Cancellati da Google

Cancellati da Google

03.04.2017 | L'oblio dai motori di ricerca non è un diritto scontato: i valori base delle diverse culture hanno un ruolo decisivo.

Pubblichiamo un estratto dal saggio di Paolo Bottazzini "Google e il diritto all'oblio", scritto per le Macchine Volanti e scaricabile integralmente in versione pdf a questo link.

«L’uomo si meravigliò di se stesso, per il fatto di non saper imparare a dimenticare e di essere continuamente legato al passato: per quanto lontano, per quanto rapidamente egli corra, corre con lui anche la catena».

Nietzsche riflette sulla paralisi della volontà degli individui, quando la società vive sulla rendita del passato, senza essere più capace di una vita propria. Potremmo adattare questa considerazione alla scena della contemporaneità, puntando il dito contro tutti coloro che si oppongono all’innovazione, per paura della novità o per pigrizia: trasformano la tradizione in una reliquia, e il mondo circostante nella sua teca, una gabbia di cristallo da cui non si può uscire e in cui non si può toccare nulla.

Ma la metafora della catena forse ha qualcosa di più interessante da dire, se non la si applica agli uomini e alle loro pratiche, ma ai dispositivi con cui la Rete sopravanza nella corsa i suoi creatori. In fondo, celle, ceppi, sbarre, e l’intera ferraglia delle carceri, sono frammenti di una tecnologia che è stata progettata per forgiare il buon cittadino, piegando al modello della moralità i corpi dei criminali, distorti dalle cattive abitudini. Le catene di cui ormai si parla nei tribunali di tutto il mondo, però, non sono più quelle che bloccano il condannato alla palla di piombo nelle galere, ma quelle digitali che collegano tra loro le pagine in Rete, ancorandole con un link. Per di più, non sono in discussione tutte le forme di menzione tra i documenti online, ma solo quelle arruolate sulle pagine di risposta del più grande motore di ricerca del mondo, Google.

Il problema di diritto che viene dibattuto davanti ai giudici americani, europei e giapponesi, è stato etichettato dal 2014 “diritto all’oblio”. Il link che appare nella lista dei risultati di Google, e rinvia alla pagina che il motore ha indicizzato nel suo archivio, viene vissuto talvolta dagli individui come una catena che li inchioda per sempre al loro passato. Soprattutto se sono persone citate in articoli di giornali, possibilmente di cronaca giudiziaria.  

René Magritte, Il figlio dell'uomo, 1964 (dettaglio)

La giustizia (alla fine) perdona, Google no. Le sue catene sono leggerissime ma inossidabili, e forse per evadere dal loro potere occorre cambiare identità, come il Conte di Montecristo. Dopo lo scandalo sollevato dalle rivelazioni di Edward Snowden sull’NSA, nel giugno 2013, i tribunali non-americani avevano reagito con un’interpretazione restrittiva del diritto alla privacy. Il 13 maggio 2014 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata a favore dell’istanza di Mario Costeja González, il cittadino spagnolo che aveva chiesto la rimozione dei link verso gli articoli di La Vanguardia sui suoi guai giudiziari. Sempre nel 2014, il 9 ottobre, la Corte Distrettuale di Tokyo ha intimato a Google di eliminare i riferimenti ad altre notizie giornalistiche: quelle sulla sentenza che condannava un cittadino della capitale per reati di pedofilia. Era il primo caso in cui nel paese asiatico veniva invocato – e accolto – il diritto all’oblio.

Un anno e mezzo più tardi, il Giappone ha cambiato parere e ha abbandonato la sua avversione al talento di Google per la conservazione degli archivi. Anche il Sol Levante ha un suo senso per il legame con il (recente) passato, ed è rimasto l’ultima roccaforte degli Stati Uniti in Oriente, dove la Cina ha conquistato il primato nelle relazioni economiche con tutti gli altri paesi. Forse questa condizione ha influito in qualche misura sulle valutazioni dei giudici: comunque il 1° febbraio la Corte Suprema ha annullato la decisione della Corte Distrettuale di Tokyo del 2014, e ha rigettato la richiesta di rimozione dei link da Google.

Il cittadino giapponese che aveva tentato di sottrarsi alle catene del motore di ricerca era stato condannato poco più di quattro anni fa ad una multa di 500 mila yen (equivalenti a 4.400 euro) per aver violato le leggi sulla pornografia e la prostituzione minorile. In un comunicato alla stampa, la Corte Suprema ha affermato che la gravità dell’imputazione motiva il peso maggiore che è stato attribuito al diritto all’informazione da parte del pubblico, rispetto alla tutela della riservatezza personale.

