Come proteggere la privacy al tempo dei social network

Come proteggere la privacy al tempo dei social network

13.02.2017 | Il controllo sulla nostra vita digitale continua a estendersi: ecco le tecniche per difendersi dalla sorveglianza.

La notizia del tentativo da parte del governo cinese di instaurare una sorta di totalitarismo digitale ha travalicato i confini del gigante asiatico arrivando fino a noi. ll progetto nasce nel 2014, quando è cominciata la sperimentazione di un “sistema di crediti sociali” (i cui dettagli si possono leggere qui) che prevede la raccolta digitale dei dati – relativi al rispetto del codice della strada, alle attività di volontariato, allo stipendio, le abitudini di consumo, eventuali debiti, informazioni giudiziarie, livello d’istruzione e quant’altro possa essere utile a costruire un profilo digitale a uso e consumo delle autorità – di tutti i cittadini residenti in 30 comuni della Cina.

Chi conquisterà punti da “buon cittadino” avrà accesso a corsie preferenziali, magari nell’ottenimento delle case popolari o nei concorsi pubblici; mentre chi li perderà potrebbe vedersi bocciato in ogni iniziativa che coinvolga le autorità statali. L’obiettivo è costruire un sistema grazie al quale, entro il 2020, “sarà permesso ai meritevoli di fiducia di vagare liberamente sotto il cielo, mentre chi non la merita farà fatica a compiere anche un solo passo”.

La raccolta digitale dei dati, nelle speranze governative, dovrebbe provocare “un’ondata di sincerità” che ricostruisca la fiducia mancante nel tessuto sociale cinese. Lo scopo, però, non è solo monitorare il comportamento e le attività dei cittadini: in un paese in cui la fiducia nei confronti delle istituzioni pubbliche è bassissima, il governo spera di utilizzare questo sistema anche per tenere maggiormente sotto controllo i burocrati e i funzionari pubblici, la cui corruzione è una delle storiche piaghe della società cinese.

E da questa parte del mondo, come siamo messi? Non è un mistero che anche in Occidente venga raccolta un’enormità di dati sui privati cittadini (principalmente attraverso Facebook e Google) che potrebbero, teoricamente, essere utilizzati un giorno a scopi ben diversi dalla semplice pubblicità. La differenza con la Cina, almeno stando a quanto scrive l’Economist in un articolo sul tema, sarebbe che “si può essere ragionevolmente certi che in Occidente ci saranno regole da rispettare, soprattutto quando sarà coinvolto lo stato”.

 
Da qualche settimana il governo statunitense ha iniziato a chiedere ai viaggiatori di fornire informazioni riguardanti i loro profili Facebook, Twitter, Instagram e molti altri ancora

Ne siamo proprio sicuri? In un 2017 che promette di essere non solo all’insegna di Donald Trump, ma anche dell’avanzata sempre più prepotente dell’estrema destra in tutta Europa, qualche timore che i nostri dati privati possano essere usati a scopi di sorveglianza inizia a farsi largo. Senza scadere in complottismi, ci sono già adesso alcuni chiari segnali dell’interesse sempre maggiore che le autorità coltivano nei confronti della nostra attività online: da qualche settimana, per esempio, il governo statunitense ha iniziato a chiedere ai viaggiatori che vogliono entrare negli USA usando la procedura semplificata Esta (che consente agli abitanti di una quarantina di paesi nel mondo, Italia inclusa, di ottenere il visto per via elettronica) di inserire le informazioni riguardanti i loro profili Facebook, Twitter, Google+, Instagram e molti altri ancora.

La procedura non è obbligatoria e a nessuno sarà vietato l’ingresso perché si rifiuterà di fornire questo tipo di dati; almeno per il momento: Stephen Miller, policy director della Casa Bianca, ha già fatto sapere che questa procedura potrebbe allargarsi ulteriormente. Il punto, quindi, è uno solo: i nostri comportamenti sul web sono uno specchio che racconta tantissimo delle nostre vite e – soprattutto in un periodo di costante emergenza – per le autorità è sempre più difficile resistere alla tentazione di utilizzare questi strumenti a fini di controllo.  I social media, i motori di ricerca e internet in generale hanno eroso una parte sempre più importante della nostra sfera privata (o meglio: siamo noi che l’abbiamo ceduta, per avere in cambio una moltitudine di servizi utili e gratuiti).

Se volete rapidamente farvi un’idea di quante cose si possono scoprire su di voi in qualunque momento, potete per esempio cliccare su questo link, che porta a un sito chiamato “Quello che ogni browser sa di voi”: in pochi secondi vedrete apparire la vostra posizione, che computer state usando, su quale browser state navigando, che connessione usate, che pagine internet avete appena visitato e su quali social network siete loggati. Vi sembra poco? Allora potete sempre partecipare a questo programma dell’Università di Cambridge, in grado di fare un quadro preciso della vostra personalità semplicemente accedendo al vostro profilo Facebook. Un sistema molto simile è stato utilizzato dalla società di raccolta dati Cambridge Analytica (nessuna relazione con l’università) nella efficacissima campagna di microtargeting basata sull’analisi del comportamento degli utenti del social network che ha notevolmente contribuito alla vittoria di Donald Trump.

Tutto ciò aiuta a capire perché queste informazioni fanno gola tanto alle imprese private quanto alle istituzioni e anche quale potrebbe essere, in futuro, il conto da pagare. E allora è meglio prepararsi per tempo, imparando a conoscere gli strumenti principali per difendere la nostra privacy online e assicurarci che buona parte delle informazioni resti al riparo da sguardi indiscreti.

