La scuola digitale vista dal Prof.

La scuola digitale vista dal Prof.

10 dicembre 2015 hp
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Io credo che ci sia stato un momento in cui anche noi, a scuola, abbiamo pensato che la tecnologia avrebbe risolto tutto. Magari non tutto, non esageriamo: ma diciamo parecchio, abbastanza da far cambiare le cose più importanti e quindi da rivoluzionare, in fondo in fondo, tutto. Aspettavamo anche noi le astronavi, il teletrasporto, le macchine volanti insomma. E abbiamo infatti inveito contro i ritardi e i ritardatari, contro quelli che rallentavano (o sembravano rallentare), contro quelli che manifestavano perplessità, contro la retorica dei nativi digitali che poi scoprivamo non essere affatto digitali, e contro un sacco di altre cose, alcune davvero stupide alcune in realtà più giustificabili, che rallentavano l’arrivo della tecnologia a scuola che, pensavamo noi, ci avrebbe salvati.

Poi la tecnologia è finalmente arrivata. Non dappertutto, non in modo uniforme, non probabilmente come l’avevamo auspicata. Però è arrivata, e per esempio io uso a scuola il registro elettronico, e nel mio istituto c’è il wifi in tutte le aule con accesso garantito a tutti gli insegnanti, e ci sono classi della cosiddetta «generazione web» che non adottano nemmeno più i libri in formato cartaceo, e ci sono pure le Lim (lavagne interattive multimediali, per i due o tre che sono rimasti a non saperlo…) su cui proiettare grafici o navigare il web insieme a tutta la classe, alla ricerca dell’immagine di un autografo di Leopardi o di un’intervista a David Foster Wallace. E il mio istituto prevede di collegarsi in rete in fibra ottica nel giro di un paio di anni, pensate un po’. Il futuro, tanto atteso, è arrivato.

Lo abbiamo inizialmente guardato un po’ perplessi, il futuro, ma poi ci siamo messi all’opera, cercando di capire, e ci è parso subito che funzionasse; e che davvero, come pensavamo, la tecnologia poteva migliorare il nostro modo di stare a scuola. Il registro elettronico, per esempio, è secondo me comodo e utilissimo. Perché mi consente di svolgere il cosiddetto lavoro burocratico in un terzo del tempo; perché ritrovo ogni voto e ogni giudizio che scrivo in almeno quattro schermate diverse e non devo riportarlo manualmente da nessuna parte; perché ogni ragazzo può tenere sempre sotto controllo la sua situazione e il lavoro che si sta facendo in classe, anche se è assente; perché ogni genitore conosce i voti e le carenze del figlio in ogni materia; perché tutto è diventato più rapido ed efficace e io lavoro meno e lavoro meglio.



“Il controllo massiccio dei genitori
non fa bene ai ragazzi”

 

(Poi c’è la questione che, secondo me, il controllo così massiccio dei genitori non fa per niente bene ai ragazzi, li infantilizza; e che, per esempio, se io scrivo un 4 di italiano sul registro e la mamma, da casa, lo vede immediatamente, questo toglie al ragazzo pure il pensiero di doverlo andare a riferire quando torna a pranzo, perché tanto la mamma lo sa già; e a me, francamente, pare che quel dovere, quella difficoltà, quella paura di riferire un brutto voto siano una delle cose che mi ha fatto più crescere in assoluto: quando prendevo un’insufficienza e magari non lo dicevo subito, ma aspettavo qualche giorno, che mio padre fosse di buon umore. È stato importante impararlo, credo, è stato importante imparare a gestire davanti agli altri i miei insuccessi, è stata una parte cospicua della mia maturità: e forse i miei alunni non lo impareranno per via del registro elettronico, o faranno più fatica a impararlo, non so).



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Allo stesso modo, quasi senza incertezze, anche la Lim è stata subito una bellissima scoperta. Mi ricordo le prime lezioni di letteratura, in quinta, quando ho capito (lo sapevo già, ma trovarcisi dentro è ben diverso) che potevo accendere la lavagna multimediale e far ascoltare agli studenti un’intervista rilasciata da Pasolini cinquanta anni fa a proposito della poesia o dell’amore, o una lettura a bassa voce di una poesia di Montale effettuata dall’autore in persona, o una dichiarazione fulminea di Ungaretti, intervistato da un giornalista della Rai. Così come in una prima (mi è successo pochi giorni fa) è diventato possibile andare su YouTube e mostrare ai ragazzi la sequenza di «2001: Odissea nello spazio», quella dello scimmione che scopre l’uso dello strumento, che è poi la scoperta della tecnologia, con l’osso lanciato in aria che si trasforma in astronave… E i ragazzi ridacchiavano, perché sono piccoli e perché gli scimmioni che si battono il petto fanno sempre un po’ ridere (e un po’ paura); ma poi si sono chinati e hanno scritto «Stanley Kubrick» sul quaderno degli appunti e io sono stato per un attimo un insegnante felice.



