Non è più quel Cyberspazio

Non è più quel Cyberspazio

19 febbraio 2016 hp
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Sono passati vent’anni – vent’anni!? – da quando John Perry Barlow scrisse la “Dichiarazione di indipendenza del Cyberspazio”, un’invettiva in risposta ai leader dei governi e delle grandi corporation che ogni anno si ritrovano in una nota località alpina durante il World Economic Forum (WEF).

 

“Governi del mondo industriale, stanchi giganti di carne e acciaio, io vengo dal cyberspazio, la nuova dimora della mente. A nome del futuro chiedo a voi, esseri del passato, di lasciarci soli.”

 

Lessi per la prima volta la dichiarazione di Barlow quando avevo 18 anni. Frequentavo il liceo ed ero innamorata di Internet. Quel manifesto sembrava essere stato scritto per me. Era una dichiarazione di libertà, una critica allo status quo, una lettera d’amore nei confronti della Internet che ci piaceva. Non sapevo perché Barlow quando la scrisse fosse a Davos, in Svizzera, né mi rendevo conto allora del messaggio politico che quelle parole contenevano. Tutto quello che sapevo è che lui era dalla mia parte.
Passati vent’anni da quanto Barlow aveva dichiarato il cyberspazio indipendente io stessa ero a Davos per l’incontro annuale del WEF. “La quarta rivoluzione industriale” era il tema di quest’anno, e una buona parte di me era eccitata all’idea di partecipare, curiosa di vedere come persone tanto potenti si sarebbero accapigliati sui temi legati alla tecnologia.
Quanto ho ascoltato mi ha lasciata indecisa e confusa. Credo di non essermi mai sentita tanto a disagio e nervosa nei confronti dell’industria tecnologica quanto a Davos quest’anno.

Camminando lungo il viale principale verso il centro di Davos era difficile non accorgersi del ruolo della Silicon Valley nell’orientare le discussioni sul potere e le élite. Non era solo che tutti erano attaccati ai loro terminali iPhone e Android ma società come Salesforce e Palantir e Facebook facevano vetrina e invitavano i conferenzieri per un caffè e per discutere il tema dei migranti siriani mentre cecchini mimetizzati proteggevano la scena dai tetti degli alberghi intorno. Mentre le nuove compagnie tecnologiche organizzavano party favolosi in nuovi luoghi inediti, le istituzioni finanziarie, nella fedele Davos, facevano lo stesso negli antiquati luoghi di sempre.



Una buon dose di esagerazione e paura indotta dalla IA

Già, quello che mi infastidisce di più non sono tanto i toni eccessivi della Silicon Valley nel mostrare il proprio valore ma il tipo di narrazione sottostante. Conosco abbastanza le esagerazioni degli imprenditori tecnologici ma ciò che è accaduto a Davos travalica l’hype usuale e questo accadeva in parte perché molti dei non esperti non erano in grado di controbattere simili argomenti. L’unica loro risposta possibile è stata la paura. Così accade che improbabili discussioni sull’Intelligenza Artificiale (IA) abbiano indotto molti ospiti non tecnici a credere che la maggior preoccupazione per la sicurezza nazionale dovesse riguardare robot umanoidi assassini, o a pensare a ciò che la IA sarà capace di causare a noi umani dopodomani, sostituendo gran pare dei lavori tecnici non di vertice. In altre parole, mentre parlavo ai convenuti, mi sono sentita precipitare dentro una romanzo di fantascienza degli anni 70.

All’inizio pensavo si trattasse della solita dicotomia esagerazione/paura che mi capita di incrociare quotidianamente. Ma mentre ascoltavo gli speech ho iniziato ad accusare una specie di crampo allo stomaco. Osservando le conversazioni sulle manovre finanziarie e le valutazioni delle startup virare dal fantasmagorico al nervosismo, ho iniziato a capire che ciò che il settore Tech stava facendo a Davos era raccontare la solita storiella sorridente e felice che abbiamo sentito per così tanto tempo, un racconto straripante di narrazione sul progresso: tutto quello che sta accadendo, tutto ciò che sta per succedere, sarà buono per la società, se non subito per lo meno in tempi lunghi.
Lasciando da parte i “big data” che sono diventati sinonimo di “big brother”, i tecnologici hanno sfoderato il termine “intelligenza artificiale” per riferirsi ad ogni cosa che abbia a che fare con la tecnologia, sapendo perfettamente che decenni di esagerazioni hollywoodiane avrebbero indotto i critici a chiedere lumi sui robot assassini. Così, piuttosto stranamente, erano gli attori dell’industria tecnologica a citare per primi i robot assassini, anche solo per incoraggiare gli ascoltatori a non pensarci troppo. Non pensate ad un elefante*. Nonostante i demo dei robot mostrati alle presentazioni mostrassero chiaramente i limiti di simili umanoidi, la conversazione diventava preoccupante, con molte persone dell’industria tecnologica impegnate ad evitare di parlare delle complicate e caotiche dinamiche sociali sottintese da simili argomenti se non per affermare che “l’etica è importante”. Nulla da dire su equità e onestà?

