A distanza ravvicinata

A distanza ravvicinata

20.04.2017 | Quando anche gli affetti più lontani sono solo a uno schermo di distanza, tutto diventa più familiare.

La lettera blu della posta aerea arriva ogni mese circa, fittamente ricoperta di parole. Mia madre prende i fogli in mano e si siede: legge e rilegge, poi risponde a sua madre in Bangladesh. Io guardo, incuriosita da quelle frasi che, a differenza dell'inglese, corrono sotto e non sopra le righe del foglio su cui lei le racconta della vita nel Regno Unito e le dà aggiornamenti su come noi, i suoi nipoti, ce la stiamo cavando. Vederla comunicare con sua madre in questo modo mi fa pensare di avere accesso a un codice segreto; uno che, qualche anno dopo, avrei provato a decifrare per un'estate intera. Le lettere viaggiano per settimane: quando finalmente arrivano a destinazione, l'eccitazione è palpabile.

Sono le cinque del mattino, mi sono svegliata sentendo mia madre piangere. È al telefono con la nonna. Spesso, durante queste telefonate, il collegamento s'interrompe all'improvviso. Questa volta, invece, la comunicazione è istantanea ma innaturale, perché il ritardo nelle voci fa sì che continuino a parlarsi una sopra l'altra. Mia madre sente la voce familiare della nonna, ma deve urlare per riuscire a farsi sentire da lei (o forse è solo convinta di doverlo fare). Il conforto che ci si potrebbe aspettare dal sentire la voce di una persona amata è completamente soffocato dai problemi tecnici e alla fine della telefonata mia madre è visibilmente triste.

All'inizio sono confusa dalla sua reazione, ma poi capisco: è un po' come se mia mamma mettesse in relazione la qualità della chiamata con la qualità della vita che la sua anziana madre conduce dall'altra parte del mondo. Quando le telefonate si interrompono all'improvviso, si preoccupa. Quell'unica telefonata mensile è l'unico modo che ha per sapere come stanno i suoi fratelli, i suoi cugini, la sua cognata, i nipoti, gli amici di scuola e le loro famiglie; e anche di aggiornare loro su come stiamo noi. Sentire la viva voce scatena una risposta emotiva molto superiore a quella della parola scritta, e l'inaffidabilità della tecnologia amplifica questa sensazione: nel bene e nel male.

Qualche anno più tardi, mi sono trovata nei suoi panni. Mio fratello è partito per un giro del mondo che l'avrebbe tenuto lontano per mesi. Gli scrivo regolarmente delle lettere nella mia traballante grafia di bambina; più o meno scrivo sempre le stesse cose, ma la grafia migliora col passare dei mesi: “Caro Bhaya, come stai, io bene, con affetto, Zara”. Consegno ognuna di queste lettere a mia madre che gliele spedisce. Solo parecchio tempo dopo ho compreso come la missione che affidavo a mia madre fosse impossibile: mio fratello si spostava di nazione in nazione, di continente in continente, senza un indirizzo fisso. L'unico contatto diretto era attraverso delle occasionali telefonate in cui ci faceva sapere di stare bene, in qualunque parte del mondo fosse. Erano telefonate emozionanti ma stressanti, sporadiche e dalla qualità incerta. Dopo ogni chiamata, mia madre diceva a me e al mio altro fratello: non fatemi mai qualcosa del genere, non lasciate il paese, non lasciatemi qui senza poter sapere dove voi siate. Le abbiamo detto che non l'avremmo fatto.

Adesso ho 12 anni e mia madre ha comprato un telefono cellulare. È un Nokia 3310 e mi piace tantissimo il suo aspetto avveniristico: sembra quasi un computer portatile, nonostante sia più piccolo perfino del mio Game Boy. Anche i miei amici ne sono attratti e così facciamo a turno per giocare a Snake (ma mai troppo a lungo perché “le onde radio sono pericolose”, o almeno così dicono i nostri genitori). Il credito telefonico è parecchio caro, ma avere la possibilità di chiamare o mandare messaggi anche senza essere in casa ci ripaga del costo. Siccome siamo quasi dei pionieri del telefono cellulare, non abbiamo molte persone vicine a cui mandare dei messaggi. Se non bastasse, inviare messaggi in altre nazioni ha un costo proibitivo.

