I limiti della libertà d’espressione online

I limiti della libertà d’espressione online

18.09.2017 | È possibile porre dei confini al diritto di parola? I recenti fatti di cronaca hanno riaperto un antico dibattito.

Discord è un’applicazione fondata nel 2015. Nata come una chat pensata per i gamer, gli appassionati di videogiochi, si è presto imposta come luogo sicuro per l’alt-right, la nebulosa di troll e attivisti di estrema destra che è tra i principali sostenitori di Donald Trump. Qui, su Discord, potevano organizzare campagne online e offline, scambiarsi informazioni e, ovviamente, meme. Nel giro di pochi mesi Discord è diventata uno degli strumenti più utilizzati dalla “nuova destra” come un’alternativa più sicura degli altri ambienti frequentati dal movimento, 4chan e Reddit.

Il 14 agosto scorso, con un tweet lapidario, Discord ha annunciato su Twitter la chiusura del principale server utilizzato dall’alt-right per le sue conversazioni. Lo ha fatto con un messaggio lapidario, “Love. Not Hate”, rapidamente imitata da molti altri servizi.

A cambiare le cose erano stati i fatti di Charlottesville, la cittadina nello stato della Virginia che ha ospitato una manifestazione di suprematisti bianchi e la contro-protesta dei movimenti civili (o, più semplicemente, anzi-nazisti). Una giornata conclusasi in tragedia quando James Alex Fields Jr, uno dei manifestanti di estrema destra, ha volontariamente guidato la sua automobile contro un gruppo di protestanti anti-fascisti, uccidendo Heather D. Heyer, attivista 32enne.

Dopo i fatti di Charlottesville, organizzazioni vicine all’alt-right e al neo-nazismo si sono viste negare i servizi da parte di molte aziende, tra cui giganti digitali come Uber, LinkedIn, Apple, Facebook, Airbnb e Spotify (quest’ultima, per esempio, ha eliminato dai suoi archivi delle band che inneggiavano al potere bianco e all’odio razziale). L’obiettivo più colpito è stato sicuramente il sito The Daily Stormer, una testata neo-nazista fondata nel 2013 che aveva gioito per la morte di Heyer, definendo la vittima “un peso per la società” (poiché nubile e senza figli). Quel post – ultimo di una serie interminabile di odio e bugie – ha cambiato tutto, costringendo società che avevano rapporti anche solo indiretti con lo Stormer ad abbandonare il sito. GoDaddy, Cloudflare e Google si sono tutte rifiutate di garantire all’azienda il servizio di hosting, costringendo i suoi gestori a trovare riparo in Russia con un dominio .ru, prima di vedersi rifiutare anche quello.

 

In tutto questo, per quasi un mese, lo scandalo ha colpito lo Stormer lasciando invece intatto il più antico sito web nazista in lingua inglese, Stormfront, nato ufficialmente ai tempi di USENET nel 1985, nella preistoria di internet. Solo lo scorso 29 agosto l’azienda Web.com ha deciso di rimuoverlo dalla sua piattaforma, innescando lo stesso processo che ha fatto sparire nel nulla il suo più giovane clone (Stormfront ha una storia molto più violenta alle spalle, tanto che il Southern Poverty Law Center, uno dei principali enti per il monitoraggio del razzismo negli USA, lo aveva definito “la capitale degli omicidi di internet”).

Nel corso di agosto, il rapporto tra la destra americana e i giganti digitali della Silicon Valley è andato deteriorandosi. Se già da tempo il dibattito sulla post-truth society e le bufale o fake news su Facebook ha monopolizzato l’attenzione di politici e politologi, il dieci agosto scorso l’intreccio tra potere tecnologico e politica ha colpito direttamente Google. Tra i fatti più caldi della scorsa estate, quantomeno nel mondo tecnologico, c’è stato il caso di James Damore, ingegnere di Google licenziato per aver fatto circolare un memo di dieci pagine nel social network interno dell’azienda. Il documento, pubblicato in seguito dal sito Gizmodo, partiva dalle recenti polemiche sulla condizione delle donne nella Silicon Valley, un luogo percepito come progressista ma plagiato da pregiudizi e doppi standard basati sul genere, arrivando giustificare il basso numero di donne ai piani alti delle aziende con presunti motivi “biologici”. La bomba è esplosa a pochi mesi dal caso di Uber, il cui co-fondatore e CEO Travis Kalanick è stato allontanato lo scorso giugno dopo una lunga serie di scandali e denunce riguardo il trattamento delle dipendenti nell’azienda.

Al di là delle risibili basi scientifiche di Damore, basate su pseudoscienze, pregiudizi secolari e fallacie, a far clamore è stata la decisione “politica” di Google di procedere al licenziamento; specie in un tempo in cui il presidente Trump non ha voluto condannare direttamente e univocamente i fatti di Charlottesville, per non alienarsi la sua base politica, molto vicina all’alt-right. Il licenziamento dell’ingegnere è stato quindi percepito, da parte della destra, come una dichiarazione di guerra, un ennesimo episodio della culture war in corso e un attacco alle libertà di pensiero da parte delle corporation e delle intramontabili “élite globaliste”.

Non è una novità: succede spesso che personaggi riconducibili alle ali più estreme dello spettro politico denuncino un deficit nelle libertà fondamentali; succede ogniqualvolta le loro azioni abusano delle regole del discorso civile e delle leggi stesse, il che accade abbastanza spesso. Alcuni commentatori liberal, peraltro, vengano in soccorso delle richieste d’aiuto che giungono dall’estrema destra: una commentatrice del Guardian si è per esempio domandata se non sia il caso che la sinistra “difenda” l’estrema destra in nome della libertà di parola.