 

“Stiamo creando un mondo in cui tutti possono entrare senza privilegi o pregiudizi di razza, potere economico, forza militare o luogo di nascita”

 

Il sogno di Barlow risuonava nella mia testa mentre ascoltavo le élite tecnologiche cercare di convincere altre élite che loro erano la soluzione. Noi tutti immaginavamo che Internet sarebbe stato il grande livellatore ma le cose sono andate diversamente. Giusto alcuni giorni prima dell’inizio del Meeting i media ci avevano informato che Internet ha avuto un ruolo nell’aumentare la diseguaglianza.



Benvenuto a Babele

Le conversazioni sulla tecnologia erano stranamente affiancate alle più ampie preoccupazioni sociali e fiscali che si rincorrevano di stanza in stanza. Messa di fronte a crisi umanitarie e ansie molto diffuse sulla diseguaglianza, la gran parte della società civile rispondeva ai tecnologi entusiasti domandando loro se la tecnologia domani destabilizzerà il lavoro e il benessere economico. Una domanda opportuna. Il problema è che non lo sa nessuno e i modelli teorici di impatto potenziale sono tanto variabili da essere di fatto inutilizzabili. Senza grandi sorprese queste conversazioni si trasformavano rapidamente in battaglie di schieramento fra chi pensa che ogni lavoro diventerà automatizzato e chi immagina che l’automazione creerà invece molti nuovi posti di lavoro.
In simili discussioni non solo ogni sfumatura andava perduta ma lo stesso accadeva alla caotica complessità del fare tecnologia. È difficile spiegare agli attori della politica le ragioni per cui, semplicemente perché il settore tecnologico è in grado (in modesta misura) di orientare la pubblicità, questo non significherà che sarà in grado di rintracciare qualcuno che faccia proselitismo per l’ISIS. Che se nuovi avanzatissimi computer dotati di IA saranno in grado di riconoscere nuove immagini questo non significa che la cura perfetta sia lì dietro l’angolo. E nessuno sembra rendersi conto che in un simile contesto “Intelligenza Artificiale” è solo una nuova maniera per dire “big data”. Ah i ricorsi dell’Hype.
Sarà un anno complicato sia geopoliticamente che economicamente. Quasi tutti, nel profondo di loro stessi, sembrano rendersene conto. Eppure, per qualche ragione, è sembrato più semplice a tutti raccontare i sogni meravigliosi dei romanzi di fantascienza. E mi infastidisce notare che un simile fuoco è alimentato dai ragazzi della tecnologia con i loro racconti entusiasmanti tanto distanti dalla realtà da diventare una forma di distrazione per un simile uditorio mondiale.



Internet siamo noi. Ma noi chi?

Quando Barlow scrisse la sua dichiarazione stava parlando a nome del cyberspazio, ragionando come se tutti noi fossimo parte di una comunità omogenea. In un certo senso era così. Eravamo geek, fricchettoni e tipi strani. Ma nel corso degli ultimi 20 anni la tecnologia ha iniziato a interessare così tanti ambiti differenti creando così tante nuove interazioni. Chi fra noi sognava un cyberspazio universale, non avrebbe immaginato un mondo nel quale i nostri sogni sono inglobati dalla Silicon Valley.
La tecnologia è diventata autenticamente mainstream – e politicamente potente – e ancora molti nell’industria tecnologica si ostinano a volersi considerare degli outsider. Alcune delle dichiarazioni di Barlow suonano davvero strane se applicate ai nostri tempi:

 

“Voi affermate che esistono problemi fra noi che volete risolvere. Usate questa scusa per invadere i nostri spazi. Molti di questi problemi non esistono. Troveremo i conflitti reali e le cose che non vanno e le affronteremo alla nostra maniera. Stiamo costruendo il nostro contratto sociale.”

 

È in corso uno spostamento di potere e gran parte del settore tech è inadatto a leggere le proprie azioni e pratiche come parte di una élite, i potenti. Peggio, un gruppo di unicorni che immagina se stessi come sfavoriti, in un mondo in cui instabilità e inequità sono in grande crescita, rifiuta di assumersi le proprie responsabilità morali.
Combattono come se fossero i ribelli quando invece agiscono come se fossero i sovrani.
Ciò che mi infastidisce maggiormente è il rendermi conto che la gran parte del mondo tech sembra essersi dimenticato della frase finale del documento di Barlow:

 

“Possa essere più umana e giusta (la civiltà della mente) di quel mondo che i vostri governi hanno costruito finora.”

 

Abbiamo costruito Internet sperando che il mondo ci avrebbe seguito. Il mondo lo ha fatto ma il sogno che guidava così tanti di noi nei primi giorni non è lo stesso di quelli che che stanno dando forma a Internet oggi.
E adesso?< /fine dell’invettiva>

Traduzione dell’articolo originale di danah boyd a cura de Le Macchine Volanti.

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danah boyd
danah boyd è ricercatrice in campo sociologico e tecnologico. Lavora presso Microsoft Research ed è presidente/fondatrice di Data & Society. Insegna alla New York Univesity. Alcune delle sue parole preferite sono: privacy, contesto, cultura giovanile, social media, big data.