Nel giro di due anni, il costo per usare il cellulare è sceso drasticamente. Abbiamo un contratto con una compagnia che ci offre “minuti gratis in tutto il Regno Unito” e io li uso per chiamare il mio fratello più grande, che adesso si trova a Londra, e dargli la versione quattordicenne delle mie lettere di bambina: aggiornamenti sulla scuola, sugli amici, sulle lezioni di violino. A volte chiamarlo mi rende nervosa, quindi mi preparo prima sulle cose da dire. Anche questo è un rituale, come avveniva con le lettere; però avviene ogni venerdì sera. Oltre che per sentire mio fratello, uso il telefono della mamma per inviare per conto suo dei messaggi SMS agli altri genitori, per organizzare la logistica dei miei spostamenti a scuola o per lezioni di sport. A mia mamma non piace scrivere per conto suo: penso che abbia paura di fare errori in inglese. Quindi, lei detta e io scrivo.

Mi trovo all'università e mi sono appena iscritta a Facebook, ma lo uso con i miei amici dell'università, non con i miei parenti: come potrei spiegare ai membri musulmani della famiglia le foto in cui mi si vede bere e ballare?

Adesso ho 18 anni e mi trovo nei panni che furono di mio fratello, visto che, dopo la fine del liceo, sto passando l'estate in giro per l'Europa dell'Est con gli amici. Abbiamo un libro con segnati gli orari dei treni in Europa e un pass che ci permette di prenderli tutti. Ho un telefono Motorola, di quelli a conchiglia, e ho promesso ai miei genitori di scrivere loro spesso, non importa quanto costi. Ricevo regolarmente notifiche che mi avvisano che il mio telefono è stato ricaricato: si premurano che non finisca il credito (cosa che non rischia mai di succedere). Li chiamo dall'isola croata di Hvar, seduta sulla spiaggia con i piedi in acqua. Mi stupisco di poter fare una cosa del genere: chiacchierare in tempo reale mentre loro sono a casa, nella mia casa, e io sto seduta su una spiaggia in un altro paese. Questa volta, però, le telefonate recano loro vero conforto e trasmettono davvero la sensazione che stia andando tutto bene. Forse attraverso gli SMS si può fingere, ma la mia viva voce non può farlo.

Avanti veloce di pochi anni. Mi trovo all'università e mi sono appena iscritta a Facebook; lentamente, ma costantemente, i membri della nostra famiglia sparsi in tutte le nazioni si stanno unendo. Facebook, però, lo uso con i miei amici dell'università, non con i miei parenti: come potrei spiegare ai membri musulmani della famiglia le foto in cui mi si vede bere e ballare?

Mia madre mi chiede di tracciare una sorta di “linea della visibilità e della privacy”, in cui io sia abbastanza presente sulla piattaforma da mostrare ai membri della famiglia estesa la giovane donna che sono diventata e quanto sia felice e in salute. Ma non troppo visibile: non devo mostrare a che punto è arrivata la mia occidentalizzazione, con tanto di coinquilini maschi e feste con gli amici. Ovviamente è contenta che sia felice e che mi stia godendo i miei primi vent'anni. Secondo lei, però, loro mi giudicherebbero diversamente.

Mi attengo al suo giudizio: per me fa poca differenza e so quanto siano importanti le apparenze. In questa situazione, l'opzione di Facebook che permette di creare liste diversificate torna molto comoda. Accetto le richieste di amicizia di cugini che non vedo da anni, forse decenni, e gestisco quello che possono e non possono vedere mettendoli in una lista di famiglia. Le mie foto del profilo: sì. Le foto in cui mi taggano gli amici: no. I commenti sulla mia bacheca: assolutamente no. Possono vedere quella parte della mia vita che approverebbero, ma non quella che disapproverebbero. Alcuni di loro invece condividono ogni aspetto pubblicamente su Facebook e durante le telefonate tra mia madre e i suoi cugini fiocanno i pettegolezzi per via di una foto su Facebook o un commento estrapolato fuori contesto.

