Il destino di Facebook

Il destino di Facebook

10.04.2017 | Il fondatore del più importante social network al mondo vuole trasformarlo in un potere politico globale. Ecco come.

Dal dormitorio della sua università, Mark Zuckerberg ha creato una piattaforma social capace di connettere quasi due miliardi di persone, diventando nel giro di dieci anni una delle persone più influenti al mondo. Dalla nascita di Facebook alla sua quotazione in borsa, la storia del social network che oggi conta 1,8 miliardi di utenti è legata a doppio filo alla visione e alla tenacia di Zuckerberg. Oltre a essere un impero economico e la piattaforma social più usata al mondo, Facebook è un modo di guardare le cose e interpretarle. Non ha solo cambiato il nostro modo di connetterci con sconosciuti e vecchi amici, ma anche quello di accedere alle notizie, di raccontarci agli altri e quindi di formare la nostra identità.

È diventato un linguaggio comune, che ha valicato i confini americani arrivando fino all’Africa. Partito dai desktop e arrivato agli smartphone, è un media trasversale che va molto oltre la nostra sfera personale, e che ha infatti dimostrato di poter rivoluzionare i business model delle più grandi aziende del globo. Che piaccia o meno, Facebook è una delle innovazioni che ha avuto maggiore impatto sulla vita quotidiana di chiunque; paradossalmente, anche di chi non ha accesso a internet. E questo processo è stato guidato da una chiara missione aziendale: rendere il mondo un luogo più aperto e connesso. È Mark Zuckerberg a decidere come compiere questo destino, e lo scorso febbraio ha scritto una lettera in cui spiega come intende farlo da ora in poi.

La lettera che racchiude la visione di Zuckerberg è stata pubblicata sul suo profilo pubblico e si apre con una domanda: stiamo costruendo il mondo che tutti vogliamo? Il concetto base è che Facebook abbia un ruolo fondamentale in questo processo, perché può sviluppare l’infrastruttura sociale che lo renderà possibile. Se negli ultimi dieci anni il social network più utilizzato al mondo è servito a connettere i suoi utenti a famiglie e amici, ora punta a diventare la spina dorsale del mondo globalizzato.

I suoi obiettivi non sono più mettere in relazione le vite private dei suoi utenti, i brand con i consumatori, sconosciuti che non avrebbero altra possibilità di entrare in contatto tra loro, ma supportare la nostra vita quotidiana, farci sentire sicuri, tenerci informati e migliorare l’inclusione sociale a livello globale. Zuckerberg ammette che il progetto è troppo grande per essere attuato da un’unica organizzazione, ma crede che Facebook possa diventare l’infrastruttura che lo faciliterà, mettendosi al servizio dei suoi utenti.

La strada che porterà il mondo verso un futuro migliore, secondo quanto affermato dallo stesso Zuckerberg, passa attraverso cinque domande fondamentali: 1. Come possiamo costruire community che supportino e rinforzino le istituzioni tradizionali, in un mondo in cui l’appartenenza stessa a queste istituzioni è in declino? 2. Come possiamo aiutare le persone a costruire delle comunità più sicure, che possano resistere in tempi di crisi e ricostruire se stesse in un mondo dove chiunque può condizionarci con le sue azioni? 3. Come possiamo costruire una comunità globale informata, che ci metta in contatto con nuove idee, mantenendo un sentire condiviso in un mondo in cui ogni persona può dire la sua? 4. Come aiutiamo le persone a costruire delle comunità civilmente impegnate, in un mondo in cui capita che vada a votare meno di metà della popolazione? 5. Come possiamo aiutare le persone a costruire una global community che rispecchi i valori della collettività, in un mondo dove mancano esempi di questo tipo?

La mission di Facebook, quindi, è cambiata: il mondo non deve essere solo più aperto e connesso, ma deve saper rispondere a queste cinque domande. Nel resto della sua lunga lettera, Zuckerberg spiega come intende farlo. Tuttavia, come sottolineato da The Verge, Zuckerberg ha usato l’espressione social infrastructure 14 volte, ma non ha speso nessuna delle sue 5800 parole per spiegare cosa intenda per infrastruttura sociale.