 
È possibile che delle aziende private abbiano il potere di decidere quali voci possano essere rappresentate su internet e quali invece debbano svanire nell’oblio?

Il caso del Daily Stormer è comunque particolare: parliamo di un sito che è stato spazzato via, cancellato da internet per volere di un gruppo di aziende. Matthew Prince, il CEO di Cloudfare, il servizio che d’un tratto, dopo anni di silenzio, gli ha staccato la spina, ha spiegato di essersi reso conto da tempo del peso della sua azione e di aver proceduto “perché era diventata una distrazione per tutti noi”. Così, un mercoledì, dopo essersi svegliato “di malumore”, come ha spiegato alla stampa, ha deciso: “La vita è troppo breve per avere a che fare con idioti come questi”.

È una vicenda che potrebbe sembrare pericolosa: è possibile che delle aziende private abbiano il potere di decidere quali voci possano essere rappresentate su internet e quali invece debbano svanire nell’oblio? Eppure, a ben guardare, quanto avvenuto riguarda la decisione di un’azienda privata alle prese con un proprio cliente (privato). I servizi che hanno abbandonato lo Stormer non hanno protestato contro Trump o l’alt-right, né hanno attuato una vera e propria censura politica. Si sono semplicemente distanziati da una pubblicazione dichiaratamente nazista, proprio come una tipografia potrebbe rifiutarsi di stampare una fanzine piena di svastiche e inni a Hitler senza per questo essere tacciata di oscurantismo. È sempre Prince di Cloudflare a raccontare una delle ragioni che lo hanno convinto a togliere il servizio al Daily Stormer: i responsabili del sito avrebbero tormentato per lungo tempo tutti coloro i quali si lamentavano della presenza online dei loro articoli.

Proprio come chi si vedesse rifiutare da ogni tipografia, potrebbe trovarsi costretto a stampare artigianalmente la propria rivista da solo, allo stesso modo, nel corso degli anni, sono stati parecchi i tentativi di creare una rete alternativa, una alt-internet per l’estrema destra, e gli eventi degli ultimi mesi hanno dato nuova vita alla discussione. Nel 2013 il programmatore Fredrick Brennan ha fondato l’image board 8chan in reazione a quello che percepiva come il tramonto della libertà d’espressione online, che avrebbe ormai colpito anche l’anarchico e sregolato 4chan. “Su 8chan”, spiega Brennan, “chiunque può dire e fare quello che vuole”; l’unico limite sono le leggi degli Stati Uniti d’America.

Come ha spiegato The Verge, riuscire a creare una serie di servizi internet basilari e vicini alle più estreme posizioni politiche, è estremamente complicato, per motivi tecnologici e, soprattutto, economici: “Il contenuto politico di nicchia è molto meno lucrativo, e la stragrande maggioranza delle persone – inclusi i simpatizzanti dell’alt-right – avrebbe ben poche ragione per scegliere un registar [servizio che amministra e assegna domini internet, nda] nato per proteggere “la libertà di parola” al posto delle alternative più tradizionali.”

 

Il paradosso della tolleranza spiegato dal filosofo Karl Popper: perché una società tollerante non può tollerare gli intolleranti.

I registar hanno messo in difficoltà anche GAB.ai, un social network nato per offrire a chiunque la possibilità di esprimere opinioni e molto utilizzato da alcuni nomi dell’alt-right. A inizio settembre il registar su cui faceva affidamento, AsiaRegistry, ha richiesto l’eliminazione di un post a firma di Andrew Anglin del Daily Stormer. Andrew Torba, CEO di GAB, ha accettato di farlo al fine di “mantenere online il sito”, provocando l’inevitabile – ed ennesima – polemica sui limiti della libertà d’espressione online e il rapporto tra quest’ultima, il razzismo e le molestie.

Rimane poi la questione della vendita di domini e della loro gestione, che è controllata da un’organizzazione multinazionale chiamata ICANN. L’alt-right da tempo mira a costruire dal nulla un’alternativa a questo complicato e miliardario network di servizi e aziende, ma è un’impresa ardua. Counter.Fund è un sito nato come una versione di Kickstarter per l’estrema destra. Il suo fondatore, Pax Dickinson, ex CTO di Business Insider, ha reagito agli eventi delle ultime settimane, auspicando la nascita “di un’azienda d’infrastrutture in stile Amazon in grado di implementare qualsiasi cosa e di vendere ciascun elemento come un servizio”.

La descrizione di Dickinson ricorda qualsiasi gigante della Silicon Valley – da Amazon a Google –, ovvero proprio il genere di creatura che necessita di tempo e soldi per svilupparsi. E cosa è necessario a questo tipo di crescita? Delle certezze: per gli utenti presenti e futuri e per i venture capitalists che potrebbero decidere di scommettere sul progetto. È proprio la certosina ricerca di un’anarchia ad personam a minare dalle fondamenta questo tipo di progetti, destinati a presentarsi sul mercato come angoli di far west in cui i diritti personali vengono fraintesi e tutto è possibile, sconfinando nell’illecito e nell’immorale. Lo insegnano i casi che hanno coinvolto piattaforme tra loro diversissime: 8chan, Reddit, 4chan e il cosiddetto dark web.

Il caso del dark web è da manuale: l’anarchia e l’altissima percezione di pericolo ha allontanato i nuovi potenziali utenti, restringendo l’ambiente e trasformandolo in un luogo oscuro, ormai deserto, dove i pochi superstiti provano a comprare armi, droghe o materiale pedopornografico. Una cosa che avrebbe potuto salvarlo? Delle regole chiare, per esempio. Che devono valere per tutti; ali estreme comprese.

l'autore
Pietro Minto

È stato caporedattore di Prismo, collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera e Rolling Stone. Ha una newsletter che si chiama Link Molto Belli.