Controllori remoti

Controllori remoti

30.01.2017 | La combinazione tra AirBnb e l’Internet of Things potrebbe cambiarci la vita, sempre che vada tutto per il verso giusto.

La mattina del primo gennaio 2017, tra bottiglie di vino rotolanti sul pavimento e lo zolfo dei fuochi d’artificio ancora nell’aria, due milioni di persone si sono svegliate in una casa che non era la loro. Da qualche altra parte, qualcuno ha brindato: gli azionisti di Airbnb. Quei due milioni di persone hanno infatti utilizzato il celebre portale per prenotare una stanza, un appartamento, una roulotte o un igloo dove passare il Capodanno. Una cifra record, un incremento di quattordici volte rispetto allo stesso periodo del 2009, anno in cui debuttò il portale fondato a San Francisco da Brian Chesky, Joe Gebbia e Nathan Blecharczyk che oggi viene valutato circa 30 miliardi di dollari.

Ma andiamo con ordine. Quello stesso primo gennaio, Andrea e Mirella, due fratelli italiani che hanno avuto la fortuna di ereditare un piccolo appartamento dallo zio nell’Upper East Side di Manhattan, si sono resi conto che quel mese avrebbe segnato anche l’alba della cosiddetta “Era Trump”. Da liberali progressisti quali sono, hanno iniziato a parlare, tra il serio e il faceto, dell’ipotesi di lasciare per qualche mese il paese che li aveva a tal punto delusi; di andarsene per un po’ in Canada (“come hanno promesso di fare le star hollywoodiane”, faceva notare Andrea) o più al calduccio: in Italia. Loro due, del resto, non hanno figli, sono entrambi poco più che trentenni, con dei lavori che permettono loro di vivere dove gli pare. A quel punto, hanno pensato, si sarebbe potuto affittare la casa per un lungo periodo in modo da avere un introito aggiuntivo. Andrea e Mirella si sono decisi a trasformare questa ipotesi in realtà; del resto, c’era AirBnb. Ma come avrebbero gestito la casa, gli ospiti e le loro richieste durante la lunga assenza?

Sono decenni che si parla di domotica: di come la tecnologia possa integrarsi con le nostre abitazioni (per renderle più vivibili) e con i nostri elettrodomestici (per migliorarne la gestione). Si tratta pur sempre di teoria applicata a spazi antropizzati, in cui l’uomo si sente “padrone a casa propria”. Ma nel momento in cui il padrone non c’è, e magari sorge un problema con l’estraneo che non sa dare da mangiare al cane o dimentica la caldaia accesa, come fare se non si può contare sul provvidenziale parente o vicino fidato pronto all’uso? È proprio qui che entra in gioco la Internet of Things – IoT, in italiano “Internet degli oggetti” – neologismo che indica l’estensione della rete nelle cose e nei luoghi concreti. È un concetto che tocca in primis la domotica, ma anche la robotica, l’industria automobilistica, la biometrica, la sicurezza, l’urbanistica. Nel momento in cui l’IoT, però, si interseca con il subaffitto delle nostre case si apre davanti a noi un campo vasto, affascinante e forse anche bizzarro. Che cambierà necessariamente il nostro modo di vedere, dalla distanza, le proprietà immobiliari.

Secondo le stime di Gartner (multinazionale della consulenza strategica per l’IT) nel 2020 ci saranno 26 miliardi di dispositivi connessi a livello globale alla Internet of Things

È già in vendita, per quelli che non vogliono aspettare i visitatori per la consegna delle chiavi, il lucchetto disattivabile dal proprio cellulare o inserendo una password temporanea. E se Nest (il termostato regolabile da remote) è il toccasana per chi non sopporta di rientrare in casa trovando temperature da estremi climatici, forse non tutti sanno che esiste anche la teiera connessa al wi-fi e persino il dispensatore di croccantini per animali munito di webcam (così per assicurarsi che il cane non sia troppo turbato dagli ospiti).

Secondo stime di Gartner (multinazionale della consulenza strategica per l’IT) nel 2020 ci saranno 26 miliardi di dispositivi connessi a livello globale. ABI Research sostiene invece che saranno più di 30 miliardi. Vivint, uno dei leader mondiali nei servizi di domotica, il 4 gennaio ha annunciato una collaborazione strategica con Airbnb che si focalizzerà su “accesso senza chiavi, risparmio di energia e sicurezza”.

