La battaglia dello streaming

La battaglia dello streaming

08.06.2017 | Spotify, Apple Music & co. hanno risollevato le sorti dell’industria musicale, ma il prezzo da pagare è molto alto.

Nel 1999, l’industria musicale globale godeva di ottima salute: ricavi a 23,8 miliardi di dollari e una crescita che, grazie all’avvento dei cd, manteneva ritmi vertiginosi da almeno 10 anni. Il finire del millennio, però, portò con sé la massiccia diffusione di internet e la comparsa di quello che sarebbe diventato il nemico numero uno, la nemesi del music business: la pirateria digitale comparsa inizialmente sotto forma di Napster (al quale seguiranno, con alterne fortune, Gnutella, Kazaa, Emule, DC ++, BitTorrent e molti altri ancora).

Nonostante l’impatto della pirateria (almeno dal punto di vista della diffusione della cultura) abbia avuto anche alcuni, ormai ampiamente analizzati, risvolti positivi, è innegabile che una delle conseguenze principali fu il crollo degli introiti dell’industria discografica, che già a partire dal 2001 iniziò ad assistere a una contrazione del fatturato globale che procedeva al ritmo di quasi un miliardo di dollari l’anno. Risultato? Nel giro di 15 anni il fatturato del mondo della musica scese del 40%, passando dai quasi 24 miliardi del 1999 ai 14,3 del 2014. La rapida crescita del mercato digitale (per la maggior parte del tempo legata quasi esclusivamente ai download legali) non era in alcun modo in grado di compensare il crollo vertiginoso delle vendite dei dischi fisici e gli introiti mancati a causa della diffusione della pirateria.

 

Il calo del fatturato dell'industria discografica, in cui si nota la crescita costante degli introiti generati dal digitale e la ripresa degli ultimi due anni (Fonte: IFPI Global Report 2017)

Negli ultimi due anni, però, le cose hanno iniziato nuovamente a cambiare. Nel 2015, per la prima volta, l’industria ha conquistato un segno ampiamente positivo: +500 milioni di dollari e introiti risaliti a 14,8 miliardi. Qualche sporadica annata positiva, però, si era già vista in passato; ed è per questo che i numeri da poco forniti dalla IFPI (International Federation of the Phonographic Industry) sono così importanti: non solo il segno positivo compare per due anni di fila, ma soprattutto la crescita nel fatturato si fa davvero importante: +900 milioni di dollari e introiti che salgono a 15,7 miliardi (+5,9%). Certo, i tempi d’oro sono ancora un ricordo lontano, ma il trend negativo è stato invertito.

Il digitale, ormai, conta esattamente per il 50% del fatturato; ma il merito del ritorno alla crescita, secondo tutti gli analisti, è da ricercare nel boom dello streaming musicale, salito del 60,4% nel corso del 2016 e in grado quindi di compensare il calo ulteriore della vendita dei cd (-7,6%) e il crollo del download legale (-20,5%). Lo streaming, da solo, vale oggi circa 4 oltre miliardi di dollari: merito dei 112 milioni di abbonati a servizi a pagamento come Spotify, Apple Music, Tinder e gli altri; un numero che, secondo alcune previsioni, dovrebbe continuare a crescere senza sosta, arrivando a quota 336 milioni nel 2025.

Negli Stati Uniti, già il 2015 ha segnato il sorpasso dello streaming come fonte d'introiti sia sui CD che sul download legale (Fonte: Statista)

Per il momento, il protagonista assoluto è Spotify, che ha da poco raggiunto quota 50 milioni di abbonati, seguito da Apple Music (27 milioni), Deezer attorno ai 7 milioni e il nuovo Napster (questa volta legale) attorno ai 4/5 (Tidal, lo “streaming di lusso”, conferma le difficoltà e non supera i 2/3 milioni di abbonati). Un’ulteriore dimostrazione di quanto il trend sia positivo è il fatto che, negli Stati Uniti, lo streaming già oggi porta maggiori ricavi sia dei download, sia della vendita di dischi fisici.

Fonte: Statista

Ma non è tutto oro quello che luccica: da una parte ci sono le lamentele di artisti ed etichette sul pagamento bassissimo che lo streaming porta loro in relazione ai numeri ottenuti; dall’altro la difficoltà delle stesse società di streaming, che fanno molta fatica ad arginare le perdite. Pandora, Napster, Tidal e Deezer vengono ormai considerati “morti che camminano”; ma anche Spotify non se la passa bene: nonostante il fatturato sia cresciuto del 46% (arrivando a quasi 3 miliardi di euro), ancor più sono cresciute le perdite, salite del 64% e arrivate a quota 330 milioni di euro.

Non ci sono dati specifici per quanto riguarda Apple Music, ma è evidente che essere il servizio di streaming di proprietà della più ricca corporation del pianeta e poter contare su una base utenti potenziale pari a tutti i possessori di iPhone la mette in una situazione decisamente comoda. Talmente comoda da poter ingaggiare una durissima battaglia, a suon di prezzi e diritti versati, contro Spotify; con l’obiettivo di far annegare nelle perdite il servizio nato in Svezia e ritrovarsi, per mancanza di avversari, in cima alla piramide.

 

l'autore
Le Macchine Volanti

Vinili Hi-Tech

Un giradischi artigianale che suona la musica dello smartphone: storia del successo partito da un sottoscala di Napoli.