Come sconfiggere il secondary ticketing

Come sconfiggere il secondary ticketing

18.04.2017 | Prima regola: nessun concerto vale 500 euro; neanche se sul palco c'è Ed Sheeran o gli U2 portano in tour Joshua Tree.

Ho vissuto anch'io, in modo indiretto, il dramma che ha colpito le teenager italiane nel primo trimestre del 2017: la difficoltà nel trovare i biglietti per i concerti di Ed Sheeran a Torino. Non ho figlie o nipoti in età idonea e non coltivo passioni musicali che sarebbe difficile spiegare, ma ho tenuto un corso di giornalismo in un liceo classico torinese. Gli studenti avevano il compito di scrivere un articolo a testa, a tema libero, e in tutte le classi almeno un pezzo è stato dedicato alla caccia al biglietto per Ed Sheeran. Un'esperienza raccontata dalle giovani reporter con passione, poche gioie, molta frustrazione e un unico grande nemico: il secondary ticketing.

Questa moderna incarnazione del bagarinaggio non ha scottato solo le sedicenni fan di Ed Sheeran. Fratelli e sorelle maggiori se la sono trovata di fronte lo scorso dicembre, quando i biglietti per i concerti estivi dei Coldplay a San Siro si sono volatilizzati in pochi minuti, per ricomparire subito dopo – a prezzo maggiorato – sui siti di vendita alternativa. Risalendo di una generazione, stessa sorte è toccata ai fan degli U2 desiderosi di saltare sulla macchina del tempo del The Joshua Tree Tour. Neanche un quarto d'ora dopo l'inizio della prevendita, trovare su Ticketone un biglietto per i concerti romani di Bono & C. era già un miraggio: decisamente più facile rintracciarli sui vari Seatwave, Ticketbis e Viagogo. Naturalmente, sborsando una cifra molto più alta.

Il bagarinaggio non nasce certo con internet, ma nella dimensione digitale ha assunto una forma ancora più fastidiosa ed efficiente. Se il vecchio bagarino vendeva il biglietto davanti allo stadio, venti minuti prima del concerto, quello nuovo si muove con mesi d'anticipo, mordendo ai fianchi persino la prevendita ufficiale. Come è possibile che biglietti che dovrebbero essere disponibili solo su Ticket One (la società che ha l'esclusiva per molti spettacoli in Italia) compaiano subito anche sui siti di seconda mano? Le strade più comuni sono due. La prima è squisitamente tecnologica: adeguandosi allo spirito dei tempi, i bagarini del Terzo Millennio si travestono da hacker e si servono di software che si insinuano nei sistemi di Ticketone, fanno man bassa di tagliandi, per poi distribuirli in tempo reale sulle piattaforme di rivendita secondaria. Tutto questo mentre tu, goffo essere umano, stai ancora scegliendo il posto o digitando il numero della carta di credito.

Ma il diavolo non sta solo negli algoritmi. L'altra via al secondary ticketing coinvolge accordi nascosti tra promoter, manager degli artisti e piattaforme. Per gli spettacoli in cui la domanda dei biglietti è molto elevata, a chi organizza il concerto conviene cedere subito una parte di tagliandi ai siti “secondari” (che di fatto diventano fornitori primari non ufficiali). Questi biglietti vengono messi in vendita assieme a quelli “normali”: il prezzo è più alto, il guadagno anche e viene spartito tra sito, promoter, artista. Fino a poco tempo fa, era un segreto di Pulcinella: potevi insinuare qualcosa del genere, ma non c'erano le prove. A novembre, un servizio del programma televisivo Le iene ha scoperchiato la pentola, ottenendo le prime ammissioni da parte di Roberto De Luca, amministratore delegato di Live Nation Italia (il ramo tricolore della più grande agenzia al mondo di organizzazione eventi). Alla diffusione del servizio sono seguite molte polemiche, qualche presa di posizione (l'interruzione della partnership tra Live Nation e Vasco Rossi), vibranti proteste “anti-secondary ticketing” di altri promoter (su tutti, Claudio Trotta di Barley Arts), ma l'impressione è che gran parte della polvere sia stata spinta di nuovo sotto il tappeto.

È facile puntare il dito contro multinazionali come Live Nation, che non si limitano a flirtare con il fenomeno della rivendita di biglietti ma ne gestiscono una parte consistente (Seatwave, una delle principali piattaforme di secondary ticketing, è di proprietà della stessa Live Nation, attraverso la controllata Ticketmaster). Ed è altrettanto facile sospettare il coinvolgimento diretto delle popstar, che – senza poterlo ammettere pubblicamente – hanno molto da guadagnare se i loro biglietti sono venduti a prezzi più alti (e se ci sono accordi nascosti per spartirsi i profitti della rivendita). Ma c'è un altro grande complice di questo fenomeno, che un po' troppo spesso viene dimenticato: siamo noi, il pubblico, lo spettatore, il fan, quelli che – sotto pressione della figlia, della fidanzata o della nostalgia – accettano di pagare centinaia di euro per un concerto. Un po' vittime, un po' carnefici.