Cinque anni più tardi, praticamente tutti i membri della mia famiglia del Bangladesh, che adesso stanno anche in Svizzera, Regno Unito, Canada, Australia, Stati Uniti e non solo, posseggono degli smartphone e da casa accedono regolarmente a internet. Io ora vivo in Germania e Skype è il principale strumento per comunicare con gli amici e con la mia famiglia nel Regno Unito. La domenica sera abbiamo le nostre tradizionali chiacchierate di gruppo su Skype, attraverso le quali mia madre può sentire le voci dei suoi figli con una certa regolarità. Non solo: mio fratello maggiore (che adesso vive in Svizzera) ha dei figli; per mia mamma diventa sempre più importante poter sfruttare la webcam per vederli crescere. Nonostante siano solo lattanti, quei bambini capiscono meglio di lei quale sia il campo visivo della telecamera; ballano in modo che lei li possa vedere e portano oggetti davanti allo schermo per mostrarglieli. A lei, invece, dobbiamo continuamente ricordare di puntare la camera sul suo volto, non verso il soffitto.

Un po' come capitava con le telefonate di due decenni fa, anche questa forma di comunicazione non è troppo affidabile e spesso e volentieri salta; come allora, il panico monta nella voce di mia mamma nel momento stesso in cui non riesce più a sentirci. Per semplificare un po' le cose, le abbiamo comprato una “Skype camera” da montare sulla televisione: basta premere un bottone sul telecomando e può accettare le nostre chiamate direttamente dalla TV; mentre noi possiamo vederla a casa, nel suo soggiorno.

Ormai, Facebook è onnipresente anche tra le generazioni più anziane della mia famiglia in Bangladesh. Postano foto nostalgiche e condividono stucchevoli meme sull'amore e sul significato della vita. Commentano (e quanto commentano!) le foto e i post, anche per farci sapere che tengono d'occhio quello che pubblichiamo. Danno la loro approvazione e ci fanno i complimenti, ma lo usano anche per osservare e controllare i nostri amici e i membri della nostra famiglia allargata. Sorveglianza intrafamiliare al suo massimo. Ma ormai mi sono liberata delle liste: mi mostro per quello che sono e mi assumo la responsabilità di come le mie scelte di vita traspaiono sui social network, invece di lasciare che sia mamma a occuparsene.

Il contenuto del nostro newsfeed rivela quali aspetti della nuova cultura abbiamo adottato e quali della nostra tradizione abbiamo abbandonato o conservato. Mostriamo i festeggiamenti per il Giorno del Ringraziamento ma anche per il nostro Eid; condividiamo discussioni sulle elezioni statunitensi, sui matrimoni tradizionali desi o sull'abbigliamento sari; tutto ciò contribuisce a creare la combinazione di un'integrata famiglia di immigrati, in equilibrio tra le vite vecchie e quelle nuove. Ci vogliono grande attenzione e abilità online per mostrare di essere riusciti a conservare la nostra diversità senza apparire minacciosi, da bravi immigrati.

In un certo senso, per le famiglie di immigrati i social network sono diventati un modo per creare la vita che avresti voluto avere; quella che vuoi che i parenti pensino che tu abbia; quella per cui hai rinunciato al comfort di casa e alle relazioni personali.

L'uso dei social media è un ventaglio lungo il quale si estende tutta la mia famiglia allargata. Alcuni dei miei cugini lo utilizzano appositamente per far vedere la loro nuova vita in una nazione occidentale, mostrare i loro figli e i loro amici e il modo in cui si sono integrati (o assimilati) nella nuova società. Io seguo i loro progressi, la nascita dei loro bambini fin da lattanti e mi sembra quasi di conoscerli. Dalle foto che scelgono di convididere, vedo che anche loro, come me, si sono decisamente occidentalizzati: amano andare ai concerti e ballare, hanno amici di diverse etnie, fanno escursionismo. So che la nostra immigrazione ha avuto un percorso abbastanza simile.

