La brillante ingenuità

La brillante ingenuità

05.02.2017 | Fabio Chiusi esplora il bellissimo documentario ‘Lo and Behold. Reveries of the Connected World’ di Werner Herzog.

Un giorno potremo twittare pensieri, parlare con un computer come a un essere umano, connetterci attraverso lo spazio con civiltà sconosciute. I robot avranno le loro squadre in serie A, e sarà un’intelligenza artificiale a contendere il Pallone d’Oro al Messi dell’epoca. Ogni cosa sarà connessa e intelligente: le auto si guideranno da sole, le case si autopuliranno, le dispense si autoriempiranno, e tutto andrà esattamente secondo le nostre più scrupolose preferenze. Internet sarà ovunque e in nessun luogo. La rete diventerà invisibile, miniaturizzata e nascosta in ogni device indossabile, ogni oggetto connesso, ogni comunicazione umana. Di Internet ci chiederemo se può decidere, volere, sognare; della coscienza se sia quindi un mistero non eminentemente umano. 

È tutto questo, e molto altro, il prossimo passo della rivoluzione portata da Internet al mondo, dice Werner Herzog nel documentario Lo and Behold. Reveries of the Connected World’. Un film che doveva nascere come serie di video promozionali, come sponsored content, e dunque sembrava dover seguire una precisa narrativa commerciale. Ma che, grazie alla brillante ingenuità di Herzog, invece del marketing contiene filosofia, domande sull’uomo e i fondamenti del suo conoscere ed esperire. Proviamo a pensarci davvero. Prenderci la pausa che serve per immaginare, empaticamente, cosa significhi abitare un simile mondo; i problemi, e le opportunità. Sarà il nostro, molto presto. Questione di anni o decadi, non secoli. In certi casi questioni odierne o quasi, che si intravedono nella cronaca e nei commenti degli osservatori più attenti. Ma serve curiosità, per tirare il fiato e osservarle davvero con distacco. Herzog lo fa da artista, abituato per indole e professione a contestare il mondo e le sue narrazioni dominanti. La ricetta? Domande semplici ma non banali, nessun timore reverenziale ad alcuna retorica preimpostata, una guerra spietata ai propri pregiudizi - e il suo genio, ancora non rimpiazzabile da un algoritmo. 

I giornali non vendono, la musica muore, il cinema pure, i libri non si leggono: colpa di Internet, dice la narrazione, un far west di scorribande e pirati in cui tutto è di tutti, e nessuno ha nome e responsabilità. No, non è così.

Se questo è il metodo, si deve dire che tra quelle “narrazioni dominanti” una, in particolare, va contestata: quella che associa, sempre, Internet a “emergenza”. L’ultimo scandalo a base di hacking, malware e spie ingorde. L’ultima vittima di cyberbullismo. L’ultimo insulto online. L’ultima bufala divenuta virale su Facebook o Twitter. L’ultimo progetto di legge liberticida sorto, con l’irruenza di un moralista svegliato nel sonno, a seguito di una qualunque di queste emergenze. Questo è il dibattito pubblico su “Internet”, attualmente. Non ha soluzioni, ma soprattutto fantasia, curiosità. Non ha distacco. Ha emozioni: paura, indignazione, repulsione, soffocamento, ansia, incertezza. E anche dati, fatti - spesso imprecisi, di difficile lettura anche nel caso ammesso, ma non concesso, si sia tutti in buona fede. Ma nessuna immaginazione. I dibattiti così si avvitano su loro stessi, e si ripetono senza dare mai frutti.

