Che cosa sono i green bonds

Che cosa sono i green bonds

20.07.2017 | Gli accordi sul clima richiedono enormi investimenti: le obbligazioni verdi sono la strada giusta?

Apple, vuoi per furbizia, vuoi per lungimiranza, è sempre all’avanguardia. Nel gennaio di quest’anno, qualche mese dopo che il presidente Donald Trump aveva annunciato che gli Stati Uniti sarebbero usciti dagli accordi di Parigi sul clima, la società di Cupertino ha emesso un bond con scadenza decennale, raccogliendo oltre un miliardo di dollari. Poca roba rispetto a quanto fatto in autunno: subito dopo l’elezione di Trump (che aveva rinnegato il global warming per tutta la campagna elettorale), Apple era riuscita a raccogliere con lo stesso sistema una cifra quasi dieci volte superiore.

Cosa c’è di nuovo in questi bond? È che il loro ricavato – ha fatto sapere Apple – sarà usato per iniziative a sfondo ambientalistico. Più specificamente, “per tre progetti prioritari che potranno avere un impatto positivo sull’ambiente”. Facciamo un passo indietro: gli investimenti legati allo sviluppo sostenibile sono realizzati, allo stato attuale, in buona parte grazie all’equity finance (cioè associata alla proprietà dell’investimento) e in parte grazie alla cosiddetta finanza di debito: mutui, bond e altri prestiti dalle banche. Il mercato dei bond (ovvero delle semplici obbligazioni, come possono essere i titoli di stato) è considerato, in particolare, il più calzante per la cosiddetta economia low-carbon, che ha la caratteristica di richiedere investimenti elevatissimi, all’inizio, e ritorni lenti e vincolati all’inflazione dopo.

A partire dal 2007-08, però, questo mercato si è arricchito di una tipologia particolare di bond, ancora relativamente poco conosciuta, definita “verde”. I green bond, va detto subito, sono titoli di debito come tutti gli altri; emessi cioè da chi può normalmente emetterli: compagnie private, banche di sviluppo o stati. C’è quindi un soggetto che presta i soldi, delle cedole da ripagare, e un intero malloppo da restituire una volta maturato il debito. Ciò che rende “verdi” questi bond è come vengono utilizzate i proventi: per finanziarie esclusivamente progetti destinati a produrre vantaggi ambientali.

Un altro piccolo passo indietro, per capire come mai il project financing dell’economia sostenibile è sempre più prioritario: nel dicembre del 2015, dopo quasi vent’anni di tentativi falliti, i delegati di 195 paesi più l’Unione Europea (per una volta rappresentata da una voce sola) diedero il via libera a un accordo storico sul clima. L’obiettivo era ambizioso: mantenere l’aumento della temperatura media mondiale “ben al di sotto dei due gradi” rispetto ai livelli pre-industriali. Ma prevedeva, anche, un impegno a “fare sforzi per limitare l'aumento a 1,5 gradi”, in linea con le richieste degli stati più insulari, minacciati dall’innalzamento dei mari. Il limite inferiore ai due gradi significava riduzione delle emissioni tra il 40 per cento al 70 per cento entro il 2050 rispetto ai livelli del 2010.

 

Una economia mondiale a bassa emissione di anidride carbonica, come prospettato a Parigi, richiederebbe costi elevatissimi in termini di investimenti infrastrutturali: una spesa di circa 93mila miliardi di dollari – è stato calcolato – nei prossimi 15 anni, tra ferrovie da costruire, pannelli solari da montare, fabbriche da rimodernare, centrali elettriche da sostituire. In uno scenario di crisi economica perdurante e stagnazione, trovare strumenti adeguati per ovviare a questa immane opera di ristrutturazione è diventato una priorità di governi e aziende. I green bond si inseriscono dunque nel tentativo di trovare strumenti finanziari più adeguati alla lotta contro il global warming.  

Di cosa parliamo però, quando parliamo di “vantaggi ambientali garantiti dai green bond”? Se da un lato è facile inserire nella categoria “verde” i pannelli solari, la gestione dei rifiuti e dell’acqua, il miglioramento dell’efficienza energetica, i trasporti sostenibili o le infrastrutture di adattamento, meno semplice è inquadrare mega-progetti che pure vengono inclusi nei green bond come le reti ferroviarie cinesi ad alta velocità che moltiplicheranno i commerci con l’Asia Centrale, il rivestimento in pannelli solari di un magazzino che tuttavia incrementa e non diminuisce il suo via vai di camion.

Al momento le emissioni dei green bond sono comprate principalmente da investitori istituzionali, fondi nazionali, compagnie assicurative e società che non cercano la speculazione a tutti i costi, ma di affermare un’attitudine ambientalista di lungo termine. Che possa funzionare o meno sul lungo periodo è ancora presto per affermarlo. I green bond sono comunque una risorsa aggiuntiva per la finanza “verde”; migliorano la reputazione di chi li emette, mettendo nero su bianco la sua strategia ambientale; facilitano la “verdificazione” (greening) di settori tradizionali (brown); offrono potenziali vantaggi di costo; rendono nuovi prodotti finanziari green disponibili per investitori responsabili.

I green bond al momento si dividono in due tipologie: i labelled e gli unlabelled – quelli con o senza “etichetta” – a seconda della volontà dell’emettitore del bond di chiamarlo “green” (o “climate”) oppure no (a volte le etichette impongono restrizioni, e gli azionisti sono particolarmente sensibili). Per avere un riferimento storico, si pensi ad esempio ai vecchi bond ferroviari del Diciannovesimo secolo, o ai bond di guerra degli inizi del Ventesimo: disegnati cioè per servire uno scopo specifico e vincolato, solo che qui parliamo di centrali eoliche in Francia, tracciati per treni a levitazione magnetica in Cina, eccetera.

 
In mancanza di regole certe e confini netti, il rischio è quello di favorire il fenomeno noto come greenwashing

Se fino al 2012 il mercato dei green bond era dominato dalle banche di sviluppo e da agenzie “sovranazionali” (assieme a qualche agenzia governativa locale), la varietà di partecipanti privati è esplosa negli ultimi anni, con l’ingresso di molte società multinazionali tra cui la Apple e i colossi cinesi, con un valore del mercato labelled passato dai 3 miliardi di dollari nel 2011 ai 95 del 2015 (quello unlabelled è circa sei volte più grande)

Si tratta, in ogni caso, di un mercato minuscolo rispetto al mercato complessivo dei bond (circa l’1% dei 40.000 miliardi di dollari in bond generici emessi solo negli Stati Uniti nel 2016). «Ed è piccolo anche rispetto alle altre forme di finanziamento dei progetti “verdi”», spiega a Le Macchine Volanti l’economista Emanuele Campiglio, che si occupa di queste tematiche. «Normalmente vengono portati avanti dagli strumenti obbligazionari classici, finanziati dalle compagnie proprietarie degli asset che vanno trasformati in “verdi”, o dalle banche».

Sarà necessario trovare, nei prossimi anni, il giusto equilibrio tra affidabilità di questo tipo di mercato e trasparenza; tra efficienza e integrità degli scopi. La questione non è di poco conto poiché, in mancanza di regole certe e confini netti, il rischio è quello di favorire il fenomeno noto come greenwashing: neologismo da poco entrato nel vocabolario giornalistico italiano, indicante il tentativo di rinnovare l’immagine di un’azienda attraverso messaggi, azioni e promozioni centrate su tematiche ecosostenibili senza però adottare alcuna condotta responsabile.

l'autore
Le Macchine Volanti

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