La bolla della Silicon Valley

La bolla della Silicon Valley

27.03.2017 | I colossi del tech operano in perdita per eliminare la concorrenza: un modello di business che rischia di esplodere.

La metafora era troppo bella per non sfruttarla. San Francisco, fine 2013: un autobus nuovissimo e tirato a lucido percorre le vie del centro trasportando un paio di dozzine di lavoratori dell’hi-tech. Si sta dirigendo a sud, nella cittadina di Mountain View, contea di Santa Clara, nota per essere il quartier generale del colosso Google. È una strada percorsa tante volte, perché la multinazionale offre da tempo un servizio di shuttle privato per i dipendenti-pendolari. Ma quel giorno succede qualcosa di inaspettato: una folla inferocita, composta da persone di ogni razza ed estrazione sociale, con cartelli e fischietti in mano, si presenta a un incrocio e blocca il passaggio del mezzo. L’accusa è chiara: la presenza sempre più massiccia degli strapagati lavoratori della Silicon Valley rende la città californiana insostenibile per i normali cittadini, diventando sinonimo di “gentrificazione” e “inflazione”. Un manifestante fora un pneumatico con un punteruolo; un altro addirittura infrange un finestrino con un sasso.

È da questo episodio che è partito Douglas Rushkoff, massmediologo di fama mondiale, per scrivere il suo saggio Throwing Rocks At The Google Bus (non ancora tradotto in italiano), in cui analizza il lato oscuro dell’economia di internet e del business model di molte startup esplose in questi anni. Ed è una metafora che fa comodo anche a noi, viste le recenti proteste dei tassisti contro Uber ma anche la fascinazione nei confronti della Silicon Valley dell’ex premier Matteo Renzi, che ancora di recente si è recato in California per studiarla da vicino.

 

Rushkoff (celebre per aver associato per primo, vent’anni fa, la parola “virale” a quei contenuti che si diffondono sul web con la rapidità di un virus, e che ha pubblicato in italiano Programma o sarai programmato, uscito con Postmedia Books nel 2012) non è tra gli aedi del progresso a tutti i costi, ma non adopera nemmeno il linguaggio caustico e talvolta apocalittico di Evgeny Morozov (L’ingenuità della Rete), di cui pure condivide molte argomentazioni. Parlare con lui è piuttosto il modo per fare il punto sul funzionamento del capitalismo avanzato di cui la California è incubatrice, come contraltare alla visione edulcorata che viene spesso descritta sui media.

È il “modello estrattivo” di questa nuova economia tecnologica – che punta solo a risucchiare soldi dal sistema senza sviluppare l’economia reale – ciò che Rushkoff trova discutibile. Una “trappola della crescita”, in cui l’aumento vertiginoso delle quote di mercato e della capitalizzazione in borsa dei colossi della Silicon Valley dovrebbe equivalere a un effettivo buono stato di salute.

 
Quello della Silicon Valley è una sorta di immenso schema Ponzi, perfettamente legalizzato

“Questo modello sta in piedi su un sistema monetario basato sui debiti, nel quale bisogna restituire alle banche centrali di più di quanto hanno prestato”, spiega Rushkoff. “Il risultato è che in questo business l’ossessione per la crescita costante e l’aumento di capitale avrà sempre la priorità su qualunque altra cosa”. Una sorta di immenso schema Ponzi, perfettamente legalizzato.

Non molto tempo fa, Volta (un think tank fondato da accademici e spin-doctor vicini all’ex primo ministro italiano) pubblicò un paper in cui si auspicava, con evidente ottimismo, “l’uberizzazione” dell’intera economia italiana: un sistema in cui domanda e offerta siano mediate dalle piattaforme tecnologiche, in un mercato finalmente liberalizzato, con un rapporto cliente-servizio più diretto e più flessibile. Argomenti simili si trovavano anche in questo articolo di Forbes e la proposta venne sponsorizzata con entusiasmo dal quotidiano Il Foglio – da sempre vicino a questo tipo di mutamenti.

“L’ipotesi potrebbe anche andar bene”, spiega Rushkoff, “purché non si parli di maggiore partecipazione e distribuizione del benessere. Perché Uber è tutt’altro: non un sistema per aiutare le persone a muoversi più facilmente in città, ma un business plan mefistofelico. È un piano per creare un monopolio prima orizzontale e poi verticale; che siano le consegne di cibo a domicilio, i droni o la logistica. Chi oggi lavora nell’industria del taxi verrà sacrificato al fine di rimpinguare un colosso, che risucchia soldi dall’economia reale per immagazzinarli nel grasso del valore azionario”.

