Archeologia dei social network

Archeologia dei social network

30.03.2017 | Da Duepuntozero a MySpace, fino a Netlog: le piattaforme che potevano diventare Facebook ma sono finite nell’oblio.

Riuscite a ricordare la vita prima dei social network? Quando le foto restavano nel cassetto o memorizzate nelle macchine fotografiche (in alcuni rari casi caricati su terribili blog fotografici della preistoria internettiana); in cui le opinioni venivano condivise solo con gli amici al bar e in cui non esistevano le scariche di dopamina a ogni like ricevuto (uno dei fattori principale che causano “dipendenza social”)? Sembra passata un’eternità, e invece il re dei social network, Facebook, ha iniziato a ridisegnare davvero la nostra vita solo a partire dal 2008, quando ha raggiunto i 100 milioni di utenti iniziando una crescita inarrestabile che oggi l’ha portato a essere vicino ai due miliardi.

La crescita degli utenti di Facebook dal 2008 a oggi.

Alcuni, soprattutto i non più giovanissimi, ricorderanno però come prima ancora di Facebook ci fossero altre piattaforme che avevano intuito la potenzialità di unire vaste comunità di utenti, andando a sostituire i forum (legati più che altro a interessi comuni) e in parte anche i blog (legati a singoli autori dotati di un seguito più o meno corposo). Di quei pionieri che hanno spianato la strada al social network fondato da Mark Zuckerberg, così come a Twitter, Instagram, Snapchat e tutti gli altri, oggi non rimangono che poche tracce.

Ma che fine hanno fatto? E perché non sono riusciti a portare a termine la missione che così tanto successo ha regalato a Facebook, finendo inevitabilmente nel dimenticatoio? Ne abbiamo selezionati quattro, che sono durati più o meno a lungo, che si rivolgevano a utenti diversi e che hanno fallito per ragioni che hanno attirato anche l’attenzione del mondo accademico.

MySpace. Chiunque abbia avuto un account su MySpace si ricorderà di Tom, il vostro primo amico obbligatorio che compariva nella lista dei contatti non appena completata l’apertura del profilo. Si trattava ovviamente di Tom Anderson, lo studente che nel 2003 (stesso anno di Facebook) creò, dalla sua stanza dell’Università di Berkeley, il primo vero fenomeno social. La forza di MySpace stava nella possibilità di caricare un limitato numero di mp3 all’interno del profilo personale o di gruppo, trasformando rapidamente questa piattaforma in una vetrina imprescindibile per ogni gruppo musicale indipendente, che poteva promuovere i propri concerti, pubblicizzare brani e album, incorporare video e flyer, entrare in contatto diretto con fan e altri gruppi. Un’idea vincente, che ha contribuito a lanciare artisti come Adele o Lily Allen e che in breve tempo attirò un enorme numero di persone, al punto che nel 2005 Tom Anderson vendette alla Newscorp di Murdoch per 580 milioni di dollari e da allora gira il mondo senza sosta. Al suo apice, nel 2007, MySpace contava 150 milioni di utenti (un’enormità, per l’epoca), tanto che sul Guardian ci si chiedeva se il suo monopolio potesse venir mai messo in discussione.

 

Anche in Italia il successo fu notevole: ogni giorno, nel periodo d’oro, venivano aperti quasi 5mila nuovi profili, mentre nel complesso si erano registrati sul social più di 70mila gruppi musicali. Quale fu, allora, la causa del crollo verticale di MySpace, che lo portò a venir superato da Facebook già nel 2008 e che fece sì che nel 2011 Murdoch decise di sbarazzarsi di una creatura che era ormai stata da tutti abbandonata, vendendola per meno di 40 milioni di euro?

Da una parte, la ragione sta nell’incapacità degli sviluppatori di intuire le potenzialità di ciò che Facebook avrebbe poi sviluppato col suo newsfeed: su MySpace bisognava invece girare di profilo in profilo per vedere cosa stessero facendo gli altri utenti, limitando enormemente le possibilità di interazione. Inoltre, la navigazione su MySpace divenne sempre più difficoltosa mano a mano che gli utenti – non più solo di musicisti, ma sempre più spesso giovanissimi che sfruttavano il player musicale per caricare le loro canzoni preferite  – iniziarono ad arricchire il loro profilo con animazioni flash, gif, immagini, slideshow e quant’altro, approfittando di codici html che permettevano di personalizzare l'aspetto della propria pagina, rendendola però sempre più pesante e difficile da navigare. Infine, l’afflusso massiccio di spam e pubblicità truffaldina contribuì a rendere MySpace un inferno rispetto al molto più pulito, semplice e immediato Facebook.

Oggi Myspace esiste ancora – nonostante si sia trasformato in un portale pieno dei classici articoli “Le dieci cose che ancora non sapevi del tuo VIP preferito” – ed è in parte riuscito a mantenere l’impronta social e musicale. Chi ancora lo usi, invece, è tutto da capire.

