La cultura digitale nelle scuole

La cultura digitale nelle scuole

22.12.2016 | Non bastano i tablet in classe, l’informatica deve fondersi con le scienze umane.

Da qualche tempo il termine cultura digitale è entrata nel vocabolario comune, diventando uno dei caratteri distintivi di questi anni. Non occorre andare a cercare definizioni teoriche per comprenderne il significato, basta fermarsi a guardare la nostra vita quotidiana e confrontarla con quella del mondo prima di internet. Viviamo in un’epoca di cambiamenti radicali chiamata information age, in cui dati e informazioni viaggiano senza sosta da un nodo all’altro della rete: è la network society. L’impatto di tech company e start-up sulla nostra quotidianità è stato tale da influenzare anche il nostro modo di parlare, come dimostrano i neologismi googlare, twittare e uberizzazione.

La lingua riflette i cambiamenti della società che la usa, se evolve velocemente significa che viviamo tempi di rapida trasformazione. Internet ha solo 20 anni ed è già cambiata molto: prima con l’avvento dei blog, poi dei social media e infine del mobile. E altre innovazioni sono già qui: le intelligenze artificiali, il cloud computing, l’internet delle cose, la realtà virtuale; tecnologie connesse e intrecciate tra loro che formeranno un unico grande network. La rete sarà tutta attorno a noi, non più confinata sugli schermi di telefoni, tablet e computer.

Cambieranno le nostre abitudini e la nostra percezione della realtà: tra una decina d’anni vivremo immersi tra oggetti smart e interconnessi

Si tratta di una mutazione innanzitutto culturale: cambieranno le nostre abitudini e la nostra percezione della realtà, i paradigmi stessi della società. Tra una decina d’anni vivremo immersi tra oggetti smart e interconnessi. La quarta rivoluzione industriale è già iniziata: robotica e stampanti 3D hanno cambiato il mondo della manifattura. Questo processo è già in atto e le nuove generazioni non lo vivranno come un cambiamento, perché sarà l’unico mondo che conoscono. Non si tratta una sferzata improvvisa, ma piuttosto della somma di trasformazioni già in atto, il diffondersi a macchia d’olio di tecnologie già in uso. Viene da chiedersi se abbiamo gli strumenti culturali per affrontare il futuro senza venirne travolti, e se li stiamo fornendo a chi dovrà esserne protagonista dopo di noi: i giovani.

Stando all’ultimo rapporto e-Skills in Europe, pubblicato sul sito del governo italiano dedicato alla cultura digitale, in quanto a competenze siamo piuttosto indietro, rispetto alla media europea. I dati sul Vecchio Continente ci vedono malmessi praticamente in tutte le voci relative alla digital literacy: computer skills, internet skills e uso di internet.

Fonte: e-Skills in Europe.

Il Piano Nazionale Scuola Digitale del Ministero dell’Istruzione è il primo passo verso una scuola che non vuole rincorrere il nostro tempo, ma aiutare gli studenti a esserne protagonisti. Offre uno schoolkit con strumenti e materiali per la formazione da utilizzare, come a indicare che la formazione dovrebbe passare per i professori prima di arrivare agli studenti. Vista così, non sembra poi tanto male. Tuttavia, rimane il nodo del digital divide, il divario nell’accesso alla tecnologia digitale e alla sua capacità di utilizzo. È stato uno dei temi cardine dell’ultimo United Nations Internet Governance Forum, dove internet viene vista come propulsore dello sviluppo per i paesi del terzo mondo. Questa però è solo una parte del problema legato al digital divide, che è un fenomeno culturale oltre che infrastrutturale. Ed è proprio qui che la cultura digitale come parte dei programmi scolastici assume valore.


Il digital divide non si riduce solo con connessioni veloci, ma anche con l’alfabetizzazione digitale, che non è sinonimo solo di competenze tecniche. Se la cultura digitale è già parte integrante della nostra vita, perché non studiarla come le altre materie? Non si tratta solo di conoscenze tecniche, ma anche storiche, sociologiche, economiche, politiche, in una sola parola, di cultura contemporanea.

Gli studenti italiani sanno riconoscere una notizia falsa su Facebook? Sanno cos’è la filter bubble?

