Hulu, Netflix & co: così lo streaming batte la tv

Hulu, Netflix & co: così lo streaming batte la tv

12.10.2017 | Gli ultimi Emmy Awards hanno mostrato come i servizi online si siano imposti anche come produttori di contenuti.

Gli Emmy Award, si sa, sono stati pensati per onorare la televisione. Eppure il 2017 è stato l’anno in cui gli show più premiati alla manifestazione provenivano tutti da studios che, con la tivù tradizionale, nemmeno ci lavorano.

Durante la 69° edizione del prestigioso riconoscimento americano la regina incontrastata è infatti stata Hulu, casa di produzione salita alla ribalta con ben dieci statuette: tutto merito della serie The Handmaid’s Tale (disponibile in esclusiva per l'Italia su TIMVision), clamoroso successo di critica e di pubblico, nonché fiction trasmessa, ovviamente, soltanto online. Hulu è stata anche la prima compagnia interamente digitale a vincere il premio “miglior dramma”; tanto per cambiare, davanti a competitor dello stesso settore: Neflix e Amazon.

È il segno di un cambio di paradigma, che sta sconvolgendo il settore televisivo e quello cinematografico. Il trionfo degli studios online avviene nello stesso momento in cui le case di Hollywood registrano il calo inesorabile dei ricavi provenienti dalle sale tradizionali. In termini assoluti, in realtà, i profitti dai theatre sarebbero in crescita; ma questo è dovuto principalmente all’aumento del prezzo medio dei biglietti. In termini relativi, invece, sta crescendo molto di più e più velocemente la fetta di ricavi provenienti dal video-on-demand digitale (proiettata verso i 20 miliardi di dollari nel 2021, contro gli 11 miliardi del cinema. E stendiamo un velo pietoso sul segmento dei DVD on demand, che è vicino al trapasso).

 

La crescita dello streaming ha già superato abbondantemente il cinema. Entro il 2021, questo mercato negli Stati Uniti potrebbe valere il doppio del grande schermo (fonte: PriceWaterhouse Coopers)

"I cinema devono concentrarsi sulla capacità di offrire un’esperienza che vada ben oltre ciò che già si può trovare a casa”, spiega Chris Vollmer, consulente di PriceWaterhouseCooper. “Da qui il focus sulle poltrone di lusso, il 4DX, la qualità del cibo, la realtà virtuale”.

Per questo motivo, appena due settimane fa, Warner Bros. e Universal Pictures hanno annunciato la negoziazione di un accordo con Apple e Comcast per offrire al pubblico la versione digitale dei loro film entro due settimane dall’uscita nei cinema: il tentativo disperato di fermare un trend inarrestabile. E la speranza di trovare un accordo tra catene cinematografiche e produttori per distribuire film online a un prezzo premium (30 dollari e oltre) si affievolisce ogni anno di più. Assente da queste negoziazioni è il colosso Disney, che, nel frattempo, ha annunciato il lancio del suo proprio canale di film in streaming per il 2019.

Mentre il gap d’intenti tra distributori tradizionali e produttori si allarga, l’industria audiovisuale nel suo complesso è in piena ebollizione, sempre più fiduciosa – e non è una sorpresa – nella diffusione esclusivamente digitale. E, per questo motivo, la tendenza a Los Angeles è una sola: l’invasione di creativi e manager arrivati dal mondo dei video online; mentre anche i nuovi giganti hi-tech – come Hulu o e i digital media che hanno come target primario il mondo dei millennial – hanno deciso di investire a due passi da Hollywood.

 

Gli abbonati di Netflix negli Stati Uniti hanno sorpassato gli abbonati a tutti i principali servizi via cavo (fonte: Statista)

“L.A. è una città dove i talenti del video non sono secondi a nessuno ed è anche una città più fantasiosa e amante della politica di quanto pensi la gente”, spiega Matthew Segal ad Axios, co-fondatore e amministratore delegato di Attn, una digital media company che ha assunto da poco come consulente Valerie Jarrett, nientemeno che spin-doctor di Barack Obama.

E negli ultimi anni si sono moltiplicati i player del settore digitale/giornalistico che, seppur nati e con base a New York, hanno trasferito il loro dipartimento video a Los Angeles: Vice (nel 2013), Buzzfeed (nel 2014), Vox (2015), Mic e anche Mashable (entrambi nel 2016), tanto per fare qualche nome.

La lezione sembra chiara: la televisione, un tempo considerata entertainment di serie B, per i meno dotati intellettualmente, si è evoluta al punto in cui la guardiamo senza nemmeno rendercene conto. Perché quelle serie tv, quei video prodotti con tecnica sempre più sopraffina sono televisione, che però nel frattempo è diventata un veicolo di nuove idee, proposte stimolanti, linguaggi freschi, e lontana apparentemente anni luce dal vecchio medium catodico. “Ci sono più narrazioni in giro, in questo momento. Ma è cambiato il meccanismo con cui ci arrivano”, spiega a Nbc Paul Verna, analista di eMarketer.

 

“Non cambia tanto ciò che le persone vogliono vedere, ma come lo vogliono vedere”, dice Verna. E infatti quest’anno, 22,2 milioni di americani diranno addio ai tradizionali servizi tv via cavo e satellitari per iscriversi alle nuove piattaforme di consumo come Amazon Prime, Netflix, Hulu, YouTube e SlingTv. È un aumento clamoroso del 33 percento rispetto al 2016. .

È un risultato ottenuto con investimenti colossali: nel solo 2016, Netflix ha speso sei miliardi di dollari per produrre circa 600 ore di contenuti video, scrive The Hollywood Reporter. Si tratta di circa 60 dollari investiti per ogni abbonato. Una cifra notevole, ma ancora lontana dai 200 dollari per abbonato che Hulu pensa di investire lungo tutto il 2017. Scommesse che hanno pagato: Netflix è stata il primo servizio di streaming su Internet a essere nominato per gli Emmy Award, nel 2013, e ha raddoppiato il numero di nomination ogni anno a partire da allora. Hulu è stata tempestata di premi.  

La rivoluzione è alle porte, dunque, ma il vecchio mondo non tramonterà tanto facilmente: la tv tradizionale continua a essere una componente fondamentale della vita di moltissime persone – con un rapporto tra spettatori tv e digital di 3 a 1, ancora a favore del piccolo schermo.

 
l'autore
Le Macchine Volanti