Friendster. Forse il primo social network della storia, essendo nato a Mountain View nel 2012. Friendster è veramente ciò che più di ogni altro ricorda Facebook prima di Facebook. La piattaforma consentiva agli utenti di contattare altri membri e di tenere con loro i contatti, di condividere contenuti online (articoli o video) e di postare foto, messaggi e commenti sul proprio profilo o su quello degli amici. Per un paio d’anni è stato in cima alla piramide dei social network, raggiungendo 50 milioni di utenti, prima di venir scavalcato da MySpace in un’epoca caratterizzata da un rapido ricambio. Nel momento in cui gli utenti si disaffezionarono a Friendster prestando sempre più attenzione all’ultimo nato e spopolandolo gradualmente, si generò quell’effetto cascata in cui, perdendo utenti, si perde anche la ragione stessa per restare su quella piattaforma.

Il risultato fu che già nel 2006 Friendster – il prodotto più innovativo sul mercato, che Google aveva provato a comprare per 30 milioni – si poteva considerare morto. Ma quale fu la ragione del fallimento? Stando a uno studio condotto nel 2013 dall’Istituto Svizzero di Tecnologia, la ragione va cercata nei collegamenti troppo deboli tra gli utenti. Anche quando Friendster era al suo apice, infatti, aveva un grosso limite: la maggior parte dei profili aveva pochi contatti; e questi contatti, ovviamente, ne avevano pochi a loro volta. I legami, in sintesi estrema, erano limitati e causavano debolezza nel network, con il risultato di rendere la piattaforma troppo vulnerabile e l’esperienza social non abbastanza appagante. E così, alla prima alternativa valida, gli utenti fuggirono su Myspace. Da Myspace, pochi anni dopo, fuggirono su Facebook, da dove invece – e almeno per il momento – hanno deciso di non andarsene più.

Duepuntozero. Prima che gli altri social network si diffondessero nel nostro paese, in Italia c’era Duepuntozero (anche noto come 2.0): sorto nel 2004 e frequentato soprattutto a Milano e dintorni. Per l’internet italiano, fu una rivoluzione: dava la possibilità agli utenti registrati di creare un profilo personale, inserire informazioni e foto, gestire un blog e chattare pubblicamente tramite commenti sui propri profili. Col tempo, vennero inserite caratteristiche, per l’epoca, molto ardite: le foto potevano ricevere dei punteggi, mentre i profili venivano ordinati per popolarità.

A rovinare Duepuntozero fu la totale assenza di controllo sui contenuti pubblicati: in breve tempo, le classifiche di popolarità causarono l’invasione di foto di minorenni poco vestiti che cercavano di attirare l’attenzione degli altri utenti, attirando invece quella dei mass media e costringendo gli amministratori a moderare i contenuti, cancellando quelli meno opportuni. Nel frattempo, però, il mondo social stava cambiando, lasciando poco spazio a tentativi nostrani amministrati da giovani volenterosi e un po’ ingenui. Nel 2009 un problema tecnico ai server fu il pretesto per mandare la community in soffitta. Oggi, ne rimangono solo poche tracce sul web.

Netlog. Anche in questo caso, si tratta di un social network nato nel 2004, rivolto ai giovanissimi soprattutto europei e che nel 2006 aveva già raggiunto i 60 milioni di utenti. In particolare, Netlog ha contribuito nel bene e nel male a forgiare alcune mode e un certo tipo di slang che ha segnato profondamente la vita dei nati nei primi ‘90: emo, truzzi, bimbim**kia, scene queen e tutto un gergo che oggi risulta in parte indecifrabile ma che rappresentava la chiave per leggere un mondo adolescenziale chiuso nei recinti di Netlog, all’interno dei quali era possibile creare una propria pagina web, allargare la propria rete sociale, pubblicare playlist musicali, condividere video, postare blog e unirsi a gruppi chiamati "clan".

 

Definito altrove “un eccidio di filtri, foto sgranate e abuso di simboli recuperati dai meandri di una mappa caratteri”, Netlog viene tristemente ricordato anche per nickname come Th3_HoU$3_M@N, per interi commenti scritti con lo stesso miscuglio di letteri, simboli e numeri (per esempio: bllxm! pAxA e LAsCiA uN kOmMenTRuZzO!; traducibile in “bellissima! Passa [sul mio profilo] e lascia un commento) e per l’attenzione spasmodica data a foto e selfie decisamente improbabili, in cui un eccesso di trucco, gel e occhiali da sole ha segnato un’intera generazione che non verrà ricordata per il buon gusto.

Nel 2012, le uniche statistiche in cui ancora compariva erano quelle che segnalavano i social network che perdevano utenti più rapidamente, mentre oggi Netlog è stato interamente trasferito in Twoo, sito internet dedicato principalmente agli appuntamenti. Una ricerca su internet con protagonista Netlog porta quasi esclusivamente a pagine in cui si spiega come cancellare il proprio account per evitare imbarazzi in età adulta. Una sezione di Nonciclopedia dedicata al fenomeno della seconda metà degli anni ‘10, però, permette ancora di recuperare un po’ dello spirito del tempo.

l'autore
Le Macchine Volanti