lutto troverà, senza difficoltà, dei tweet o dei messaggi banali o imbarazzanti. Occorre però, uno sguardo più ampio, che comprenda pienamente il cambiamento in corso, la rivoluzione che non si può arrestare e che sta mutando il modo con cui le giovani generazioni, ma non solo, si relazionano ora con l’idea di morte.

Come si potrebbe rispondere, allora, alla domanda se Internet abbia cambiato il modo in cui gestiamo la morte e commemoriamo i defunti nella nostra società, nel caso volessimo trarre alcune conclusioni anche su questo punto? È chiaro che, se cambiano le modalità di interazione sociale di chi sta per morire o di chi commemora il lutto, allora cambia anche l’esperienza della morte o del lutto. Questo perché la connessione tra interazione ed esperienza nel mondo tecnologico è inscindibile, e questi sono probabilmente i due punti focali del problema. 

La morte, la narrazione della morte, la commemorazione diventerebbero social, ossia entrerebbero a pieno diritto, e con una presenza visibile, nella società online che oggi si frequenta

Molti osservatori parlano di “sdoganamento” della morte grazie alle tecnologie digitali e ai social network, a una morte che non è più privata, a un lutto che non è più intimo: la morte, la narrazione della morte, la commemorazione diventerebbero social, ossia entrerebbero a pieno diritto, e con una presenza visibile, nella società online che oggi si frequenta. Si tratterebbe di una presenza molto diversa rispetto a quella che si manifesta nella società reale e che tende a nascondere e a relegare la morte. Saremmo al cospetto di una presenza quotidiana e improvvisa, con apparizioni nelle timeline e richieste postume di amicizia.

Del resto, ben presto si è compreso nella pratica come l’ambiente digitale e social potesse migliorare radicalmente determinate esperienze. Si pensi al successo che si è registrato attorno a siti web o forum di supporto online per persone con malattie terminali: malati che hanno avuto la possibilità di accedere, a ogni ora del giorno e della notte, a un ambiente dove dialogare, confrontarsi e condividere paure e dubbi. Tali modalità d’interazione si sono rivelate molto più pratiche degli incontri settimanali vis-à-vis, molto più comode per connettersi online e parlare con qualcuno senza il tragico rito dell’attesa per l’incontro col medico, e molto informali, particolarmente adatte per intessere una conversazione in un ambiente dove non ci sono (solo) medici ma, soprattutto, persone in condizioni simili e in particolare sintonia tra loro.

Allo stesso tempo, si tratta iniziative criticate da alcuni: la mancanza di una validazione medica di ciò che si scrive, o delle informazioni e suggerimenti che si scambiano, è vista come un possibile rischio per la salute dei malati. Per chi partecipa, di solito, sono benefiche e hanno rivoluzionato, in pochi anni, le modalità di dialogo e di confronto sulla malattia. Lo stesso avviene per tutte quelle persone che aggiornano blog o profili su Facebook condividendo la loro esperienza di una malattia terminale, che sia in corso o che sia ormai alle spalle: hanno scoperto, in tal caso, che le tecnologie e i social permettono di non essere soli, di essere meno isolati, di raccogliere energia ed elementi di conforto costanti, di consentire blog e profili simili e di percepire un senso di comunità anche in questo ambito.

Non è una novità, certo, l’atto di narrare di malattie o di morte e di cristallizzare su pagina il dolore e l’amore. Le tecnologie, però, hanno dimostrato in tante occasioni chiaramente la differenza nel collegamento al tempo reale, nella freschezza, nella capacità di seguire gli stati d’animo giorno dopo giorno rispetto a biografie, o libri, che possono essere sicuramente di pregio ma che sono più statici, meno diretti. Sono sorti, anche, nuovi modi di commemorazione online, che non possono essere trascurati: veri e propri funerali che avvengono sui social network o, addirittura, cerimonie funebri appositamente pensate per il mondo digitale che si affiancano a quelle tradizionali.

Come si deve interpretare questo ripensamento dell’idea di morte, e di tutto ciò che comporta, nell’era dei social network? Non è semplice. L’idea di modernità pre-tecnologica ci aveva abituati al fatto che la morte e il lutto fossero stati “sequestrati” e segregati all’interno di luoghi speciali, pensati appositamente per loro, tutti luoghi dove il morente o il morto non dovevano, in un certo senso, interferire con il flusso felice della vita moderna e non dovevano permettersi di “disturbare” la società. Anche le persone colpite dalla malattia o dalla morte altrui dovevano continuare la vita di tutti i giorni senza esibire il lutto personale. Senza rendere evidenti i segni del dolore.

L’avvento della società digitale e dei social network ha mutato radicalmente questo quadro e questa idea. La morte è entrata a far parte senza problemi, in maniera assai visibile, di questa società connessa, del mondo dei blog, dei profili, dei commenti e dei tweet. I morti o i malati terminali non sono più esclusi e relegati, ma si sono giustamente (ri)presi il loro posto nella società online e hanno iniziato un processo di integrazione che li ha portati sugli schermi, nei social, sui tablet e nei telefonini.

La morte è uscita dalla scatola protettiva nella quale la società aveva sempre cercato di relegarla ed è entrata negli elenchi degli amici, nelle rubriche dei telefonini – chi non ha, nella rubrica del telefono cellulare, ancora il numero di una persona cara che non c’è più? – e negli elenchi dei contatti di WhatsApp.

l'autore
Giovanni Ziccardi

Giovanni Ziccardi è Professore Associato di Informatica Giuridica presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano. Si occupa di diritti di libertà e nuove tecnologie, di attivismo, di crimini informatici, di open source e d’investigazioni digitali. Nel 2017 ha pubblicato Il Libro Digitale dei Morti (Utet).