Questo denunciano, da anni, i sostenitori dell’allarme Internet: per arginare il terrorismo bisogna aumentare la sorveglianza digitale, di massa e non; per contrastarne le seduzioni ideologiche, regolamentare la propaganda sui social network, trattando l’estremismo come la pedopornografia, il gioco d’azzardo clandestino o un contenuto che viola il diritto d’autore. Per fermare i populismi, e salvare la democrazia, si deve legiferare su “fake news” e algoritmi di motori di ricerca e social network. Per eliminare l’odio, le minacce e la violenza dal mondo servono regole contro cyberbullismo, hate speech e altri abusi in rete, e va proibito l’anonimato. I giornali non vendono, la musica muore, il cinema pure, i libri non si leggono: colpa di Internet, dice la narrazione, un far west di scorribande e pirati in cui tutto è di tutti, e nessuno ha nome e responsabilità. No, non è così. Non che tutti questi problemi non esistano. È che vanno inseriti nel loro contesto. Che non è quello di una comune di anarchici e disadattati con guai con la giustizia, ma il tempio del nuovo capitalismo globale, la fabbrica dei sogni e dei desideri dell’intero mondo occidentalizzato - tanto da far pensare sia proprio Silicon Valley, si potrebbe rispondere a Herzog, ciò che Internet sogna. 





La rivoluzione connessa ha rovesciato rapporti di potere, eliminato e creato lavoro, ridefinito persone e relazioni sociali, ma non ha eliminato gerarchie, disuguaglianze, né gli abusi dei potenti - non certo come promesso. Eppure davvero è una rivoluzione che non ha precedenti nell’intera storia umana per radicalità e rapidità. Una rivoluzione che  i media tradizionali non sembrano riuscire proprio a capire o quantomeno sfruttare. Che il legislatore vive con il terrore di un assediato. E che il pubblico continua dunque a vedere deformato, nelle fondamenta quanto nella portata. Anche per questo tratta sempre più “Internet” e “Facebook” come sinonimi; rinuncia irresponsabilmente alla propria privacy; firma cambiali in bianco - i ToS - sui propri diritti digitali; si cura poco o nulla della propria sicurezza online - lamentandosi poi quando qualcosa, inevitabilmente, va storto con post sui social media che causano, spesso, ulteriori problemi. Ma la rivoluzione di Internet è tale da restare difficile da comprendere anche quando si facciano tutti gli sforzi possibili per riuscirci. Herzog ha questo privilegio: osservare la rete con l’innocenza di chi non usa cellulare e social, e insieme con la profondità di chi la considera non una serie di problemi di policy, ma una forza della natura capace di travolgere il mondo e l’umano, se incompresa. Così il regista va spesso agli esiti ultimi, fantastica, improvvisa. Parla con un ricercatore di robotica del Carnegie Mellon e, di colpo, gli chiede se “ama” il robot che ha creato - sì, risponde il giovane, timido. Discorre di cyberwar e intuisce: “Potremmo essere nel mezzo di una guerra informatica senza saperlo?” - di nuovo, risposta affermativa. Registra una madre che ha scoperto online le immagini della propria figlia deceduta in un incidente d’auto dire che “Internet è la manifestazione dell’Anticristo” e, con lo stesso candore, un Sebastian Thrun capace di sorridere, stolido, di fronte alla prospettiva di morti causate da un’auto che si autoguida - le macchine sono più intelligenti, dice Thrun, perché quando impara una, imparano tutte, e poi non sbagliano più.

Per Herzog Internet è una dipendenza - paragonabile all’eroina - che dobbiamo ancora catalogare come tale, un male oscuro che ci impedisce di capire davvero il mondo, sviluppare una socialità pienamente umana, perfino distinguerci dalle macchine. Ma è anche e soprattutto mistero, fascinazione. Il regista spinge Jonathan Zittrain a dire che “il web è Internet che sogna se stessa”, una cosmologa a parlare di “Internet a lungo raggio” per discorrere con civiltà aliene, uno scienziato della mente a sostenere che il cervello possiede una sua lingua, e una volta scoperta chissà, magari si dedurrà che davvero la mente è un software. Si sentono domande come queste: “Internet non è altro che connessioni. Avrà una propria coscienza, un suo insieme di regole e - fa paura - prenderà perfino le sue decisioni?”. Che accade, suggerisce Herzog a noi abitanti di una rete già oggi intessuta in buona parte da bot, quando la comunicazione sfugge all’umano?

