Che cos'è il transumanesimo?

Che cos'è il transumanesimo?

24.04.2017 | Per tenere testa alle intelligenze artificiali, l’uomo potrebbe avere una sola possibilità: fondersi con le macchine.

Col passare del tempo, vedremo una fusione sempre maggiore tra intelligenze biologiche e intelligenze digitali”. Parola di Elon Musk, il fondatore di Tesla e SpaceX (la compagnia spaziale privata che ha l’obiettivo di portare l'uomo su Marte) che ha pronunciato la sua previsione a Dubai nel febbraio di quest’anno. Quello che nessuno poteva immaginare era che solo due mesi più tardi Musk avrebbe dato seguito alle sue dichiarazioni, fondando e finanziando Neuralink: una società il cui scopo è creare un dispositivo che possa essere impiantato nella mente umana fornendola di un’interfaccia cervello-computer.

L’obiettivo è di quelli ambiziosi: permettere all’uomo di fondersi con hardware e software digitali, aumentare enormemente intelligenza e memoria, espandere i sensi, consentire un collegamento diretto con gli strumenti elettronici e, in definitiva, tenere testa all’avanzata delle intelligenze artificiali. Benvenuti nel prossimo stadio evolutivo dell’homo sapiens, indagato dalla corrente tecno-futurista nota come Transumanesimo, che immagina un futuro in cui l’uomo e le macchine si integreranno al punto da arrivare, un giorno, a poter caricare il nostro cervello in un computer o direttamente nel cloud.

Ma come si può trasformare in realtà qualcosa che, al momento, rientra nel campo della fantascienza? In verità, il processo è già iniziato e non è un caso che la società di Musk – così come una seconda startup, Kernel, che si occupa di fondere uomo e macchina – sia registrata alla voce “ricerca medica”: è in quel campo che i primi passi per arrivare alla creazione della cosiddetta umanità aumentata sono già stati compiuti.

Fondere l'umanità con le macchine è l’unico modo per tenere testa alle intelligenze artificiali ed evitare che l’uomo diventi obsoleto

Elettrodi wireless inseriti nel cervello e altri impianti cerebrali vengono infatti utilizzati in campo medico-chirurgico per migliorare la situazione di persone affette da Parkinson, epilessia, Tourette e altre malattie neurodegenerative. Ciononostante, come si legge su The Verge, “pochissime persone in tutto il pianeta, oggi, hanno impianti complessi nel cervello, mentre i pazienti con dispositivi per la stimolazione neurale si calcolano in poche decine di migliaia. Questo perché si tratta di operazioni estremamente invasive e pericolose, che solo chi ha esaurito ogni possibile alternativa è disposto a tentare”.

In ogni caso, questi primi esperimenti dimostrano una cosa: la fusione tra uomo e macchina può portare grandi benefici. “Sappiamo che inserire un chip nel cervello capace di emettere segnali elettrici può migliorare i sintomi del Parkinson”, ha spiegato il fondatore di Kernel, Bryan Johnson, sempre a The Verge. “Questo metodo è stato utilizzato anche per alleviare i dolori alla colonna vertebrale, per curare obesità e anoressia. Ciò che invece non si è ancora riusciti a fare è leggere e trascrivere il codice neurale” e creare così una vera mappa digitale del cervello umano.

Un obiettivo che si scontra, almeno finora, con la limitata comprensione del funzionamento del cervello e con l’impossibilità di mappare un organo che possiede 100 miliardi di neuroni e 100mila miliardi di sinapsi. Due scogli che è fondamentale superare per creare delle interfacce computer-cervello che avranno le prime e più importanti applicazioni nel campo medico ma che, inevitabilmente, saranno un giorno utilizzate non più allo scopo di curare malattie, bensì per aumentare le capacità cerebrali e mnemoniche dell’uomo.

