Il mio silenzio digitale

Il mio silenzio digitale

19.06.2017 | Ma è proprio vero che i social network azzerano la nostra privacy o è solo un luogo comune?

Qualche mese fa ho subito un brutto incidente. Ero in vacanza, lontano dall’Italia. Rientrare, fra aerei, coincidenze e le mie condizioni fisiche, è stato un problema; sia per me che per la mia famiglia. Arrivato in Italia sono stato operato e ho iniziato una lunga convalescenza. Ovviamente la notizia non è questa: la notizia – il motivo per cui state leggendo questo pezzo – è che queste cose sulla mia disavventura non le ho scritte su Internet.

Scrivo in rete da oltre vent’anni. Il primo post del mio blog personale – che per molto tempo è stato aggiornato quasi quotidianamente – è datato 8 giugno 2002. Oltre quindici anni fa. Il profilo Twitter sul quale più volte al giorno scrivo stupidaggini varie e altre amenità è stato aperto il 30 dicembre 2006. Eppure del mio incidente non ne ho scritto né sul blog né su Twitter.

Una delle affermazioni più aleatorie e imprecise che sentiamo ripetere da anni è quella secondo la quale, da quando esistono gli ambiti digitali, la nostra privacy si è azzerata (il primo a scrivere questa scemenza fu il CEO di Sun Microsystems Scott McNealy, molti anni fa). Che la nostra privacy sia morta con Internet è diventato uno di quei luoghi comuni sui quali nessuno si fa più troppe domande: è così e basta. Moriremo nudi e indifesi mentre qualcuno ci osserva dal buco della serratura.

Una delle citazioni più belle fra quelle che conosco non riguarda un grande scrittore o un poeta romantico, ma il cantautore Bruno Lauzi. Il quale, una volta, interpellato sulle ragioni per cui le sue canzoni fossero così tristi, rispose: “Perché quando sono allegro esco”. Così, in quei giorni pensavo che quella frase di Lauzi forse spiega in parte certe mie scelte di riservatezze così improvvise. Dieci minuti prima postavo su Twitter la foto di una spiaggia meravigliosa, dieci minuti dopo ecco, improvviso, il mio personale silenzio digitale. Se sono triste – forse – non ho voglia di scrivere su Internet: consideratemi, in questo caso, una specie di Bruno Lauzi al contrario.

 
Negli ambienti digitali ciò che celiamo e ciò che rendiamo pubblico non sono elementi a somma zero: i social media incrementano sia la nostra esposizione che la nostra privacy

Qualche anno fa Nathan Jurgenson e PJ Rey scrissero un saggio accademico intitolato The fan dance: se vi interessano i temi della privacy si tratta di una lettura imperdibile e controcorrente. Cosa dicono gli autori in sintesi? Che negli ambienti digitali ciò che celiamo e ciò che rendiamo pubblico non sono elementi a somma zero (quelli in cui se aumenta uno diminuisce l’altro), ma che le tecnologie digitali e i social media in particolare incrementano sia la nostra esposizione che la nostra privacy. Con tanti saluti a quelli che da anni vi dicono con grande sicumera che la vostra privacy è morta.

La metafora del ventaglio usata nel saggio è poi molto interessante. Intanto, già il ventaglio in sé nasce come oggetto per rinfrescarsi e diventa, come sovente accade alle tecnologie, qualcosa di differente: si trasforma (anche) in uno strumento di comunicazione. Fra la fine del 700 e l’inizio del XX secolo le posizioni del ventaglio diventano una vera e propria lingua, utilizzata dalle donne, alle quali molti atti sociali erano a quei tempi negati. Ricopio alcuni di questi segni tratti da Wikipedia:

- Cambiarlo alla mano destra: ma come osi?

- Lanciarlo con la mano: ti odio!

- Muoverlo con la mano destra: voglio bene ad un altro!

- Lasciarlo scivolare sulle guance: ti voglio bene!

- Mostrarlo chiuso e fermo: mi vuoi bene?

- Lasciarlo scivolare sugli occhi: vattene, per favore.

- Far scivolare un dito dell'altra mano sui bordi: vorrei parlarti.

- Appoggiarlo sulla guancia destra: si.

- Appoggiarlo sulla guancia sinistra: no.

- Aprirlo e chiuderlo lentamente e ripetutamente: sei crudele!

- Abbandonarlo lasciandolo appeso: rimaniamo amici.

- Sventagliarsi lentamente: sono sposata.

- Sventagliarsi rapidamente: sono fidanzata.

- Appoggiarsi il ventaglio sulle labbra: baciami!

- Aprirlo molto lentamente con la destra: aspettami.

- Aprirlo molto lentamente con la mano sinistra: vieni e parliamo.

- Colpirsi la mano sinistra con il ventaglio chiuso: scrivimi.

- Chiuderlo a metà sulla destra e sulla sinistra: non posso.

- Aperto massimamente ma coprendo la bocca: non ho uomo.

Il primo testo in cui si fa cenno al linguaggio del ventaglio sembra essere Le livre de quatre couleurs di Louis Antoine de Caraccioli pubblicato nel 1760.