Ma ci sono cugini che non usano Facebook, che fanno più attenzione alla privacy dei loro bambini e che sono intenzionati a lasciarli fuori dai social media finché non saranno abbastanza grandi da decidere da soli che immagine di loro stessi condividere con gli altri. Di fatto, non li conosco. Non so quanto si siano occidentalizzati o fino a che punto siano rimasti legati alle tradizioni bengalesi. Non lo saprò finché non mi deciderò ad andare a far loro visita; ma paradossalmente è difficile che decida di far loro visita sapendo così poco su di loro. Abbiamo dei deboli legami, e la tecnologia in questo caso non ha cambiato la situazione.

In un certo senso, per le famiglie di immigrati i social network sono diventati un modo per creare la vita che avresti voluto avere; quella che vuoi che i parenti pensino che tu abbia; quella per cui hai rinunciato al comfort di casa e alle relazioni personali. Deve valere il sacrificio, poco importa quale sia la realtà. I social media ci danno modo di rendere tutto ciò vero, o almeno tanto vero quanto ci serve che sembri. Forse non siamo capaci di mentire al telefono o nelle altre situazioni in cui dobbiamo usare le nostre voci, ma possiamo mentire sulle piattaforme social.

Quando parlo con mia madre, mi aggiorna su ciò che ha scoperto delle persone guardando i loro profili Facebook. È in pensione e possiede un iPad, quindi ha facile accesso a queste informazioni e tutto il tempo che le serve per navigare in un mare di dati. Ciò che una volta era un rituale, adesso è diventato una costante. Gli aggiornamenti sono ovunque e incessanti, molto diversi da quelli portati da una lettera che arrivava ogni tot settimane. Anche le informazioni regolari che ci si trasmetteva con le telefonate adesso sono onnipresenti; è sufficiente scrollare tra gli aggiornamenti o a scrivere brevi messaggi senza pensarci su troppo.

Abbiamo insegnato a mia madre a usare le emoji e lei le adora. Adesso non dobbiamo più preoccuparci degli errori in inglese: ci sono mani che applaudono, facce che sorridono, cuori e fiori che le consentono di mostrare la sua approvazione, e di farci ridere, senza preoccuparsi dei suoi errori. Quando le emoji sono disponibili anche nel nostro colore della pelle, possiamo aggiungere un'altra sfumatura: il bianco per mia cognata, scuro per tutti noi altri.

I gruppi di WhatsApp ci permettono di comunicare indipendentemente dal luogo. Mentre scrivo queste righe, i cinque membri più prossimi della mia famiglia si trovano in cinque nazioni diverse sparse tra tre continenti. Il gruppo WhatsApp della mia famiglia è l'unico posto in cui siamo tutti assieme, in cui possiamo avere conversazioni in tempo reale, mostrare le foto appena dopo averle scattate e scoprire le reazioni degli altri membri della famiglia. A dispetto del fuso orario, possiamo condividere aggiormanenti sulle nostre vite, link e foto divertenti da ogni angolo del globo. Lei scrive da Dakha, Banglasdesh, io rispondo da New York City, mio fratello sbuca da una piccola città nel mezzo del Regno Unito: il tutto nel giro di pochi minuti. La semplicità di questi gruppi di WhatsApp e la sensazione di essere costantemente in contatto mi fa sembrare più tollerabile la distanza dal resto della mia famiglia e, mi sono accorta, più facile vivere in un'altra nazione.