Una parte tagliata del dialogo con la cosmologa, Lucianne Walcowicz, si spingeva anche oltre. “Abbiamo parlato di Internet come entità a sé”, ha detto Walcowicz a Wired, “una manifestazione della coscienza che finisce per costituire quasi un essere separato - fatto di attività umana ma con una vita propria”. Oggi Herzog, a Rolling Stone, dice che “Internet non è cattiva, sono gli umani a esserlo”, che “è come chiedersi se a essere cattiva sia l’energia elettrica”. Ma gli esiti della sua indagine sembrano aprire scenari più complessi, in cui intenzione e volontà diventano davvero, come in Kevin Kelly, attributi della tecnologia, oltre che dell’uomo. “Il mondo si rivela a chi viaggia a piedi”, ripete il regista da tempo. E vale anche per il digitale. In Herzog è sempre fisico, raccontato da laboratori, test, da chi crea tecnologia. Ci sono diversi utopisti, e a tratti un generale, sognante entusiasmo, ma non c’è ideologia. Herzog è troppo vero per cascare nei cliché della Silicon Valley, e probabilmente li ignora del tutto.

credits: NASA PHOTO/TOM TSCHIDA

C’è dunque Elon Musk, ma anche lunghi momenti in cui la macchina da presa si attarda sui suoi silenzi, i suoi dubbi. Si parla di colonizzare Marte, ma il regista interrompe immediatamente la press release: “Si può fare, certo. Ma dovremmo fare ciò che si può fare? Questa è la mia domanda. Io credo di no”, risponde Herzog, mostrando di nuovo distanza dal determinismo tecnologico, dal dire che la tecnica impone se stessa a prescindere dal tentativo umano di regolarla. Come quando, intervistando il padre dell’hyperlink, Ted Nelson, ricorda che la rete poteva essere diversa, non era suo inevitabile destino diventare ciò che oggi conosciamo. Herzog dice anche che il “lato oscuro” di Internet è l’eccezione, non la norma. “Internet ha un lato splendido”, glorious, e prevale.

Ma non sono tanto le conclusioni del lavoro del regista a interessarci: è il metodo con cui le ha cercate. In tempo di dibattiti sterili e improvvisati, che dimenticano o mistificano la storia, che sfruttano neologismi appiccicati al “digitale” e a “Internet” per darsi una dignità che non hanno, l’idea di osservare un fenomeno così enorme e complesso cercandone, molto banalmente, una origine, uno sviluppo e delle conseguenze appare rivoluzionario. Soprattutto, di una semplicità sana, comprensibile, che potrebbe davvero informare un dibattito pubblico su ciò che vogliamo da Internet, prima che sia Internet a volere, da noi, ciò che non vogliamo. È uno sforzo di immaginazione, ma concreta. Come si va oltre Facebook. Come si creano forme realmente partecipative di democrazia digitale. Come si salvaguarda l’intelligenza collettiva dalla demenza collettiva, senza distruggere il sacrosanto diritto di essere dementi. Come si costruiscono gli anticorpi alla propaganda estremista, così che non sembri mai altro che propaganda estremista. Come si riguadagna il rispetto di lettori e cittadini. Sono domande ambiziose, che necessitano però di risposte. O almeno, di sguardi lunghi abbastanza da tentarle. Fermiamoci dunque, se serve. Spegniamo una volta in più gli smartphone e prepariamo una cena agli amici, come dice Herzog. Qualunque attività ci dissoci dal rimbambimento da iperconnessione: fatela, sembra gridare il documentario. Ma ricominciamo a immaginare Internet. Se l’intuizione di Herzog è buona, sarà più semplice anche raccontarla. 

l'autore
Fabio Chiusi

Fabio Chiusi è giornalista per l'Espresso e Valigia Blu. Si occupa del complesso rapporto tra tecnologia, politica e cultura, come Fellow per il Centro Nexa su Internet e società del Politecnico di Torino e come autore di saggi, tra cui 'Critica della democrazia digitale. La politica 2.0 alla prova dei fatti' (Codice, 2014), Dittature dell'istantaneo. Black Mirror e la nostra società iperconnessa' (Codice, 2014) e 'Grazie Mr. Snowden' (Valigia Blu/Messaggero Veneto, 2014).