C’è un cortocircuito interpretativo rispetto alla cultura digitale, forse perché nelle scuole italiane è arrivata da poco. Le classi 2.0, l’uso dei tablet, la robotica, l’informatica, sono manifestazioni e strumenti del presente, il segno dei tempi di una scuola che porta in classe l’attualità. Ma stiamo facendo le domande giuste ai nostri studenti? Siamo sicuri che sappiano riconoscere una notizia falsa da una vera tra quelle che trovano su Facebook o su Google? Sanno cos’è la filter bubble? Se parliamo di sistemi black-boxed, a cosa pensano? Non si tratta solo di saper utilizzare strumenti digitali, ma di essere in grado di valutare l’impatto sulla nostra vita come collettività. Se vogliamo formare i futuri cittadini, sarebbe il caso di iniziare spiegando loro come sono gestite le informazioni che li raggiungono.

Fonte: Agenzia per L’Italia Digitale.

Dopo un master in Nuovi Media e Cultura Digitale all’Università di Amsterdam, sono tornato in Italia per a tenere un paio di lezioni nel mio vecchio liceo. Ero stato invitato da due miei ex professori di filosofia e di matematica. La loro generazione, quella tra i 50 e i 60 anni, usa tecnologie digitali a scuola come semplici mezzi, in qualche modo mere evoluzioni dei gessi e della lavagna.

Erano affascinati e incuriositi dall’idea di cultura digitale come processo di formazione dei cittadini di domani. Forse si trattava di quel fascino che hanno le cose misteriose. Le loro classi erano agli antipodi: una terza liceo classico e un’altra del liceo di scienze applicate, una sperimentazione a carattere tecnico del liceo scientifico tradizionale. Due cose mi sono rimaste impresse di quei ragazzi: Facebook era usato solo dalla metà di loro (molto più in voga Snapchat e Instagram) e solo un ragazzo aveva idea di cosa fossero l’Intelligenza Artificiale e l’Internet delle Cose.

Ho vissuto in Olanda per circa di due anni, studiavo e lavoravo immerso in una realtà che col digitale fa i conti quotidianamente, forse perché è stato uno dei paesi europei dove internet si è diffuso prima. Qui l’approccio critico alla rete è un valore che si insegna a scuola. Parlare di privacy non è appannaggio di ricercatori o attivisti, ma una questione posta dall’uomo della strada. Il mio corso di laurea rientrava nelle discipline dell’informatica umanistica, area in cui la cultura umanistica si fonde col digitale ridefinendone e mettendone in discussioni gli stessi parametri. Chi si occupa di humanities vive a stretto contatto con programmatori e maker, in un network di lab innovativi che si sviluppa orizzontalmente, dove il ricercatore e lo studente lavorano in spazi vicini a chi sviluppa API per Amazon Alexa.

La figura del ricercatore si affianca a quella del tecnico, perché sa creare scenari, porre domande, perché riporta l’infrastruttura digitale su un piano umanistico

Ho avuto la fortuna di passare del tempo a MediaLAB Amsterdam, uno studio interdisciplinare parte dell’Università di Scienze Applicate che elabora soluzioni creative per aziende e organizzazioni nazionali e internazionali. Qui la ricerca – storica, linguistica, psicologica e sociologica – è una componente fondamentale della cultura digitale, tanto quanto lo sono le capacità di design, coding e making. La figura del ricercatore si affianca a quella del tecnico, perché sa creare scenari, porre domande, perché va oltre l’infrastruttura digitale e la riporta su un piano umanistico. Questa dinamica viene continuamente incoraggiata perché non può che avere un impatto positivo anche sugli stessi media digitali, e sul lungo periodo anche sui modelli di business.

Cultura deriva dal latino colĕre «coltivare», anticamente indicava “l’educazione dell’uomo a una vita propriamente umana”, un aspetto cruciale in un momento in cui l’umanità sta ridefinendo il proprio corso attraverso le tecnologie digitali. Quando si parla di cultura, si parla di storia collettiva e interpretazione della nostra società: iniziare dalla scuola è fondamentale per comprenderla e ridefinirla. Per un’Italia che ha storicamente trovato nella cultura uno dei suoi assi portanti, la sfida non è solo fornire nozioni tecniche, ma anche favorire lo sviluppo di una cultura digitale che ci permetta di tornare a essere un riferimento per valori, estetica e umanità. Perché non iniziare inserendo una nuova materia nei programmi scolastici?

l'autore
Roberto Pizzato

Da piccolo sognava di guidare una ruspa, poi qualcosa è andato storto. Vive ad Amsterdam, dove ricerca, scrive e sviluppa idee su nuovi media e cultura digitale.