Ma utilizzare tutti questi strumenti richiede molto più tempo e impegno di quanto accadeva una volta; per esempio bisogna sapere quale piattaforma utilizzare e come comprendere le informazioni che lì sono state condivise. Sta sorgendo una nuova forma di alfabetizzazione digitale, ma non per dare la priorità alla privacy online o al pensiero critico. Piuttosto, la priorità è quella di essere in grado di sapere come comunicare e dove trovare gli amici, dopo aver considerato le loro diverse possibilità di accesso e le loro preferenze. Vuol dire essere capaci di sfruttare numerosi canali: dai post pubblici su Facebook, ai gruppi chiusi di WhatsApp, alle videochat. Usare le emoji (bianco, scuro o il più neutro giallo?) o tradurre il bengali in inglese; o magari usare addirittura i caratteri bangla installando una speciale e apposita tastiera. Anche queste meta-scelte rivelano molto di quanto ci siamo integrati nella nuova cultura.

Per quelli che si possono permettere di accedere alle tecnologie digitali, l'immigrazione adesso è meno minacciosa di quanto lo fosse un tempo. Possiamo spostarci di nazione in nazione senza preoccuparci di aver trascritto quella ricetta o di aver chiesto tutti i consigli necessari prima di passare al prossimo step della nostra vita. Le sfide che mia madre ha dovuto affrontare nei suoi primi anni nel Regno Unito, dovendo imparare a cucinare e a badare ai bambini in una nuova lingua e in una nuova cultura, sono per me praticamente scomparse. Posso facilmente chiamare per avere aiuti e consigli ogni volta che ne ho bisogno. Quando mi prende l'insicurezza o mi sento troppo fuori luogo, ho i miei cari solo a un touch screen di distanza.  

Per le persone che vivono lontane dai loro affetti, i social media e le applicazioni di messaggistica forniscono un luogo in cui stare tutti assieme in un modo che non sarebbe mai stato possibile nel passato.

Una delle conseguenze è che le nostre informazioni più private non sono più conservate in preziose lettere chiuse in uno scatolone, ma in server di proprietà di immense società. Questi appunti personali – il modo in cui mostriamo alla nostra famiglia che siamo felici nelle nostre nuove vite nonostante tutto ciò che abbiamo perduto – adesso sono online. Per assurdo, più aspetti della tua vita condividi con una multinazionale, più forte diventa il legame familiare. È come se ci fosse una terza parte in questa relazione.

Se indosso le lenti della nostalgia, una parte di me apprezza il ricordo di quelle comunicazioni lente: le lettere, l'attesa. Sapere quello che so sul rischio di sorveglianza e il ruolo delle corporation in questo pericolo mi fanno sembrare quelle lente forme di comunicazione più attraenti, perché mi danno il potere di possedere le informazioni che mi vengono inviate e di sapere chi ha accesso a esse. Ma nessuna delle persone con le quali ho parlato si interessa davvero a dove si trovino concretamente tutte queste informazioni, l'unica cosa che conta è poter comunicare istantaneamente. E in futuro, quali saranno le conseguenze di questa nuova forma di alfabetizzazione digitale? Più potere alle corporation e nessuna possibilità di sapere chi ha accesso alle mie informazioni personali? Considerando gli enormi benefici consentiti da queste nuove tecnologie, specialmente per gli immigrati e i membri delle comunità in diaspora, è difficile immaginare che rinunceremo a questa comodità per problemi di privacy e di controllo che sono più difficili da comprendere.

Per le persone che vivono lontane dai loro affetti, i social media e le applicazioni di messaggistica forniscono un luogo in cui stare tutti assieme in un modo che non sarebbe mai stato possibile nel passato. Ci forniscono un antidoto alla separazione fisica, un modo per rendere questi sacrifici meno pesanti di quanto sarebbero stati un tempo. In un'epoca in cui la migrazione globale è più diffusa che mai, queste tecnologie sono diventate fondamentali per conservare i legami familiari. Per queste comunità, le tecnologie di comunicazione e i social media non causano isolamento; ma uniscono.

 

L'articolo Close Calls di Zara Rahman, tradotto in italiano in esclusiva per Le Macchine Volanti, è apparso originariamente su Real Life Magazine.

l'autore
Zara Rahman