Un altro mantra che si sente spesso considera gli autisti che lavorano sotto il marchio di Uber come una minoranza privilegiata, che può contare su guadagni da favola. Il video dell’ad di Uber, Travis Kalanick, beccato con una telecamera nascosta mentre dà una lezioncina di self-made-manship all’autista che si lamenta del costante calo degli introiti non è, per un usare un eufemismo, la migliore pubblicità possibile.

Se Uber sta rapidamente diventando il simbolo del male, le cose non vanno molto meglio dalle parti di Amazon, protagonista di una serie di scioperi nei magazzini tedeschi e di scontri col governo francese. In particolare la Francia, proprio nei mesi in cui l’autobus di Google veniva preso a sassate, accusava il gigante fondato da Jeff Bezos di ricorrere a pratiche di vendita sottocosto, di tagliare i prezzi di copertina sistematicamente del 5% per soffocare la concorrenza dei piccoli librai, e in definitiva di gettare le basi di un pericoloso monopolio.

“Il successo Amazon si basa sulla creazione di ‘monopoli di piattaforma’ su diversi mercati”, prosegue Rushkoff. “È una forma di perturbazione [disruption, anche se in Italia usiamo di più il termine dumping per esprimere il concetto, ndr], in cui puoi adoperare una quantità impressionante di capitale per distruggere il mercato già esistente vendendo sotto costo, anche se devi operare in perdita. Così facendo, alla fine, diventerai l’unico fornitore di quel servizio”.

Il punto è che Amazon non ha alcun interesse a guadagnare dalle vendite. Né di smettere, prima o poi, di vendere sottocosto, alzando i prezzi. Lo spiega un articolo di Business Insider: “Se Amazon smettesse di crescere in maniera così aggressiva e iniziasse a mettere a profitto il suo posizionamento alzando i prezzi, non avrebbe più una valutazione di mercato con un multiplo di crescita così alto”. La capitalizzazione, di conseguenza, crollerebbe fino a dimezzarsi rispetto al valore attuale. E dunque: “Il beneficio dell’aumento dei margini di profitto legato all’incremento dei prezzi sarebbe più che compensato dal calo del multiplo dovuto all’abbassamento delle aspettative di crescita”.

Questo è un tassello centrale, perché spiega cosa faccia paura agli investitori, specialmente quelli dei fondi speculativi, e il perché della loro miopia. Chi vorrebbe ritrovarsi con una montagna di azioni dal valore dimezzato? 

Una mentalità che è figlia di precise distorsioni culturali: “Se gli azionisti fossero intenzionati a passare le aziende ai loro figli, capirebbero quanto sia inefficiente un sistema in cui si guadagna tutto e subito, sperando di isolarsi dalla guerra, dalla povertà e dai disordini causati. È impossibile costruire mura abbastanza alte per proteggerti da tutto questo”, prosegue Rushkoff. Questa mentalità può funzionare a una sola condizione: che non ci si interessi della salute dell’azienda sul lungo periodo.

È anche vero che Amazon, grazie alla diversificazione dei suoi affari, possiede altre divisioni che sono diventate profittevoli nel tempo (per esempio i servizi cloud, ovvero la rendita dell’affitto di server online), e questo permette loro di mantenere il retail in perdita. Stiamo parlando cioè di un rivenditore che per sopravvivere non ha bisogno di seguire le regole logiche ed economiche seguite dai rivenditori fisici tradizionali.

La morale è che se i colossi della Silicon Valley valgono tanto è perché potenzialmente potrebbero raggiungere uno stadio di massima espansione senza più concorrenti. E tuttavia sono imbrigliati in un sistema finanziario per il quale alzare i prezzi e rendere il proprio business più solido equivarrebbe quasi a un suicidio. Costretti alla crescita, appunto.

Nella recensione di Throwing Rocks at the Google Bus, Alberto Mingardi sul magazine IL ha liquidato Rushkoff come una sorta di nostalgico primitivista, uno che rimpiange il tempo dell’equo canone o addirittura la vita precedente alla rivoluzione industriale. Secondo Mingardi, questo modello di sviluppo, per quanto sperequativo, continua ad attrarre milioni di persone disposte a morire pur di raggiungere i confini americani; la tanto odiata gentrificazione costringerà sì la classe media ad abbandonare i centri cittadini per gli affitti troppo elevati, ma rende interi quartieri indubbiamente più sicuri e prosperosi.

