È davvero tutta colpa degli smartphone?

È davvero tutta colpa degli smartphone?

04.09.2017 | I dispositivi mobili e i social network sotto accusa per aver distrutto una generazione, ma l’analisi non convince tutti

Gli smartphone hanno distrutto una generazione, titolava qualche settimana fa un lungo articolo dell’Atlantic, ripreso in Italia anche da Il Post. Immediatamente dopo l’uscita dell’analisi, in tutto il globo si sono sentite levare voci d’assenso; come se l’inchiesta di Jean M. Twenge, docente di psicologia alla San Diego University, avesse levato il tappo a un tema estremamente sentito e che dovrebbe preoccupare molto più di quanto non faccia. Come si potrebbe, d’altra parte, non essere in accordo con questa preoccupazione? Vediamo tutti i giorni millennials (e non solo) incollati allo schermo del loro smartphone in qualunque momento della giornata, impegnati a tenere in vita la snapstreak di Snapchat, a scattare selfie per Instagram, a commentare su Facebook e, più in generale, completamente immersi in un mondo social che è stato progettato appositamente per scatenare una vera e propria dipendenza.

Al di là del buon senso – che fa sospettare che la diffusione degli smartphone ci abbia rinchiuso tutti in un mondo digitale che ci incentiva a vivere più sui mobile che offline, con tutto quello che ne consegue in termini di qualità della vita sociale – quanto sostenuto da Twenge viene supportato da dati statistici che vale la pena di riportare: dal 2005 (l’iPhone è stato lanciato nel 2007), la percentuale di 18enni dotati di patente è crollata dall’82 al 72%. Sempre negli ultimi dieci anni, i neo-maggiorenni che hanno appuntamenti romantici è scesa dal 75 al 56%. Allo stesso modo, anche la percentuale di quanti, a quell’età, abbiano mai fatto sesso è scesa dal 65 al 60%.

Cosa lega queste tre statistiche (ce ne sarebbero comunque molte altre da riportare)? Sicuramente la ricerca dell’indipendenza, che era una valore fondante delle generazioni nate tra i ‘70 e i ‘90 e che invece si sta andando perdendo (le percentuali riportate sono nettamente più alte se si torna indietro nei decenni). Ma per quale ragione? Secondo Twenge, il punto fondamentale è che oggi per frequentare gli amici non è più necessario uscire di casa, basta restare nella propria stanza con in mano uno smartphone; di conseguenza, la richiesta di indipendenza è diminuita. Uscendo meno, si ha sempre maggiore difficoltà a rapportarsi con il mondo esterno e i suoi ostacoli: ragion per cui, oggi, i giovanissimi (ribattezzati nell’articolo iGen) si sentono molto più a loro agio in casa che non alle feste con gli amici.

Tutto ciò, ovviamente, si lega ad aspetti che per molti potrebbero essere positivi, ma che per Twenge rappresentano anche un chiaro segno di una vita sociale meno intensa: i giovani di oggi consumano meno alcool, fanno meno sesso, fumano meno sigarette, ecc. ecc. Tutte cose che difficilmente renderebbero triste un genitore, ma che sono comunque correlabili a una minore propensione a fare ciò che i giovanissimi hanno sempre fatto – anche come esperienza di formazione – trasgredire e sperimentare.

 

Il crollo nella percentuale di 18enni che escono spesso con gli amici.

Questi cambiamenti non sarebbero un problema se fossero legati a una maggiore felicità dei giovani. Alla fine, non è l’essere felici l’unica cosa che conta davvero? Il problema, allora, è rappresentato soprattutto dal fatto che i dati in possesso dell’accademica mostrano come i giovani di oggi siano di gran lunga meno felici (il tasso di suicidi tra adolescenti è aumentato e, nel 2011, per la prima volta, ha superato quello degli omicidi) e come soprattutto ci sia una correlazione diretta tra il tempo passato davanti allo smartphone e me il tasso di infelicità; allo stesso tempo, le statistiche mostrano come chi scelga di farsi una vita anche fuori dalle quattro di mura di casa sperimenti un tasso di felicità molto superiore.

“Non c’è una singola eccezione”, si legge sul pezzo dell’Atlantic. “Tutte le attività su schermo sono collegate a minore felicità e tutte le attività non su schermo sono legate a maggiore felicità. I 14enni che passano 10 ore o più sui social media alla settimana hanno il 56% di probabilità in più di affermare di essere infelici di quanto non facciano coloro che dedicano meno tempo ai social media”. Il problema, però, di una statistica di questo tipo è che non da una spiegazione su quale sia il fattore scatenante: chi passa più tempo sui social è meno felice o chi è meno felice passa più tempo sui social?