Oltre questa soglia in mezzo all’Atlantico, anche gli uomini bianchi potevano spezzare le catene della legge e della società, e comportarsi come pirati

Negli Stati Uniti il Primo Emendamento mette Google al riparo dalle pretese di qualunque richiesta di questo tipo. Oltreoceano, la privacy è una tutela del consumatore, non un diritto fondamentale della persona, come invece accade in Europa. Quanto è accaduto nella storia moderna sulle due sponde dell’Atlantico spiega questa differenza. L’America è nata dall’aspirazione alla libertà dei coloni che hanno attraversato l’oceano; e dalla convenzione tra gli Stati europei, che hanno sancito alla fine del XVI secolo il bando da ogni accordo e da ogni sistema normativo a occidente della Amity Line – il confine del mondo civilizzato che passava cento miglia a ovest delle Azzorre. 

Oltre questa soglia in mezzo all’Atlantico, anche gli uomini bianchi potevano spezzare le catene della legge e della società, e comportarsi come pirati, per regolare le questioni di possesso e di dominio sulla base della sola prova di forza. Dall’anarchia e dal rischio della conquista, attraverso territori inesplorati, è emerso uno stile di vita che premia la libertà di azione e di guadagno, al di sopra di ogni altra cosa: l’onere della prova per fermare l’iniziativa di un individuo o di un’organizzazione è a carico della parte offesa.

René Magritte, Il maestro di scuola, 1955 (dettaglio)

In Europa il principio che amministra il trattamento dei dati personali è legato alla memoria del nazismo. La divulgazione di qualunque informazione personale sull’individuo lo espone ad una potenziale minaccia di morte: milioni di ebrei l’hanno vista tramutarsi in realtà, quando le catene genealogiche si sono convertite nei fili spinati dei campi di concentramento.

E così, una comunità di ostaggi della memoria, più numerosa della popolazione di Bologna o di Firenze, ha tentato di pretendere lo scioglimento delle catene – come era prevedibile che accadesse, e come il Tribunale ha correttamente immaginato. In due anni si sono abbattute sulla sede europea del motore di ricerca quasi 420 mila domande, relative a circa un milione e mezzo di link, con un ritmo medio di 517 giudizi al giorno. L’amministrazione della giustizia del continente sarebbe stata soffocata nel laccio di un tale numero di procedimenti; invece, a Dublino, Google ha assoldato una falange di cinquanta avvocati che esaminano una ad una tutte le richieste, valutandole secondo i principi del diritto europeo. La catena di montaggio funziona senza ritardi, e respinge circa il 70% delle domande di cancellazione dei link. Naturalmente senza divulgare a nessuno, nemmeno all’interessato, le ragioni del rigetto: il Tribunale non ha ritenuto necessario introdurre alcun vincolo sul diritto alle motivazioni.

L’imputato è il giudice di sé stesso, conduce le pratiche in tempi opportuni, valuta in modo imparziale e applica le sue sentenze.

Per la cronaca, la catena di montaggio di Google non è solo efficiente, ma è anche giusta. Mathias Moulin, uno dei vicedirettori del CNIL (Commissione sull’Informatica e la Libertà) francese, ha ammesso che le valutazioni elaborate a Dublino sono corrette: lo prova il fatto che solo l’1% dei casi ricusati da Google si è appellato alla giustizia ordinaria, e che i tribunali si sono espressi in favore degli avvocati del motore di ricerca. L’imputato è il giudice di sé stesso, conduce le pratiche in tempi opportuni, valuta in modo imparziale e applica le sue sentenze, sotto gli occhi impotenti delle istituzioni del diritto – incatenate alla terra, ai confini, alla macchinosità di linguaggi e concetti che ruotano su sé stessi, senza ingranare la realtà.

Partendo da occidente dell’Amity Line, Google-il-pirata entra nel vecchio mondo civilizzato assumendo il ruolo del re, che amministra e rende esecutiva la giustizia. Contro di lui si schiera l’amministrazione americana, che gli assicura l’immunità, il Giappone che prima lo ricusa e poi ripudia l’opposizione europea, l’Europa che si consegna alla sua amministrazione dopo averlo condannato, la Francia che tratta il resto del mondo come una colonia dell’Europa, ma intanto medita di uscire dall’Europa. Invece di inscenare questa commedia senza dignità, non sarebbe stato più serio consegnarci incatenati mani e piedi a Google?

 

Immagine di copertina: René Magritte, Decalcomania, 1966 (dettaglio)

l'autore
Paolo Bottazzini

Laureato in filosofia, si occupa di media digitali dal 1999: è co-fondatore di Pquod e SocialGraph, società specializzate nella comunicazione web e nell’analisi di dati. Parallelamente ha svolto attività di docenza sui temi della comunicazione digitale per il Politecnico di Milano, per il Corep presso il Politecnico di Torino, per il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano. Descrive i modelli cognitivi emergenti dai nuovi media nella monografia pubblicata nel 2010: Googlecrazia. Dal febbraio 2011 testimonia la loro evoluzione negli articoli pubblicati sulle testate Linkiesta, pagina99, Gli Stati Generali.