 

Una primissima cosa da fare è impostare il profilo Facebook come privato (per assicurarsi, in linea di massima, che solo gli amici possano vedere ciò che si pubblica) e seguire gli altri consigli base per proteggere la privacy sul social network. Ma questi minimi accorgimenti non ci rendono certo invisibili da Facebook stesso, che – oltre a conoscere e analizzare tutto ciò che pubblicate – raccoglie anche i metadati relativi alla vostra posizione, i vostri spostamenti, i vostri contatti, ecc. ecc.  E non è certo l’unico: Google, attraverso le ricerche, costruisce un profilo dei vostri interessi e dei vostri problemi, il servizio mail che utilizzate conserva una marea di informazioni sul vostro lavoro o la vostra situazione finanziaria, mentre i cookies vengono utilizzati dai siti web per conservare e analizzare le vostre abitudini di navigazione sul web. Mettendo assieme questi dati, si può sapere tutto di voi: dalle relazioni personali e di lavoro, alle opinioni politiche, i luoghi che frequentate e con che frequenza, fino alle condizioni finanziarie e di salute.

È proprio per rispondere alla crescenti perplessità nei confronti di questa situazione che è stato imposto, per legge, che i siti siano obbligati a dichiarare l’utilizzo di cookies (strumenti che facilitano la navigazione, ma che conservano anche parecchie informazioni) e chiedano il consenso al loro utilizzo. Per chi ha a cuore la privacy, è quindi buona abitudine cancellare regolarmente i cookies, anche utilizzando programmi o estensioni che automaticamente li eliminano dopo ogni sessione di navigazione: un esempio è il Forget Button disponibile per Firefox.

Un’altra minaccia per la privacy è costituita dai tracker, vale a dire delle brevi sequenze di codice che vengono inserite nei siti per tenere traccia dei comportamenti dei visitatori su internet; da dove sono arrivati, dove andranno dopo, che cosa hanno letto e che cosa hanno ignorato. Per impedire a questi veri e propri tracciatori di seguirci, si può usare uno strumento come Ghostery, attraverso il quale potete bloccare ogni tracker che individuate. Per evitare che le informazioni sulle vostre abitudini online possano essere usate contro di voi, si può semplicemente utilizzare anche la navigazione anonima, che si può impostare in pochi passi su tutti i browser più comuni (il livello di protezione, però, è decisamente inferiore).

Queste sono le regole base per impedire di scoprire tutto di noi: navigare in modalità anonima, distruggere regolarmente i cookies, impedire ai tracker di seguirci ovunque, fare attenzione alle impostazioni dei social network. Se tutto ciò non vi basta, allora potete provare anche un motore di ricerca che non memorizza le vostre azioni, come StartPage  e servizi email che criptano e non conservano i vostri messaggi, tra cui il redivivo Lavabit, il provider utilizzato, tra gli altri, anche da Edward Snowden.

Ghostery vi permette di vedere quali plug-in stanno osservando il vostro comportamento sul web e di bloccarli.

Se ancora non avete paura di passare per paranoici e pensate che mettere al riparo informazioni sensibili sulla vostra vita possa essere utile nel caso in cui, un domani, questa marea di dati dovesse finire nelle mani sbagliate, allora potete seguire anche i consigli di due professori del MIT di Boston, Finn Brunton ed Helen Nissenbaum, che nel loro Offuscamento: manuale di difesa della privacy e della protesta spiegano come boicottare i colossi di internet.

“L’offuscamento è la deliberata costruzione di informazioni ambigue, confuse, fuorvianti, al fine di interferire con la sorveglianza e con la raccolta dei dati”, scrivono i due professori ribelli. Si tratta, insomma, di lasciar perdere le grandi manifestazioni e di darsi al sabotaggio, al “gettare sabbia negli ingranaggi”; seguendo le indicazioni necessarie per nascondersi sia da Google, sia dalle agenzie che potrebbero spiarci anche quando non ne abbiamo il benché minimo sentore.

Le idee di Brunton e Nissembaum sono chiare: nei casi in cui non è possibile nascondersi, si deve depistare. Per questa ragione nel loro volume consigliano strumenti come AdNauseam, un’estensione che clicca tutte le pubblicità che incrociate lungo la vostra navigazione in modo da impedire la creazione di un vostro profilo di consumatore; CacheCloak, che moltiplica invece i punti d’accesso dei vostri dispositivi mobili in modo da rendere impossibile scoprire dove vi trovate (lo smartphone, in effetti, è uno strumento che racconta tutto della vostra vita) o TrackMeNot, che non copre le vostre tracce, ma le nasconde in mezzo a una marea di altre create apposta per “offuscare” le vostre.

In tutto questo, c’è un solo strumento nei confronti del quale difendersi è davvero difficile: Facebook. Per quanto possiate impedire a terzi di ficcare il naso nel vostro profilo, non esiste un modo per impedire al social network di vedere e leggere tutti i post che scriviamo, le foto e i video che pubblichiamo, le opinioni che condividiamo (un progetto nato a questo scopo, FaceCloak, ha funzionato solo per breve tempo). L’unica strada, in questo caso, è quella di abbandonare il social network o limitarne l’uso il più possibile. Ma in quanti sono pronti a farlo?

l'autore
Andrea Daniele Signorelli

Milanese, classe 1982, si occupa del rapporto tra nuove tecnologie, politica e società. Scrive per La Stampa, Prismo, Gli Stati Generali, Wired e altri. Nel 2015 ha pubblicato “Tiratura Illimitata: inchiesta sul giornalismo che cambia” per Mimesis edizioni. Su Twitter, @signorelli82