Il testo di Zuckerberg è tanto lungo quanto retorico, cita esempi di come Facebook abbia già parzialmente risposto a queste domande e voglia continuare a farlo. È un manifesto del suo pensiero e come tale parla dell’idea di mondo che c’è dietro, di come il fondatore di Facebook voglia avere un impatto sulla sua evoluzione. Bloomberg l’ha chiamata social dystopia, definendola come uno spaventoso tentativo di trasformare una piattaforma digitale in uno stato extraterritoriale comandato da un governo non eletto.


 

La propensione di Zuckerberg per la megalomania non è certo una novità, basta pensare al suo annuncio sulla partecipazione al programma spaziale di internet.org, che punta a fornire l’accesso alla rete a chi non ce l’ha per mezzo di satelliti lanciati fuori dal nostro pianeta. O basta andarsi a rileggere l’ultima lettera di questo tipo che aveva scritto cinque anni fa, quando parlava di come the world’s information infrastructure dovesse assomigliare al Social Graph della sua azienda.

Facebook contava metà degli utenti attuali e il momento storico era decisamente diverso. In quel testo si parlava di business, di come il tutto mondo dovesse essere connesso a internet il prima possibile, della definizione di hacker in quel dato momento storico. C’era Obama al governo, non Trump; e la questione politica aveva tutto un altro rilievo.

Oggi, per la prima volta, Facebook esce allo scoperto e si presenta per quello che è: uno strumento politico in grado, per esempio, di aiutare due milioni di americani a registrarsi e andare a votare. Ma non è tutto: Zuckerberg ha raccontato di come il primo ministro indiano comunichi su Facebook con i suoi cittadini, di come in Islanda i politici vengano taggati in discussioni di cui si fanno portavoce e come l’obiettivo sia diventare una piattaforma sempre più coinvolta nel processo elettorale attivo, aiutando centinaia di migliaia di persone nel mondo a votare. Infine ha paragonato il ruolo della TV negli anni ’60 a quello dei social media nel 21° secolo, ammettendo quindi come Facebook sia allo stesso tempo un mass media contemporaneo e una piattaforma politica.

 
Come può una piattaforma chiusa dire di volere un mondo più aperto, quando i suoi algoritmi e i suoi dati sono nascosti al pubblico?

È questo il grande elemento di novità, Facebook non è solo uno strumento di connessione sociale, ma una piattaforma media con un chiaro ruolo politico. Ma come può una piattaforma chiusa dire di volere un mondo più aperto, quando i suoi algoritmi e i suoi dati sono nascosti al pubblico? Che senso ha coinvolgere le comunità di tutto il mondo su una piattaforma di cui non possono decidere il funzionamento? È difficile non notare come questo corto circuito venga ignorato da Zuckerberg, nelle sue parole infatti di questi problemi non c’è traccia.

Zuckerberg si sta mettendo sulle spalle una serie di problemi che nessuno gli ha chiesto di risolvere, e che forse Facebook ha contribuito a creare. È difficile pensare a fenomeni come clickbait e fake news in un mondo in cui Facebook non esiste. Se da un lato si può leggere una presa di coscienza del ruolo fondamentale che il suo social network gioca nel modo di comprendere e vivere la contemporaneità, la soluzione che Zuckerberg propone è di usare il social network come soluzione a problemi che ha forse favorito.

Il social network fa leva sulla crisi dell’informazione e sul bisogno di sicurezza con l’unico scopo di convincere i suoi utenti a non smettere mai di usare Facebook, nemmeno nei momenti più difficili; come se dire agli amici che stiamo bene quando siamo in una città in cui c’è stato un attentato diminuisse le possibilità di venirne coinvolti. A leggere tra le righe, il social media potrebbe invece correre il rischio di perdere il valore sociale che ha acquisito nell’ultimo decennio.

Tuttavia, Facebook ha da poco compiuto 13 anni e con il suo miliardo e 800 milioni di utenti non è mai stato così influente a livello globale e punta addirittura a diventare la spina dorsale dell’infrastruttura sociale mondiale, espandendo ancor più le sue funzioni, diventando uno strumento politico (ma non democratico) che possa trovare soluzioni politiche a problemi sociali. La domanda da farsi, però, è una: vogliamo davvero che la visione di una sola persona possa avere un impatto tanto grande sulle nostre vite?

l'autore
Roberto Pizzato

Da piccolo sognava di guidare una ruspa, poi qualcosa è andato storto. Vive ad Amsterdam, dove ricerca, scrive e sviluppa idee su nuovi media e cultura digitale.