Come i social media vengono progettati per creare dipendenza

Come i social media vengono progettati per creare dipendenza

22.06.2017 | Facebook, Instagram, WhatsApp & co. Piattaforme ispirate alle slot machine per sfruttare i punti deboli del cervello

Immaginate di essere un uomo delle caverne, che deve regolarmente andare a caccia di cervi o di cinghiali per nutrire se stesso e la sua famiglia. La caccia è faticosa, può impiegare ore o anche giorni. Dopo un po’, la stanchezza si fa sentire, assieme a fame e sete. Le gambe sono pesanti. Il nostro corpo ci sta suggerendo di lasciar perdere, di sdraiarci e riposarci un po’. All’improvviso, però, un cinghiale compare a una certa distanza: d’un tratto, non sentiamo più sete né stanchezza, ma solo il desiderio di conquistare la nostra preda. Nel momento in cui scocchiamo la freccia e colpiamo l’animale, una scossa ci attraversa tutto il corpo.

La carica di energia che ci ha permesso di scordare per qualche minuto tutta la stanchezza è stata generata da una sostanza prodotta dal nostro cervello: la dopamina. La sensazione che la dopamina ci fa avvertire è così piacevole che la prossima volta andremo a caccia non più al solo scopo di procurarci nutrimento, ma anche per provare di nuovo quella sensazione. Nonostante sia coinvolta in moltissime attività, una delle ragioni originarie per cui il nostro cervello ha imparato a produrre dopamina potrebbe essere proprio quella di motivarci alla caccia e, così, provvedere alla nostra sussistenza.

Tutto ciò che riguarda la motivazione e la ricompensa in qualche modo coinvolge la dopamina. E i social media hanno imparato a sfruttare nel modo migliore il bisogno di andare a caccia di ricompense per uno scopo che con la sussistenza non ha niente a che fare: controllare quante più volte e stare quanto più tempo possibile su Facebook, Instagram, Snapchat, Twitter, WhatsApp, le app dedicate alle email e tutti gli altri. Creando, in una parola, la dipendenza da social network.

 
Per aggiornare la mail, dobbiamo “tirare” verso il basso; la rotellina dell’aggiornamento inizia a girare e dopo qualche secondo una nuova mail compare: hai vinto!

“Non penso che le compagnie che progettano social media abbiano volutamente costruito piattaforme che creano dipendenza”, ha spiegato a VICE USA il professor Adam Alter, autore di Irresistible: the rise of addictive technology. “Ma dal momento che sono tutte in competizione per la nostra (limitata) attenzione, sono costantemente alla ricerca dei modi più efficaci per rendere la nostra esperienza social sempre più coinvolgente”.

E qual è la strada più efficace per tenerci attaccati allo smartphone e alle varie app social? L’ex designer di Google Tristan Harris, in un post su Medium, ha spiegato il funzionamento di questo meccanismo sfruttando il concetto psicologico delle “ricompense variabili intermittenti”. Il modo più semplice di capire di che cosa si sta parlando è immaginare una slot machine: quando tirate la leva, che rappresenta l’azione intermittente, potreste ottenere una ricompensa oppure no (quindi, una ricompensa variabile). La motivazione a tirare la leva deriva dall’attesa di scoprire se avremo una ricompensa (durante la quale si produce la dopamina) e dalla sensazione positiva che deriva dall’aver ottenuto un premio.

È questo che spinge soprattutto i più giovani a controllare il loro smartphone, in media, 150 volte al giorno (una ogni nove minuti) nella speranza di ottenere le ricompense. E quali sono queste ricompense? Un like su Facebook, una notifica su Twitter, un video diretto a noi su Snapchat, ma anche una mail di lavoro o un messaggio su WhatsApp. In effetti, spiega sempre Tristan Harris, molte di queste app sono progettate proprio come le slot machine. Per aggiornare la mail, dobbiamo “tirare” verso il basso, dopodiché la rotellina dell’aggiornamento inizia a girare e dopo qualche secondo una nuova mail compare: hai vinto! E se non abbiamo ottenuto il premio questa volta, saremo maggiormente motivati a controllare a breve, nella speranza di ottenere la nostra ricompensa variabile intermittente.

Da questo punto di vista, una delle innovazioni più riuscite è il tasto “mi piace” su Facebook, diventato nella sua semplicità, come spiega il professor Alter, “una fonte inesauribile di feedback sociali”. Dopo aver pubblicato qualcosa su Facebook, è difficile resistere alla tentazione di controllare in continuazione lo smartphone per vedere se c’è qualche nuovo like o commento. Quando l’agognato “mi piace” appare, riceviamo una scarica di soddisfazione così breve da creare dipendenza, spingendoci a controllare le notifiche in continuazione.

Questi sono i modi più evidenti in cui i social media sfruttano il nostro bisogno di ricompense. Altri, invece, sono meno visibili. Provate ad aprire Twitter sullo smartphone: prima che gli aggiornamenti vengano mostrati, bisogna attendere 2 o 3 secondi. Questo tempo non è necessario alla app per caricare i nuovi tweet, ma è semplicemente progettato per creare quel senso di attesa che gioca un ruolo così importante nella dipendenza da social.

Allo stesso modo, la “spunta blu” che su WhatsApp fa sapere ai nostri contatti che abbiamo letto il loro messaggio, fa leva sul concetto psicologico di “reciprocità sociale”. È abbastanza intuitivo: sapere che il nostro amico/collega sa che noi abbiamo letto ci spinge a rispondere. Allo stesso modo, ci spingerà dopo poco a controllare di nuovo lo smartphone per vedere se, inevitabilmente, lui ha risposto a sua volta. E l’introduzione di quei puntini blu che si muovono nei commenti di Facebook o nelle chat di Messenger per indicare che un amico sta scrivendo a noi? Ovviamente, ci spinge a restare sul social network per vedere chi e che cosa sta scrivendo subito, e non la prossima volta che apriremo l’applicazione.

Su Snapchat, uno degli strumenti più efficaci per creare dipendenza è risultata essere la creazione della “snapstreak”, che indica da quanti giorni entriamo quotidianamente in contatto con un nostro amico. Il fatto che si crei una “striscia consecutiva” ci sprona a continuare a farlo, per allungare sempre di più la streak. Come notato sempre su VICE USA dal professor Alter, questo strumento è pensato al solo scopo di spingerci a usare sempre di più Snapchat, ma non migliora in alcun modo la nostra esperienza utente.

A questo punto, si potrebbe parlare delle varie modalità e consigli per limitare la dipendenza da social network (trovate un utile elenco a questo link), secondo Tristan Harris, però, sono le aziende stesse a dover affrontare il problema, anche a costo di perdere una piccola parte dei loro stratosferici guadagni inserendo nei team una figura che si occupi di verificare che le piattaforme non vengano progettate per essere troppo invasive e troppo aggressive nei confronti della nostre psiche. Non è una richiesta assurda: è l’equivalente “umano” degli obblighi che le aziende devono ottemperare nei confronti dell’ambiente. Così, magari, riusciremo a riconquistare una parte del nostro tempo libero.

l'autore
Le Macchine Volanti