Ma perché è così importante che l’uomo espanda la propria intelligenza grazie alla tecnologia? Stando alle dichiarazioni di Musk e Johnson, la risposta è semplice: è l’unico modo in cui l’umanità sarà in grado, in futuro, di tenere testa alle intelligenze artificiali ed evitare che l’uomo venga reso obsoleto da macchine in grado di superare le prestazioni umane nell’ordine di centinaia o migliaia di volte.

 

Secondo l’ingegnere capo di Google, Ray Kurzweil, dovremmo però smettere di guardare alle AI come a potenziali rivali dell’uomo: non ci sarà mai uno scontro con le macchine, bensì una fusione tra intelligenza artificiale e umanità che, secondo la sua famosa previsione, sarà completata entro il 2045 dando così il via alla singolarità tecnologica, quando grazie alle nanotecnologie saremo in grado di connettere il nostro cervello con i software (o direttamente nel cloud) “espandendo la nostra intelligenza di miliardi di volte”.

A quel punto, però, saremo ancora umani? “Di sicuro, siamo una specie molto creativa. Quando arriviamo a un limite biologico, bariamo”, ha spiegato al New Yorker il CEO della società di biotecnologia Samumed, Osman Kibar. “Un po’ come fa Kurzweil che, di fatto, vuole cambiare la definizione di umano. Se ogni nostra funzione peculiare viene sostituita da dispositivi tecnologici e la nostra mente viene caricata nel cloud, a un certo punto dovremmo smettere di definirci umani e iniziare a chiamarci direttamente intelligenze artificiali”.

Il futuro immaginato da una parte dei transumanisti, quindi, non prevede la sfida tra uomo e AI (artificial intelligence): saremo noi stessi a diventare le tanto temute AI, inglobando nel nostro cervello e nel nostro corpo le superiori capacità delle macchine. Un sentiero pieno di ostacoli, ma anche di pericoli: "La nostra specie rischia di dividersi in due: da una parte ‘gli aumentati’ e dall’altra ‘i normali’, una differenza basata esclusivamente su chi può o non può permettersi di pagare per impianti e connessioni che aumentano enormemente le capacità fisiche e mentali”, si legge su Futurism.

Per quanto possano sembrare futuristici, si tratta di problemi che è davvero il caso di affrontare ora, perché i primi processi che porteranno alla “umanità aumentata” sono cominciati anche in un campo che non ha nulla a che vedere con la ricerca medica (che, quanto meno, è in grado di fornire tutte le giustificazioni etiche necessarie). Alla Body Hacking Convention che si è tenuta ad Austin, Texas, è stata messa in mostra tutta una serie di tecnologie già in commercio: dispositivi come North Sense, che si installa all’altezza del petto per sapere sempre dove si trova il nord; magneti sottocutanei che permettono di sollevare oggetti metallici un po’ come fa Magneto (il nemico degli X-Men) e addirittura di percepire i campi magnetici, visori che permettono ai ciechi di “vedere” il mondo attorno a sé e altro ancora.

Ma per capire davvero quale sia il percorso che l’umanità sta seguendo non dovete fare altro che guardare l’oggetto che state probabilmente tenendo in mano in questo momento: lo smartphone. Già oggi una larghissima parte dell’umanità circola con una sorta di protesi che le consente di essere sempre connessa in rete e in collegamento costante e diretto con la restante parte dell’umanità. Nel giro di una decina d’anni, però, gli smartphone sono destinati a sparire, sostituiti da occhiali-visori (che si trovano ancora alle prime fasi sperimentali) che incorporeranno direttamente nella nostra vista le notifiche dei social network, le indicazioni di Google Maps (un po’ come avviene con il primo prototipo di navigatore in realtà aumentata), i film che vediamo, le recensioni del ristorante in cui stiamo per entrare e tutto ciò che oggi è mediato da dispositivi tecnologici.