Non è una questione facile da risolvere, come ammette anche Twenge; ma c’è un dato che sembra mostrare come ci possa essere una correlazione in linea con le ipotesi sostenute da Twenge: i giovanissimi che diminuiscono il loro tempo passato sui social aumentano di conseguenza il loro grado di felicità. Ancora una volta: questa non è la pistola fumante, ma mostra come minimo che chi si sente più felice abbia la tendenza a lasciar perdere i social. E già questo è un segnale da non sottovalutare.

Altri dati preoccupanti riguardano l’aumento della percentuale di ragazze (soprattutto) e ragazzi che si sentono soli ed esclusi. Anche in questo caso, i social giocano un possibile ruolo: tutti coloro i quali partecipano a una festa lo postano inevitabilmente su Facebook o Instagram. In questo modo, chi ha una vita sociale meno intensa non fa che sentirsi più solo, escluso e rischia così di aumentare la sua insicurezza e quindi il suo isolamento.

 

La percentuale di ragazzi che hanno appuntamenti romantici.

Visto così, il quadro sembra chiaro: i social network e gli smartphone ci offrono appagamento immediato, costante, senza peraltro esporci alle difficoltà a cui i giovanissimi (più insicuri rispetto a chi si trova in età più matura) vanno incontro nel momento in cui devono parlare con il ragazzo/a che piace loro (invece di mandare un messaggio di testo), devono partecipare a una festa piena di sconosciuti, devono fare esperienze nuove che richiedono di accettare un certo grado di sfida che sugli smartphone è praticamente inesistente. Questa sicurezza, però, si paga con un minore tasso di felicità. Non è una novità: scegliere la via più facile non porta necessariamente la felicità; anzi, non sono pochi i casi in cui le due cose siano inversamente proporzionali.

Qualche spiraglio, comunque, si vede. E, volendo, risponde quasi a una logica evoluzionistica: “Nelle mie conversazioni con i ragazzi, ho visto segnali che mi fanno sperare che i ragazzini stessi stiano iniziando a collegare i loro problemi con il onnipresente telefono”, scrive Twenge. Soprattutto, se fosse vero che chi riduce il consumo di social e il tempo sullo smartphone esperisce poi un maggiore grado di felicità, non è impossibile pensare che questa sensazione si possa diffondere spronando altri a seguire la stessa strada.

L’articolo in questione (che vi consigliamo di leggere nella sua integrità sull’Atlantic, anche per avere accesso a tutti i grafici, o quantomeno nell’estesa sintesi che ne ha fatto Il Post) ha sollevato un enorme dibattito. Ovviamente, non tutti sono d’accordo. Tra le voci critiche, citiamo in particolare un contributo pubblicato su Psychology Today. Le critiche della ricercatrice Sarah Rose Cavanagh sono principalmente di due tipi: metodologiche e di merito. Partiamo dalle prime.

“I dati scelti da Twenge sono appositamente selezionati per confermare le proprie tesi. Con ciò, intendo dire che lei ha portato a supporto solo quegli studi che confermano la sua idea, ignorando quelli che invece suggeriscono come l’uso dello schermo non sia associato con esiti come depressione e solitudine o che suggeriscono che l’attività sui social media possa in effetti essere associati con esiti positivi come la resilienza”.

 

La percentuale di ragazzi che si sentono soli o esclusi, invece, è drasticamente cresciuta.

Non siamo di fronte a un contributo che vuole ribaltare le posizioni di Twenge, ma che mostra come altre analisi arrivino a conclusioni diverse e, come spesso accade, la questione sia più che altra legata all’equilibrio: “Un moderato uso della tecnologia non è intrinsecamente dannoso e potrebbe anzi essere vantaggioso in un mondo connesso”. Il problema, però, è quanto sia diffuso un uso moderato rispetto all’abuso che potrebbe causare isolamento e solitudine.

Ci sono altri aspetti positivi dell’uso degli smartphone che vengono sottolineati: “Gli adolescenti (grazie ai social network) possono trovare più facilmente loro coetanei interessati agli stessi aspetti sociali, connettersi con adolescenti di tutto il globo che hanno i loro stessi interessi in termini di musica o di moda, sentendosi così parte di un network sociale che li riempie di significato”. Più che escludersi a vicenda, queste testi sembrano essere due facce della stessa medaglia. Come sempre, ci sono aspetti negativi e positivi in tutti i mezzi. Resta da capire dove stia pendendo la bilancia (e i dati portati da Twenge, per quanto possano essere cherry-picked, come si dice in inglese, mostrano un ampio numero di evidenze).

Infine, un’obiezione che non ci si poteva che attendere: “Questa generazione ha tassi decisamente più bassi nell’uso di alcolici, nelle gravidanze adolescenziali, nel sesso non protetto, nel fumo e negli incidenti automobilistici. È questo il ritratto di una generazione distrutta?”. La risposta è solo una: dipende. Tutti questi fattori positivi sono causati da una maggiore consapevolezza o sono solo l’esito del fatto che i giovanissimi della iGen, semplicemente, non escono più di casa?

 
l'autore
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