“le aule più belle sono quelle in cui c’è sia la Lim sia la tradizionale lavagna nera”

 

(Benché, poi, devo dirlo, le aule più belle sono quelle in cui c’è sia la Lim sia la tradizionale lavagna nera: perché, francamente, ogni tanto succede di dover prendere il gesso molto velocemente per scrivere, che ne so, la parola «Sehnsucht» durante una spiegazione, e se si è anche costretti ad aspettare il riavvio della Lim che nel frattempo è andata in stand-by e poi aprire il software necessario per la scrittura sulla Lim e poi prendere la penna che si usa con la Lim e accendere pure quella… Ecco, allora si fa prima a fare lo spelling del tedesco, con metà classe che chiede di ripetere quante acca ci sono, e onestamente non è la stessa cosa. E ho come l’impressione che gli studenti capiscano qualcosa meno del Romanticismo, tra un’acca e l’altra che non c’era; ma forse è solo un’impressione, non so).

Ma l’entusiasmo, nel nostro istituto, noi lo abbiamo visto e riconosciuto soprattutto negli occhi dei ragazzi a cui, grazie a un progetto finanziato dalla regione, i libri di carta sono stati tolti ed è stato dato un netbook in comodato d’uso, su cui studiare e prendere appunti; e hanno avuto il software e i file su cui potevano lavorare, in classe e a casa, senza più carta, tutto elettronico, tutto come i giochi a cui si dedicavano fin da quando erano bambini. E io immagino che si siano sentiti, un po’ come me, entusiasti di avere buttato un occhio, forse addirittura un passo, nel prossimo futuro e di averlo trovato accogliente, stimolante, interessante. Loro hanno pensato che sarebbe stato tutto più facile (qualcuno ha pensato che non avrebbe nemmeno dovuto più studiare, mi sa, tanto non c’erano i libri…); io ho pensato che avremmo potuto fare molte cose con i testi digitali: seguire i link, trovare percorsi, imparare la ricerca, la forma più alta dello studio, disimparare almeno un po’ l’esecuzione, che dello studio è invece la forma più stupida, quella obbediente che non insegna nulla se non qualche data e qualche formula.

(Ed è stato anche così, per alcuni. Ma non per la maggior parte, però. In tanti, passate poche settimane, hanno capito che bisognava studiare lo stesso, porcamiseria!… E allora hanno deciso che di studiare sui libri in formato elettronico non se ne parlava proprio: troppo difficile, troppo faticoso, troppo male agli occhi. E si sono comprati il libro cartaceo, da usare a casa. E i meno motivati, magari, cercavano in classe, durante le spiegazioni, di usare il netbook per giocare agli stessi giochi elettronici con cui erano cresciuti; e gli insegnanti avevano così anche il compito di stare attenti che il netbook non diventasse un’altra distrazione, altro che risorsa. Perché è ovvio che se cambiano gli strumenti devono cambiare anche la didattica e lo studio; ma le cose ovvie non sono poi sempre facili da mettere in pratica e l’inerzia conserva tanti vantaggi e forse siamo stati tutti anche un po’ pigri, non so).








Insomma, con tutto il suo carico di dubbi e incertezze, la tecnologia è arrivata a scuola, nella scuola italiana. Oppure ci sta arrivando, se davvero, come qualcuno mi dice, io lavoro in un istituto da questo punto di vista più fortunato di altri. E, come avete potuto ben capire, è arrivata e ha portato belle novità, grande entusiasmo, molto lavoro da fare che dobbiamo in parte, tutti, ancora imparare a fare, e anche qualche problema nuovo, che fino a ieri nemmeno immaginavamo. Ma se qualcuno vi dicesse che era meglio una volta, quando non si poteva nemmeno pensare di proiettare sulla Lim la scena iniziale degli scimmioni di Kubrick o di far vedere ai ragazzi, mentre stanno studiando il barocco, Apollo che nella pietra modellata da Bernini abbraccia Dafne che nella pietra si trasforma in alloro davanti ai nostri occhi (e senza andare a Roma, che da qui è lontana), be’, non credetegli. La tecnologia è meglio. Grazie alla tecnologia possiamo insegnare meglio e insegnare di più. E soprattutto la tecnologia è il mondo in cui i ragazzi (e anche gli insegnanti, ormai) vivono, è quello che respirano, il filtro attraverso cui vedono la realtà, l’amore, l’amicizia, la possibile felicità, il futuro. Tenerla fuori dalla scuola, volerne fare a meno, pensare che non serva sarebbe crudele oltre che idiota.


Però le macchine volanti, il teletrasporto, le astronavi, ecco, quelle davvero non sono arrivate. Nemmeno nelle scuole all’avanguardia, nemmeno con la fibra ottica, e neppure si vedono all’orizzonte delle nostre finestre un po’ sporche, dalle nostre aule un po’ malandate e forse nemmeno del tutto in regola con le più elementari norme sulla sicurezza. E alla fine, lo hanno capito i ragazzi, lo capiremo tutti, è necessario fare i conti sempre con la stessa fatica e la stessa pazienza e la stessa diligenza e quello stesso labile entusiasmo che ancora ci rimane quando entriamo nelle aule e ci salutiamo, studenti e insegnanti, e ci mettiamo insieme a lavorare. Perché tutto funziona, anche la tecnologia, solo a patto che a entrare in aula ci sia un insegnante ben preparato e contento di insegnare e uno studente che abbia sul serio voglia di essere lì e di studiare.

Meglio così, penso io.

 

Davide Profumo
Davide Profumo
Davide Profumo, studioso di Dante, lavora da oltre vent'anni nell'ambito dell'editoria e da quasi un decennio scrive sul web. Per gran parte del tempo insegna letteratura italiana e latina al liceo.