Tuttavia, quando Jurgenson e Rey parlano della “danza del ventaglio” si riferiscono a qualcosa di più recente. Per essere precisi, al burlesque e ai primi striptease nell’America degli anni '30, in cui la ballerina, seminuda sul palco (compatibilmente con l’idea di nudità dell’epoca), copre e rivela parti del proprio corpo mediante l’uso sapiente del ventaglio.

È una danza di seduzione nella quale chi utilizza il ventaglio decide ogni volta cosa mostrare e cosa nascondere, in un equilibrio sapiente fra due differenti esigenze. Sui social media, secondo Jurgenson e Rey, avviene lo stesso: ciascuno di noi è in un equilibrio dialettico fra il proprio lato pubblico e quello privato. La nostra esposizione e la nostra riservatezza sono due forze che si confrontano in un rapporto complesso che assomiglia a una danza.

Nonostante questo, i nostri restano i tempi dell’iperbiografismo. Mai, in nessuna epoca passata, abbiamo esposto agli altri, più o meno volontariamente, parti tanto ampie di noi. Sarà importante ricordare che si tratta comunque di un iperbiografismo marginale. Esponiamo molto, talvolta moltissimo, ma solo quello che vogliamo.

Molti miei contatti di rete amano condividere i propri momenti di grande ansia e difficoltà. Anche quelli legati alla propria incolumità. A ciascuno di voi sarà capitato di vedere un post su Facebook di un amico che scrive dal letto di un ospedale qualcosa di improvviso del tipo “Domattina mi portano in sala operatoria, incrociate le dita per me”. Nella danza del ventaglio capita sovente che il diaframma venga ampiamente abbassato, ma perfino in quelle occasioni non tutto risulterà interamente esposto. I commenti a quel post si riempiranno rapidamente di frasi di incoraggiamento, abbracci virtuali e richieste di ulteriori informazioni. Tutto OK? Scriveranno alcuni, anche a settimane di distanza. Quei commenti e quegli abbracci sono con ogni probabilità la ragione di una così ampia esposizione di sé. Qualche anno fa, Salvatore Iaconesi ha portato alle estreme conseguenze questo disvelamento intenzionale di sé, condividendo in rete, in un progetto artistico e informativo, La Cura, la diagnosi e, appunto, la cura del suo tumore al cervello.

Molte persone in ogni caso cercano il conforto dei propri contatti nei momenti di grande incertezza e questo, tutto sommato, è un aspetto confortante delle relazioni di rete: smentisce, insieme a molti altri riscontri, un altro luogo comune che riguarda i social media, quello della loro generica tendenza depressiva. Molti studi sociali recenti, del resto, concordano in questo senso.  

 
Nei momenti di grande difficoltà e tensione i miei molti legami di rete diventano relazioni più deboli di quanto avrei immaginato

Attraverso la mia personale danza del ventaglio scopro qualcosa di me. Per esempio che nei momenti di grande difficoltà e tensione i miei molti legami di rete diventano relazioni più deboli di quanto avrei immaginato. Che in simili occasioni il mio ventaglio preferisce nascondere piuttosto che mostrare e lo fa al di fuori di qualsiasi perizia tecnica intenzionale. Semplicemente, il mio io digitale rimane immobile come se niente fosse davvero accaduto. Che per me il dolore e la paura sono sentimenti non condivisibili estesamente fuori dalla cerchia dei miei legami più stretti, per un misto di ragioni difficili da descrivere ma che certamente attengono, fosse anche solo in minima parte, a qualcosa di magico e vagamente superstizioso legato alla permanenza documentale in rete. Alle tracce che resteranno di noi quando tutto sarà finito, quando, nella migliore delle ipotesi, saremo guariti.

Attraverso la danza del ventaglio scopro che molte altre persone fanno scelte del tutto opposte e non trovo francamente alcuna ragione per biasimarli. Condividono drammi e momenti di difficoltà con la velocità che gli attuali strumenti di relazione sociale consentono: in un numero di casi che immagino molto consistente ne ricevono conforto.

E questo perché, in fondo, attraverso la danza del ventaglio si replica negli ambienti digitali quello che da sempre avviene nelle nostre relazioni sociali usuali. Esponiamo e celiamo parti di noi in un incastro complicato che dipende da molte variabili, anche, per esempio, da chi abbiamo di fronte. Ognuno di noi è in ogni caso unico e irripetibile e nessuna interfaccia digitale, nonostante i timori di molti, sembra essere in grado di interferire troppo con questa nostra unicità.

Io nel frattempo sto abbastanza bene, grazie dell’interessamento.

 

 
l'autore
Massimo Mantellini

Massimo Mantellini è uno dei più noti commentatori della rete italiana. Blogger, editorialista per Punto Informatico, Il Post e L’Espresso, si occupa da oltre un decennio dei temi legati al diritto all'accesso, alla cultura informatica e alla politica delle reti. Nel 2014 ha scritto per Minimum Fax “La vista da qui, appunti per un’Internet italiana”.

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