“La promessa”, si legge su Futurism, “è di vivere in un mondo in cui la vita reale e la tecnologia saranno mescolate senza soluzione di continuità. I colossi del tech garantiscono che in questo modo saremo meno afflitti dalle distrazioni tecnologiche e raggiungeremo un equilibrio migliore, mano a mano che il mondo fisico e quello digitale diventeranno sempre di più la stessa cosa. Valutate voi come vi fa sentire tutto ciò”.

Questo, però, è solo il futuro prossimo, quello a cui andremo incontro nel giro di un decennio o poco più e in cui sarà ancora necessario indossare un dispositivo (per quanto sotto forma di occhiali). Il passaggio successivo ci riporta invece al punto dal quale siamo partiti: dispositivi che collegano direttamente il nostro cervello ai computer, rendendo il mondo digitale parte integrante del mondo fisico. “Se gli smartphone ci danno accesso immediato alle informazioni e la realtà aumentata le pone direttamente davanti ai nostri occhi, i ‘lacci neurali’ nel nostro cervello chiuderanno definitivamente il gap tra noi e la tecnologia”.

Giunti fin qui, vale la pena di dare un’occhiata al futuro remoto, quello immaginato da Elon Musk e dal miliardario russo Dmitry Itskov, fondatore della società di ricerca 2045 Initiative che ha l’obiettivo dichiarato di “sfruttare le tecnologie più all’avanguardia per scoprire i segreti della mente umana e poi uploadare la mente delle persone direttamente in un computer, liberandoci dai limiti fisici del nostro corpo e consentendoci così di vivere per sempre”. In poche parole, l'obiettivo è trasferire la nostra personalità in un corpo robotico, in un software all’interno di un computer o direttamente nel cloud.

È possibile? “Partendo da quello che sappiamo del cervello e se la domanda che ci poniamo è se saremo un giorno in grado di caricare la nostra mente in un computer, a mio parere la risposta è: sì, ci riusciremo senz’altro”, scrive su Aeon il professore di Neuroscienze all’università di Princeton Michael Graziano. I limiti da superare, come già accennato, sono però enormi: “Anche solo simulare il comportamento di un singolo neurone è un compito estremamente difficile, per quanto sia già stato approssimativamente fatto. Simulare un intero network di cento miliardi di neuroni interconnessi in complicatissimi pattern va molto oltre le tecnologie a disposizione oggi”.

 
Il connettoma potrebbe quindi permettere di creare la simulazione informatica di una mente cosciente e caricarla in un computer

Ma il fatto che sia una realtà lontana, non significa che non sia una realtà possibile. Nel 2005, due scienziati, Olaf Sporns e Patric Hagmann, hanno contemporaneamente e indipendentemente coniato il termine “connetoma”, per fare riferimento alla mappa di ogni connessione neurale del cervello. Un po’ come il genoma contiene tutte le informazioni necessarie a conoscere l’essere umano, il connettoma umano in teoria conterrebbe tutte le informazioni necessarie per collegare un cervello umano. Se questa teoria fosse corretta, l’essenza della mente umana sarebbe contenuta in questo schema. Il connettoma potrebbe quindi permettere di creare la simulazione informatica di una mente cosciente e caricarla in un computer.

“Saremo mai in grado di fare qualcosa del genere?”, prosegue Michael Graziano. “In verità, gli scienziati l’hanno già fatto per alcune parti del cervello dei topi, mentre una prima mappa del cervello umano, per quanto grezza, è già disponibile. (...) Non ci sono dubbi sul fatto che saremo in grado di scannerizzare, mappare e immagazzinare i dati di ogni singola connessione neuronale della testa di una persona. Potrebbero volerci 50 o forse 100 anni, ma è solo una questione di tempo”.

 
l'autore
Andrea Daniele Signorelli

Milanese, classe 1982, si occupa del rapporto tra nuove tecnologie, politica e società. Scrive per La Stampa, Prismo, Gli Stati Generali, Wired e altri. Nel 2015 ha pubblicato “Tiratura Illimitata: inchiesta sul giornalismo che cambia” per Mimesis edizioni. Su Twitter, @signorelli82