Ma resterebbe il problema della pulizia e della manutenzione, spesso straordinaria: un cane in visita che fa pipì sul tappeto, un’improvvisa penuria di asciugamani puliti; una tazza del water ostruita. E se di Properly, che prometteva di unire le donne delle pulizie di tutto il mondo, non si è saputo più niente, c’è allora TaskRabbit: una startup fondata a Boston nel 2008 che permette di trovare uno svolgitore di mansioni per qualunque incarico.

Due anni fa TaskRabbit ha ottenuto un finanziamento da 38 milioni di dollari di venture capital. La fondatrice, Leah Busque, raccontò al sito TechCrunch che l’idea per la startup le era venuta quando, in una gelida notte d’inverno, sognava di trovare un vicino che le andasse a comprare il cibo per il cane. Su The Nation si legge che il 70% dei taskers sono laureati, il 5% ha un dottorato.

E se il 2017 in America sarà un anno decisivo per le auto che si guidano da sole e per i droni domestici (a Washington il Congresso ne dibatterà la possibile regolamentazione), in Asia si sono portati già avanti progettando intere città "smart": come Songdo, in Corea del Sud, dove ogni cittadino abiterà case già integrate con smartphone e ambiente circostante (costo: 40 miliardi di euro). Considerando questi rapidi ed enormi progressi, l’idea di newyorchesi come Andrea e Mirella di poter gestire gli ospiti di Airbnb dall’arrivo alla stazione alla partenza, comodamente dall'estero o almeno dalle proprie case upstate, nelle campagne fuori l’area metropolitana, non sembra più essere un’utopia.

Ma nell’epoca in cui, almeno secondo settori importanti della stampa e dell’opinione pubblica americana, il nuovo presidente degli Stati Uniti potrebbe essere riuscito a entrare nella Casa Bianca con il contributo decisivo di alcuni hacker russi, è legittimo chiedersi se il proprio orticello tecnologizzato sia del tutto al sicuro. Lo scorso settembre, un malware ha preso il controllo di milioni di apparecchi connessi con Internet, tra cui videocamere di sicurezza, videoregistratori digitali, baby-monitor e altro ancora per lanciare un attacco al sito del reporter Brian Krebs. Non è una novità: negli ultimi due anni si sono registrati termostati fuori uso, decine di startup andate in bancarotta e la storia (divenuta virale) di un signore inglese che impiegò 11 ore per accendere il suo bollitore hi-tech. Tutti casi documentati benissimo, tra l’altro, da un esilarante account Twitter (100.000 follower) che documenta le invenzioni più tragicomiche sul mercato.

Insomma non è stato un grande biennio, questo, per l'IoT. E forse la causa è da ricercare nell'eccessivo non sense da parte del marketing. “L’Internet of Things ha il potenziale per farci risparmiare risorse preziose, per individuare e combattere l’inquinamento, e farci condurre vite più sane”, ha scritto su Wired Klint Finley. “Ma aggiungere la possibilità di controllare a distanza tramite Internet qualunque prodotto sul mercato non ci aiuterà a far decollare il settore. Ciò di cui abbiamo bisogno sono apparecchiature durevoli che ci aiutino a vivere meglio”.

Brian Chesky, co-fondatore di Airbnb, ha detto: "Le generazioni di oggi vedono la proprietà come un fardello. […] La gente non è orgogliosa delle proprie case o delle proprie auto; è orgogliosa del proprio profilo Instagram. Nel futuro, la gente possederà solo ciò di cui vorrà avere responsabilità”. È assodato che l’IoT ci permetterà di essere proprietari sempre più remoti; la discussione, allora, si sposterà forse dal piano della sicurezza e della funzionalità a quello della cultura, del nostro rapporto con ciò che possediamo. E chissà se questo nuovo rapporto sarà caratterizzato più da un distacco francescano, o da nuovi “gattopardi” che instaureranno mirabolanti latifondi automatizzati.

 
l'autore
Paolo Mossetti

Scrittore, vive a Napoli. Ha vissuto anche a Milano, Londra e New York, dove ha lavorato come cuoco. Ha collaborato o collabora con riviste come Through Europe, Vice, Rolling Stone Italia, Domus, Il Manifesto.