 
“È proprio chi vuole proseguire su questa strada che ci farà tornare al medioevo: i dogmi economici che oggi ci strozzano risalgono a quel periodo”

Rushkoff rigetta questo capo d’imputazione e capovolge le accuse: “In realtà è proprio chi vuole proseguire su questa strada che ci farà tornare al medioevo. I dogmi economici che oggi ci strozzano risalgono proprio a quel periodo: la messa fuori legge delle monete locali, la creazione di monopoli mercantili, lo scioglimento delle gilde degli artigiani”. Il modello che aveva garantito, durante il tardo medioevo, una prosperità mai raggiunta prima in Europa, viene rivoluzionato dagli stati. “Gli aristocratici, all’epoca, avevano paura dell’arricchimento della classe media. I mercanti minacciavano le monarchie.  Ma sono passati sei secoli: l’aristocrazia di una volta non c’è più: il vero nemico sono i monopoli, che soffocano la classe media”.

Le proteste legate a Uber di questi anni sembrerebbero collocare i traumi dell’economia digitale nella sfera della cronaca attuale; Rushkoff ricorda invece due occasioni, entrambe precedenti agli anni zero, in cui ebbe una sorta di presagio su ciò che sarebbe accaduto. La prima fu nel 2000, quando America Online comprò Time Warner in una delle più grandi fusioni della storia. Rushkoff percepì che la bolla delle dotcom stava per scoppiare e tentò invano di far pubblicare un articolo di allarme sul New York Times (glielo cestinarono). Sebbene la società attuale non possa separarsi dalla vita digitale, dice lo scrittore, non vuol dire che non debba provare a costruire qualcosa di solido e creare valore reale. Per Rushkoff, con un  po’ di ottimismo, si possono considerare compagnie come eBay, Vimeo, Slack, Kickstarter o Dropbox esempi positivi di servizi focalizzati non tanto sulla creazione di monopoli, quanto sulla creazione di valore.

E il secondo momento “rivelatore” dei tumulti digitale che sarebbero giunti in futuro? È il 1995: Netscape sbarca in borsa proprio nel giorno in cui muore il cantante dei Grateful Dead, Jerry Garcia. Ma cosa c’entrano le due cose? “È come se lo spirito anarco-libertario di San Francisco che avvolgeva l’Internet delle origini fosse morto quello stesso giorno”, dice amaro il massmediologo.

 

A proposito di San Francisco, proprio in questi giorni si può leggere un reportage del solitamente ottimista Il Foglio sull’incredibile bolla dell’economia digitale nella città simbolo della Silicon Valley, con affitti di tremila dollari al mese per un monolocale e chi guadagna meno di centomila dollari l'anno visto come un pezzente: "Può sembrare ridicolo”, scrive l’inviato Michele Masneri, “ma San Francisco a causa dell’ennesima rivoluzione industriale sta vivendo il più grande boom immobiliare della storia recente; secondo l’Economist i prezzi sono cresciuti del 66 per cento negli ultimi cinque anni rispetto al 50 per cento di New York. La settimana scorsa è stato battuto anche uno storico record; San Francisco è la prima città americana in cui ci sono più cani che bambini".

C’è da chiedersi, allora, cosa abbia trasformato l’ammirazione per queste multinazionali in rabbia, convincendo gli attivisti della città californiana a scrivere sui cartelli “Fight the devil” (mentre un importante venture capitalist della zona, esagerando, ha paragonato le élite hi-tech agli ebrei perseguitati nella Germania nazista). Raccontava al New York Times lo scrittore Gary Kamiya: “I ragazzi hi-tech sembravano dei teneri secchioni, che facevano tanti soldi e dei prodotti carini ma non riuscivano ad avere una ragazza. Adesso sono diventati signori e padroni”.

l'autore
Paolo Mossetti

Scrittore, vive a Napoli. Ha vissuto anche a Milano, Londra e New York, dove ha lavorato come cuoco. Ha collaborato o collabora con riviste come Through Europe, Vice, Rolling Stone Italia, Domus, Il Manifesto.

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