Come detto, il bagarinaggio è molto più vecchio di Internet. Ed è ovunque. Anche la recente inchiesta sulle relazioni tra i dirigenti della Juventus e la 'ndrangheta riguarda essenzialmente una faccenda di bagarinaggio: il controllo del ricco mercato dei biglietti delle partite allo Stadium. Ma se si guarda il fenomeno da un punto di vista puramente economico, si nota come il secondary ticketing non faccia altro che rispondere alla più banale legge del mercato: quella della domanda e dell'offerta. Se c'è un bene in forte regime di scarsità e ci sono persone disposte a spendere più delle altre per entrarne in possesso, allora il mercato troverà un modo (più o meno opaco) per adattarsi a questa situazione e favorire le prime. Potrà suonare come un discorso antipatico, ma mai come oggi – con i social che moltiplicano le pagliuzze e rendono sempre più invisibili le travi – è importante riflettere sulla distribuzione delle responsabilità.

 

Anche perché da questa consapevolezza potrebbe venire la soluzione al problema, in mancanza di alternative migliori. Tra le reazioni istintive, c'è infatti il rifugio nel luddismo: “A parer mio un metodo per contrastare questo fenomeno potrebbe essere quello di non vendere i biglietti online, ma direttamente dal vivo”. È emblematico che questa proposta non arrivi da un anziano nostalgico del Novecento, ma da una studentessa del liceo torinese: una ragazza nata nel 2000. Tuttavia, imputare il bagarinaggio alla tecnologia non ha molto senso. Come non è auspicabile seguire la direzione opposta: combatterlo con ancora più tecnologia. Come avviene con le partite di calcio, anche i concerti rischiano di scivolare verso la tolleranza zero: biglietti venduti solo online e associati a un unico individuo; nessun diritto di rivendita, nemmeno per cause di forza maggiore (e pazienza se sei obbligato ad acquistarli con mesi d'anticipo...); ferreo controllo d'identità, magari pure con i tornelli, all'ingresso del concerto. Al di là delle fantainquietudini orwelliane (a quando la verifica del DNA per vedere Adele?), l'impressione è che si finirebbe solo per rendere la vita più difficile allo spettatore medio. Come dimostra proprio il caso delle partite di calcio, anche in territori teoricamente blindati il bagarinaggio trova sempre il modo di incunearsi. Basta uno steward compiacente e il gioco è fatto.

Ci azzardiamo allora a suggerire un'altra direzione. Non riesco a comprare il biglietto per Coldplay, U2 o Ed Sheeran? Pazienza, vado a vedere qualcos'altro. Nel momento in cui scrivo, Ticketone offre i biglietti per quasi 1500 concerti. La maggior parte di questi si possono acquistare in tutta tranquillità: senza ansia o kafkiane sale d'attesa virtuali, spendendo poche decine di euro, spesso molto meno. E non si deve nemmeno passare per forza da Ticketone. Basta consultare il giornale o il sito d'informazione locale, navigare su Google e Facebook, anche solo guardare i manifesti per strada, per scoprire quanto sia ricca, vivace e colorata la proposta di eventi dal vivo in tutte le grandi città italiane (e in molte di quelle più piccole). Certo, al cuor del fan non si comanda. Negli articoli e negli occhi delle studentesse ho letto che Ed Sheeran era l'unica cosa che valesse la pena vedere nel 2017 e l'esperienza di vecchio marinaio rock mi insegna quanto sia difficile resistere al canto di sirene di The Joshua Tree. Un po' di sana idolatria è inevitabile. Ma provate a pensare ai vantaggi di questa rivoluzione di pensiero.

 

Primo: si allargano i propri orizzonti. Secondo: si risparmiano un bel po' di soldi. Terzo: si esce di più, perché non si deve concentrare il proprio budget in uno o due eventi all'anno. Quarto: si supporta l'intero sistema della creatività e non i soliti (ricchi) noti. Quinto: si contribuisce a porre un freno alla folle eventizzazione della realtà (una narrazione sempre più sbilanciata a fini di marketing). Sesto, e qui c'è il doppio colpo di scena: non solo si sconfigge il secondary ticketing, ma si aumentano le possibilità di vedere i propri artisti preferiti. Perché c'è un altro aspetto che viene puntualmente sottovalutato nelle discussioni sui live in Italia: se anche la piaga del bagarinaggio virtuale venisse magicamente debellata, la maggior parte delle fan di Ed Sheeran rimarrebbe comunque a bocca asciutta. Quando l'artista organizza solo due spettacoli a Torino (25mila biglietti) e la richiesta è di 250mila persone, il 90% delle ragazze è destinata a non entrare.

Ma se l'artista e il promoter organizzano solo due concerti è proprio perché riescono a monetizzare al meglio l'ansia da evento limitato. Tutto è collegato: se si riesce a ridurre la mitizzazione del live, se si adottano comportamenti – almeno in parte – più razionali, per esempio realizzando che nessun concerto vale diverse ore d'attesa davanti a un computer per poi finire a spendere 500 euro, allora forse si trasmetterà agli artisti anche il messaggio che non possono più limitarsi a fissare un paio di date ogni tre anni. Che il loro pubblico è sempre appassionato, ma più maturo. Se vogliono mantenerlo, devono fare uno sforzo ulteriore: più concerti, più biglietti, meno fan delusi. Domanda e offerta si bilanciano, i prezzi scendono e le piattaforme di secondary ticketing tornano a essere un semplice spazio per la rivendita di un biglietto che non possiamo più usare.  

 
l'autore
Luca Castelli

Luca Castelli è nato a Torino e dalla fine degli anni '90 scrive di musica, cultura e tecnologia. Nel 2009 ha pubblicato La musica liberata (storia dei dieci anni che hanno trasformato la produzione, distribuzione e il consumo musicale). Cura il blog DigitaMusica su LaStampa.it e tiene corsi di giornalismo e scritture digitali per la Scuola Holden.