I robot devono pagare le tasse?

I robot devono pagare le tasse?

02.03.2017 | L’automazione del lavoro rischia di causare la disoccupazione di massa. Come dobbiamo reagire davanti a questa minaccia?

Se i robot saranno a breve in grado di sostituirci in tutti gli impieghi più semplici, l’uomo deve rispondere occupandosi sempre più di mansioni socialmente utili, dove le qualità tipicamente umane come l’empatia e la capacità di comprensione sono ancora uniche. È questa una delle possibili reazioni all’invasione dei robot espresse, in una recente intervista a Quartz, da Bill Gates. Ma non è tutto: il co-fondatore e Technology Advisor di Microsoft ha anche proposto di tassare i robot. L’idea è piuttosto semplice: visto che molti dei lavori attualmente svolti da esseri umani verranno automatizzati, moltissime persone perderanno il lavoro e non pagheranno più le tasse. Gates esordisce così: “Al momento, se un operaio lavora per 50mila dollari [in un anno], quel reddito è tassato. Se un robot rimpiazza quel lavoratore, viene da pensare che la stessa tassazione dovrebbe essere applicata al robot”.

Una tesi che ha uno sfondo anche sociale: un lavoratore costa molto di più all’azienda di un robot (che non richiede ferie, straordinarie, malattie, week-end e quant’altro) e le consente quindi di incrementare notevolmente i guadagni. È giusto che un’impresa aumenti il fatturato liberandosi dei lavoratori e non dia nulla in cambio alla società?

Una delle critiche che è sempre stata portata alle proposte fiscali sui robot di questo tipo è che, così facendo, l’innovazione tecnologica sarebbe stata rallentata, facendo venire meno un incentivo importante. Da questo punto di vista, il fondatore di Microsoft sembra essere decisamente ottimista (se non addirittura ingenuo) quando afferma di non credere che le robot corporation reagiranno negativamente ad eventuali robot tax. In ogni caso, per quanto possa sembrare una provocazione, quella di Bill Gates è una proposta realistica che potrebbe, in futuro, diventare forse inevitabile.

La cronaca recente, però, racconta un’altra storia. Il giorno precedente a quell’intervista, l’Unione Europea, l’istituzione che forse più di tutte sta lavorando a policy che regolino l’innovazione, era arrivata a formulare una proposta simile, inserendola in una più ampia risoluzione che abbracciava diversi aspetti associabili all’automazione, tra i quali lo sviluppo e l’utilizzo dei robot, e aspetti sulla responsabilità delle self-driving car. Una proposta che è stata però osteggiata dall’International Federation of Robotics, perché considerata limitante nei confronti di competitività e occupazione.

Nella stessa proposta, si parlava anche di una tassa sui proprietari dei robot, destinata proprio a trovare i fondi per il supporto e la formazione dei lavoratori rimpiazzati dalle macchine. In Europa, le risoluzioni non sono vincolanti per la Commissione Europea, che può decidere di rifiutarle. E la Commissione Europea così ha fatto: rispondendo positivamente alla richiesta di trovare uno status giuridico per robot, ma respingendo la proposta di introdurre una robot tax applicabile ai proprietari delle macchine.

Secondo Mady Delvaux, promotrice dell’iniziativa: “I legislatori hanno rifiutato di prendere in considerazione le conseguenze negative sul mercato del lavoro” legate allo sviluppo della robotica. Bill Gates, quindi, non è il primo a chiedere di tassare i robot, né sarà l’ultimo. Così come non è l’unico a ritenere che la tassazione potrebbe rallentare lo sviluppo dei robot: la stessa posizione è stata infatti sostenuta, ma da una prospettiva completamente diversa, anche dall’International Federation of Robotics, che proprio per questa ragione si è opposta alle richieste del Parlamento Europeo ritenendo, in prospettiva, estremamente dannosa una misura fiscale che avrebbe disincentivato l’innovazione tecnologica. Un'obiezione ragionevole, alla quale si potrebbe però rispondere facendo notare come rallentare la velocità di questa rivoluzione digitale potrebbe essere solo salutare, perché impedirebbe alla società di affrontare le conseguenze sul mondo del lavoro prima di essere davvero pronta.

 
Le istituzioni faticano a tenere il passo dell’innovazione digitale, portando a vuoti legislativi e mancanza di politiche che rispondano alle istanze prodotte dalle nuove tecnologie

A non essere d’accordo con questi timori, però, è James Bessen, economista della Boston University School of Law, secondo cui l’automazione creerà nuovi posti di lavoro. Com’è successo nel passato, quindi, anche le nuove tecnologie cancelleranno alcuni lavori, ma creandone altrettanti di nuovi.

In una società che cambia così velocemente, spesso le istituzioni faticano a tenere il passo dell’innovazione digitale, portando a vuoti legislativi e mancanza di politiche in grado di rispondere alle istanze prodotte dalle nuove tecnologie. È proprio questo a rendere la proposta di Bill Gates molto intrigante, il fatto che per una volta la richiesta di regole arrivi da un’azienda anziché da un’istituzione. Generalmente infatti, sono i governi nazionali – o sovranazionali, come appunto la Commissione Europea – a imporre regole a tutela dei cittadini e dei loro apparati statali in scenari dove la rete appare come il far west del digitale.

La prospettiva di Bill Gates rischia però di essere eccessivamente di parte e di riflettere una visione utopistica dell’innovazione molto in voga nella Silicon Valley; Microsoft è infatti una delle grandi aziende che sta investendo nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, il che rende sospetto il fatto che Gates faccia riferimento solo ai robot, quando nel testo della Delvaux si parlava anche di intelligenze artificiali, che si presentano sotto forma di software, app, prodotti immateriali, un’infrastruttura invisibile non necessariamente associata alla robotica.

Bill Gates invece non menziona nemmeno le parole intelligenza artificiale durante l’intervista. Si limita a dire che le aziende che hanno provocato questa trasformazione sociale di fatto dovrebbero finanziare le politiche che ridurranno le tensioni sociali. Viene da chiedersi se sia un modo per aprire le porte al tanto discusso reddito di cittadinanza – altro cavallo di battaglia della Silicon Valley – finanziabile attraverso la robot tax.

 
l'autore
Le Macchine Volanti